31 ottobre 2008

Quanto è brutta la recessione? Un foto-saggio Magnum

Eccolo qua, voci e foto dalla disperazione della Florida (altro che Miami Vice e Cuba libre!)

Ancora minuzie e curiosità in fila (e un reportage da Detroit)


Non resta molto tempo e i temi sono già stati tutti sviscerati, triturati, macinati. E allora via alle curiosità e alle inutili valutazioni personali.
1. Stasera si gioca Steelers contro Redskins di football. Dal 1948 - tranne che per l'elezione di Bush nel 2000 - quando i Redskins vincono la partita prima delle elezioni il partito in carica rimane alla Casa Bianca. Daje Steelers.
2. Nella battaglia per il seggio senatoriale della North Carolina, la repubblicana in carica Elizabeth Dole ha mandato in giro uno spot in cui una donna imita la voce della sua avversaria democratica Kay Hagan e le fa dire che dio non esiste. Più in basso di così...(by the way, Hagan è in vantaggio nei sondaggi).
3. A Detroit ieri era la notte del diavolo, quella prima di halloween. Da circa venti anni è la notte in cui nei quartieri più poveri la gente va a dare fuoco alle case abbandonate. Ieri sera la città era piena di polizia per prevenire. La quantità di scheletri di case è impressionante. Se a qualcuno dovesse interessare, qui un lungo articolo del sottoscritto sulla città che fu dell'auto e che oggi è una specie di cimitero.
4. Una valutazione interessante sentita ieri in Tv: uno degli elementi di forza di Obama è stato il dover battagliare contro Clinton per mesi. Non solo e non tanto perché tutti gli attacchi che arrivano adesso erano in qualche modo stati fatti, ma perché la macchina organizzativa ha dovuto funzionare per mesi e in ciascuo Stato (se un candidato vince le primarie del suo partito dopo cinque, sei Stati, nel resto del Paese non si organizza se non a partire da luglio-agosto).

Delirio obamiano



(Grazie di cuore ad Akille)

Come andranno le elezioni secondo gli americani?


Ecco un sondaggio Pew presentato da Andrew Kohut, il presidente del centro di ricerca, sulle pagine del New York Times. Spiega cosa gli elettori registrati al voto credono che accadrà il 4 novembre: quasi due terzi degli elettori che possono votare credono che vincerà Obama. Qui sopra i dati con un confronto che va indietro fino al 1992.

Secondo Kohut la percezione che Obama sia il candidato vincente dipende da due fattori: lo si considera "presidenziabile" - e su questo hanno contribuito tre questioni: i dibattiti, l'invasione televisiva della sua immagine, le scarse performance di McCain quando si è parlato di economia; la crisi economica, che ha seppellito McCain, sempre meno credibile anche per colpa della Palin.

Insomma, si conferma quanto abbiamo sempre detto: la crisi e un'ottima campagna potrebbero essere il segreto del successo di Obama. La crisi è però il fattore più importante: difficile immaginare un dato così a favore di Obama - rispetto a un mese fa - senza l'intervento di un elemento così drammatico da alterare la campagna. Mancano solo 4 giorni, e capiremo quanto i sondaggi hanno funzionato in questo imprevedibile 2008.

-4 la giornata e un incontro a Detroit

1. C'è un sondaggio che dice che Sarah Palin non è in grado di fare il presidente. A giudicare dal comizio appena trasmesso in Tv è proprio così. Cattiva retorica militare, accuse di estremismo al ticket democratico e discorsi sulla necessità di non perdere. Non sembra funzionare. Se si esclude il sondaggio Fow news (-3), il vantaggio di Obama è tornato ad aumentare (da sette a undici). Siccome contano gli Stati, oggi Obama è in vantaggio in Indiana, Colorado, Virginia, North Carolina, Nevada, Ohio, Florida, Stati vinti da Bush una o due volte e, in alcuni casi anche da Bob Dole, candidato massacrato dal secondo Clinton.
2. Lo spottone datrenta minuti è stato guardato da 26 milioni di persone, tre in più dello share medio delle reti che lo hanno trasmesso. Not to bad. Domani o dopo vedremo se ha funzionato in termini di sondaggi, per quel che valgono a questo punto.
3. In Arizona un robocall (i nastri registrati che ti spiegano le posizioni dei candidati o li attaccano) ricorda la vicenda Tony Rezko, l'immobiliarista bandito che ha venduto la casa ad Obama. Se spendono in Arizona la vedono brutta.
4. Oggi Joe the plumber è salito sul palco di McCain.
5. E questa è la storia migliore, una lunga chiacchierata con una ragazza nera che coordina una zona di Detroit per la campagna Obama si capiscono molte cose. Quanto una vittoria democratica contribuirebbe a cambiare il modo degli afroamericani di pensarsi; quanto hanno lavorato in questi mesi i volontari e come la macchina è organizzata in maniera straordinaria; come questo anno e mezzo potrebbe cambiare il modo di fare politica e la partecipazione: la ragazza, di cui non ricordo il nome - gli appunti sono in macchina - non aveva mai fatto politica in vita sua e da mesi lavora come un mulo. I volontari continuano a presentarsi a torme, oggi c'erano bambini, vecchi sdentati, fricchettoni e casalinghe e poi decine di maestri di scuola. Una sensazione di partecipazione, che si ritrova ovunque, che chi scrive non ricorda di aver mai visto. Vicini si sono conosciuti, hanno conosciuto i quartieri che attraversano sempre e solo in macchina. E ne parlano. Gli americani sono più ingenui di noi, tutto questo gli piace, li fa sentire migliori e gli fa venire voglia di fare meglio. Cosa chiedereste di più a un impegno politico?
Rimarremo tutti delusi (è sempre così) ma per un Paese come questo, una figura capace di mobilitare e animare pur promettendo fatiche, potrebbe essere un toccasana.

30 ottobre 2008

La corsa all'early voting

Lo sforzo per far votare la gente prima sta pagando. La campagna Obama ha investito molte energie per fare in modo che la gente andasse a votare prima. Bene, in Colorado più della metà del totale dei voti espresi nel 2004 (un anno record) è già stata espressa. In Georgia siamo al 40 per cento e la quantità di afroamericani che votano fa disperare il senatore repubblicano in corsa per la rielezione. In un sondaggio Pew si dice che nell'early voting Obama è in vantaggio di 15 punti. Alla fine si calcola che avrà votato prima il 28-30 per cento dell'elettorato (non si può dappertutto, per esempio qui in Michigan si può solo votare con l'absentee ballot, che vuol dire che devi giustificare il tuo voto anticipato o essere over 60). Per un riepilogo e analisi dei dati andate qui.

Sciocchezze e disorganizzazione (e la campagna Obama a Detroit)

Oggi Joe the Plumber, l'idraulico più famoso del pianeta, avrebbe dovuto essere sul palco con John McCain. Quando il povero senatore repubblicnao l'ha chiamato a salire, si è scoperto che Joe non c'era. Era in Pennsylvania a partecipare a una raccolta fondi caritatevole. Un segnale sconfortante di disorganizzazione della campagna McCain. I due candidati continuano a ripetere che la corsa non è finita. Uno ha la preoccupazione che i suoi non diano per scontato il risultato e non si diano da fare come dovrebbero, l'altro teme che i suoi nemmeno facciano lo sforzo di andare al seggio. Qui a Detroit, che è una città vuota, spoglia e devastata da una crisi industriale decennale sulla quale si è innestata la crisi di questi giorni, ogni casa dei quartieri poveri (e neri, come l'80 per cento della popolazione) ha un segnale di Obama-Biden sul prato. Beh, le case abitate, perché una su quattro è vuota, bruciata, marcia. Al quartier generale della campagna c'è il solito via vai, volontari che si presentano e grandi aspettative. Anche qui, dove in teoria le cose sono sicure, l'attività di GOTV (Get out the vote) non si ferma fino al 4. Due giorni fa c'era Bill Cosby, l'attore comico che è venuto a fare campagna.

Make History

Certo che i loro elettori li sanno caricare. L'ennesimo video costruito con grande classe dai campaigners di Obama (che ci ricorda, involontariamente, che votare in America è proprio uno sforzo). Per gli altri video continuate a guardare su Osservatorio Usa.

Avviso ai naviganti: non guardate i sondaggi nazionali, mi raccomando..

Qui il commento-video dove David Plouffe (il manager campaign di Obama) ricorda che si stanno svolgendo 14/15 corse elettorali differenti, non c'entra il consenso a livello nazionale. Plouffe è uno che va poco in tv, dategli un occhiata.

Pari opportunità

Cerchiamo di mostrare più cose possibili. E allora ecco uno spot (solo internet) di una delle campagne che comprano spazio televisivi per veicolare messaggi che le campagne non si possono permettere di usare. Altri spot così qui (http://www.ourcountrydeservesbetter.com/ads/index.html). Un po' meno rozzi, ma altrettanto improbabili? qui (http://neverfindout.org/). Da You Tube, purtroppo, non riesco a cricare direttamente il link.

-5 Hillary e Bill al lavoro

Ecco il messaggio registrato spedito a tutti i sostenitori iscritti al sito di Hillary al tempo delle primarie. L'ex coppia presidenziale non vuole assolutamente portare la croce di un'eventuale sconfitta e si spende. Proprio adesso, le undici di sera in Florida, Bill sta per salire con Obama sul palco per la prima volta.

29 ottobre 2008

Wassup 2008

Ecco un comico ed efficace riassunto di otto anni di Bush

Stiamo facendo un libro

Presi dalla voglia di raccontare e analizzare queste elezioni, ci eravamo dimenticati di dire alle nostre lettrici e ai nostri lettori che stiamo scrivendo un libro proprio sulle elezioni americane. Uscirà a gennaio (perchè il nuovo presidente entrerà in carica il 20 di quel mese) con le Edizioni dell'Asino. Vi racconteremo l'America del 21esimo secolo e questa campagna, che al di là del risultato, è la prima di una nuova epoca: per i metodi e per i temi trattati. Intanto segnate sull'agenda un appuntamento: il 5 sera ci vediamo al Flexi a Roma per commentare i risultati.

Anche il sud non è più quello di una volta

Questa immagine ritrae una fattoria della Carolina del Nord, che nonostante il nome è uno stato del Sud e si chiama così solo perchè sta più su della Carolina del Sud - non l'avreste mai detto eh? Il presentatore della BBC Matt Frei è andato a Kannapolis, una città che appunto sta in North Carolina e ha scritto un breve e interessante reportage in cui ci spiega come è cambiato un pezzo del sud degli Stati Uniti negli ultimi anni. Kannapolis negli anni Ottanta stava fallendo, le sue industrie tessili si trasferivano altrove. Arriva un magnate che si chiama Murdoch (ma non è l'amico di Silvio B.) e si compra mezza città e la converte alla ricerca agro-alimentare. E così qui, come in Virginia e in altre parti del Sud, hanno cominciato a trasferirsi lavori ad alto reddito e ad alto contenuto intellettuale - sì, negli USA queste due cose vanno spesso d'accordo, non c'è stato il pacchetto Treu. Questo forse potrà aiutare a spiegare perchè oggi la North Carolina è uno stato contendibile e prima non lo era.

La battaglia dei biscotti (e degli spot)

Una società dell'Ohio dal 1984 produce biscotti con le facce dei candidati alla presidenza USA. Guardando i dati di chi ha comprato quelli con la faccia di Obama piuttosto che di quelli che hanno scelto McCain si può capire come può andare a finire l'elezione. Come ci racconta Slate, si sono venduti molti più biscotti del passato (aumenta l'affluenza?) e quelli di Obama erano il doppio di quelli di McCain. L'articolo è interessante anche perchè racconta di come sta andando la campagna in quello stato. La BBC invece fa un ottimo punto sulla situazione dei finanziamenti elettorali e degli spot. Obama ha una valanga di soldi e si può permettere stasera di trasmettere sui 3 maggiori canali nazionali uno spot di mezz'ora (30 minuti). L'ultimo che se l'era potuto permettere era stato Ross Perot. Che era un miliardario.

Volano stracci....ma

Chiedetevi perché 3 milioni e mezzo di persone hanno già votato. La risposta è semplice: abbiamo già parlato dell'inadeguatezza del sistema elettorale Usa, di quanto sia sconclusionato (in un posto serve il documento, nell'altro no, in un posto c'è la macchina elettronica, altrove la scheda, eccetera). Basterebbe, ma non è abbastanza. In Virginia c'è chi chiama le persone per dire loro che il voto quest'ano è diviso in due (il 5 novembre votano i democratici), in Missouri le macchine già non funzionano e in Michigan, dove ci troviamo da stanotte, il ragazzo dell'albergo mi ha spiegato che circolano voci di ogni tipo "per fare in modo che noi non andiamo a votare". Noi, sarebbero quelli col colore della pelle sbagliato. Purtroppo gli afroamericani spesso non vanno a votare, spesso sono fuori da un sistema che li esclude (e dal quale si escludono un po') e spesso queste tattiche funzionano. La notizia del giorno è però che sta funzionando anche la campagna per il voto anticipato che i democratici stanno portando avanti. Tre milioni e mezzo sono tanti e, secondo un sondaggio del Pew research center, tra questi Obama è in vantaggio di 15 punti. Non vuol dire nulla, sono i dem che stanno votando di più in anticipo. Ma è un segnale che la macchina è efficiente e che, negli Stati chiave, il giorno del voto ci saranno meno code e sarà più facile andare a votare. Nonostante tutto.
Per finire, ieri Palin ha detto che Obama vuole modificare la costituzione per dare al potere giudiziario la possibilità di espropriare ai ricchi per dare ai poveri. E chi sei, Barack Vissarionovič Obama?

- 6

28 ottobre 2008

Il discorso di Obama? Il solito di sempre, servito con grande cura

Obama continua a stare sul messaggio nel suo "closing speech" a Canton, Ohio. Che sia l'Iraq - il cavallo di battaglia del 2007 e delle primarie - o la crisi economica è il solito populismo (e lo diciamo senza aggiungere alcun accento negativo in questa definizione, anzi) con toni trascendenti messianici. Sempre noi - il popolo, di ogni credo, razza, appartenenenza - contro la solita Washington e la sua "broken politics". E anche contro la solita Wall Street che rovina Main Street, e il solito John McCain uguale a George W. Bush.

Molta attenzione al lavoro e alla sanità che manca; chi dice che Obama potrebbe essere un presidente "europeo" ha ragione: oltre alla speranza sembra promettere agli americani che non dovranno fare tutto da soli, il governo li aiuterà su scuola, sanità, stipendi e mutui. Un vecchio sogno di alcuni democratici: tenere la barra verso i principi più civili delle nostre socialdemocrazie (qui un divertente articolo del Wall Street Journal che denuncia l'europeizzazione dell'America che vorrebbe Obama: fa quasi tenerezza, ormai). Barry Goldwater diceva "temo il governo di Washington più di Mosca": i tempi cambiano.

Il video ideale per spiegare il sistema di voto Usa

Sempre di rimbalzo da Spindoc.it, i geni di commoncraft spiegano come funziona il sistema di voto americano. Election for dummies, perfetto.

Storie di spin

Gli spindoctor oggi. Un nostro articolo per riflettere sul mestiere di spindoctor e le campagne elettorali, da spindoc.it.

Un po' di pessimismo?

I sondaggi continuano a sorridere a Barack Obama. Nella finestra che c'è sulla colonna destra di questo blog è ancora avanti 375 voti elettorali a 157 (sei indecisi), se la tendenza fosse questa, potrebbe perderne ancora molti e vincere comunque le elezioni. Lo stesso vale per le medie di Polster.com, che prende in considerazione un numero più alto di sondaggi: in questo caso Obama è in vantaggio 306 voti elettorali a 142. Nelle medie di Pollster gli indecisi sono 90, alcuni Stati davvero importanti (Florida, North Carolina) sono tra gli indecisi. Obama potrebbe perdere quelli e tutti gli altri indecisi e anche uno o altri due Stati al momento assegnati a lui (per diventare presidente servono 270 voti, due Stati importanti ancora in ballo, Ohio e Virginia ne contano 33, che sommati a quelli assegnati a McCain più i 90 indecisi dovrebbe fare 255, 15 in meno dei necessari). I conti tornerebbero, almeno in teoria. Due particolari: da un paio di giorni Obama non cresce più, non ha il vento in poppa come una settimana fa; il secondo motivo, più importante, riguarda la solita bontà dei sondaggi. John Nichols, su The Nation, ci ricorda che il senatore democratico è sempre andato uguale o un po' sotto i sondaggi e ci ricorda che in alcuni Stati c'è una percentuale di indecisi tale da capovolgere l'attuale andamento dei sondaggi.

27 ottobre 2008

Got Hope?




Nazisti dell'Illinois (pardon, del Tennessee)

Non capiamo: ma come mai ogni volta che si parla di un tentativo di assassinare Barack Obama i giornali americani sono cauti, seri, mantengono un tono calmo mentre quelli italiani ne parlano come se Obama fosse stato già ferito e portato all'ospedale? Ora sono le 22 e 24 ora di Monteverde (Roma, Italia). Se aprite adesso la homepage di qualsiasi quotidiano italiano troverete la notizia sparata in grande evidenza; guardate in quelli americani e troverete la cosa per nulla in vista e con la nuda cronaca dell'episodio dell'arresto. Uno per tutti, leggete la notizia sul Washington Post.

Che ci facciamo coi militanti?

Tranquilli, non è un'intervista shock a Goffredo Bettini o ad Ermete Realacci quella che vi proponiamo. Non si parla dei militanti del PD ma delle "truppe di terra" della campagna di Obama.
I numeri sono impressionanti: 3 milioni di finanziatori, 5 milioni di volontari. Newsweek si chiede che fine faranno dopo le elezioni, se dovesse vincere il senatore dell'Illinois. Condizioneranno la sua politica come la base conservatrice ha fatto con Bush? Porteranno il nuovo presidente a fare cose che non piacciono ai suoi elettori non mobilitati?
Insomma, guarda che bel problema che è la partecipazione.

Perché Obama vince?

Una risposta se la da Joe Klein su Time. Il lungo pezzo è un'analisi accompa- gnata da risposte del senatore, intervistato a lungo circa una settimana fa. L'argomento cruciale è la calma che il candidato ha mostrato sempre e ovunque. Capacità di comando e di prendere decisioni. L'esempio migliore, secondo Klein che aveva già scritto in pillole la stessa cosa una settimana fa (quando presumiblimente stava già lavorando all'articolo lungo), è il caso Wright quando di fronte agli attacchi sul legame con il reverendo di Goddam America, non aveva preso le distanze ma aveva scritto il lungo discorso su A more better union pensando che gli americani fossero pronti a capirlo. (nella foto i nonni e la madre di Obama, l'ho caricata perché il nonno è identico al nipote, non trovate?)

Frodi elettorali? Peggio, sistema vecchio

Ecco la mappa di Mother Jones, il giornale che più di tutti è ossessionato dal disastroso sistema elettorale americano e dalle pratiche degli ufficiali elettorali e di polizia in alcune aree del Paese. Cliccando su ogni stato evidenziato, troverete la spiegazione del possibile inghippo il giorno del voto. Oppure, andando sull'animazione di Time, scoprirete le sette cose che potrebbero far saltare il banco martedì 4 novembre. Ecco una bella analisi di Gary Younge del Guardian che paragona il voto nero a quello in Sud Africa quando era adolescente.

Il Grand Old Party trema per il Congresso



A giudicare dai sondaggi, la gara in Congresso è un disastro per i repubblicani. Scandali, presidenza Bush, facce vecchie non sono un messaggio che si vende bene. Dall'altra parte, la strategia dei 50 Stati di Dean ha pagato. Lo stato delle cose, oggi, vedrebbe un Senato diviso 59 a 41 (oggi i dem hanno un voto di vantaggio). In cinque, sei seggi, il risultato è in bilico. Se la bilancia arrivasse a 60, sarebbe un disastro: in Congresso si fa il filibuster, il nostro ostruzionismo, e contro 60 senatori non si può fare (ovvero l'aula può votare 60 a 40 la chiusura del dibattito, impedendo a un gruppo, o a un singolo senatore, di parlare all'infinito). Nella tabella ripresa dal National journal, un po' acciaccata dall'ingrandimento, i risultati del partito dei presidenti vincenti da Kennedy in poi. Reagan fu quello che ottenne il risultato migliore anche nell'elezione di deputati e senatori. Ecco un pezzo da American prospect che racconta la situazione delel campagne senatoriali al Sud. Anche la, i democratici sperano di prendere qualche seggio in aree del Paese un tempo impensabili.

Gli insiders nel 2005 e le elezioni di domani

Era il 2005, quando gli insiders dei partiti, interrogati dal national ournal tiravano fuori queste previsioni sulle nomination dei partiti per le elezioni di quest'anno. Legete qua sotto e fatevi un'idea della capacità di previsione degli insiders...

Each of 215 insiders were asked to rank their top five choices.
On the Republican side, Allen finished with 229 combined points, while Sen. John McCain (R-AZ) finished second with 217, Sen. Bill Frist (R-TN) third with 184, former New York City Mayor Rudy Giuliani fourth with 129 and Massachusetts Gov. Mitt Romney fifth with 109 points.
On the Democratic side, Clinton led all Democrats with 388 points, followed by former Sen. John Edwards (D-NC) with 192, Virginia Gov. Mark Warner with 166, Sen. Evan Bayh (D-IN) with 125 and Sen. John Kerry (D-MA) with 90.

25 ottobre 2008

L'Italia migliore di chi la governa...già sentito?

Dice che a Roma c'era una grande manifestazione e dice che erano due milioni e mezzo. Ora: dopo aver visto i 70mila di Denver non credo più ai numeri delle manifestazioni italiane. Ma questo è il meno. Dice, così sta scritto su Repubblica.it, che Walter ha detto che “L'Italia è migliore di chi la governa". "We are a better country than this" ha detto qualcun altro da questa parte dell'Oceano. E poi anche "Un'altra Italia è possibile" e "Berlusconi la democrazia non è un consiglio di amministrazione". Quello dell'altra Italia anche non è proprio uno slogan nuovo, anzi. Dov'era Veltroni sette anni fa? E per finire, il consiglio d'amministrazione: andiamo, la retorica contro i greedy bankers, i potenti. Per favore Walter cambia speechwriter. Il problema non è imitare o inseguire gli altri, ma farsi venire qualche idea sul futuro dell'Italia. Che non può essere quello dell'America, se proprio lo volessimo così. Un tempo avevamo una classe politica con idee originali. Joe Biden una volta copiò un pezzo del discorso di Kinnock, il leader Labour, erano le primarie, le perse e ancora glielo rinfacciano.

Curiosità...guardate cosa ha fatto la famiglia Zappa

Quanto sono importanti queste elezioni? Vedete un po' voi, fanno miracoli.
L'immagine qui accanto, invece è la riproduzione contemporanea di un manifesto messo in giro da Joan Baez per il Vietnam, il testo di allora diceva: Girl say yes to boys who say no (che rifiutano di partire, insomma).

L'establishment? Terrorizzato da McCain

Da Colin Powell in poi: l'aria che tira è "ora basta giocare: non ci possiamo permettere quei due alla Casa bianca". E quindi tutti in fuga dal partito repubblicano, non bisogna far vincere McCain e la Palin. Aveste raccontato questo scenario tre mesi fa vi avrebbero portato alla neurodeliri. Ecco l'articolo dell'Economist sul tema della fuga dal GOP (grazie a Vassar).

24 ottobre 2008

- 10 e non succede più niente...

Le Tv all news martellano sulle presidenziali, ma non hanno più neinte da proporre. Proprio adesso va in onda un duello tra due senior political advisers delle campagne: “siete negativi", "voi di più". Su Fox commentavano il crescente sostegno a Obama da parte di figure chiave del partito repubblicano. Segno che ci si prepara a una batosta, dicevano. Per il resto, non succede nulla. I sondaggi continuano ad essere chiaramente pro Obama, nonostante questi manchi da un giorno e per un giorno ancora dagli schermi.
La campagna sul campo si sta mettendo in moto: sia a Newark che a Manhattan e Jersey city c'erano volontari per strada a ricordare che tra dieci giorni si vota. Ormai, salvo grandi notizie, idee supergeniali da parte di McCain o errori giganteschi da parte di Obama, la battaglia si sposta negli Stati, al telefono e nel porta-a-porta. Gli articoli sul tracollo della coalizione repubblicana messa su da Nixon e Reagan si moltiplicano. Ecco EJ Dionne da New Republic.
Ma questa è roba raffinata, il tema vero del giorno è ancora la spesa fatta dai repubblicani per Sarah Palin: portare in giro Joe the Plumber e spendere 150mila dollari in vestiti (e 22mila al giorno per il truccatore personale) non è furbo. Naturalmente il tema vero, quello di cui si parla è la crisi_ meno posti di lavoro, licenziamenti annunciati e ulteriori guai in vista. Anche il neo premio nobel Krugman, appena sentito in Tv, spiega di sperare che il prossimo presidente lanci un nuovo New Deal.

Le gaffes di Biden in spot. Deboli? Giammai!

El Sueno Americano

Non ne lasciano scoperta una di costituency...soy Barack Obama

Un'altra onda

Il quotidiano La Repubblica proprio non ce la fa a non dare etichette, è più forte di loro. E così siccome ieri al corteo degli studenti di Roma qualcuno ha cantato le canzoni del Piotta ecco che il termine "l'Onda" è diventato il nome di tutto il movimento. Meglio così, si è fatto molto di peggio nel passato, almeno stavolta si guarda a cosa pensano gli studenti e non al colore delle loro scarpe. In America, quest'anno, gli under-30 in età da voto sono un quinto dell'elettorato. Solo Rock the Vote, una struttura di MTV, ne ha registrati più di 2 milioni per permettergli di votare. L'affluenza tradizionale di questa fascia di elettori è sotto il 50%, quest'anno si prevede che aumenti al 60-70 e che porti un 1-2% netto in più ad Obama. Chi vivrà vedrà, e chi sa cosa ne scriverà Repubblica. Intanto leggetevi l'interessante speciale sul tema del Financial Times.

Non manca nessuno. Riecco Richie Cunningham, Fonzie e Scott McClennan

Ron Howard, che ha diretto qualche film decente e l'improbabile Da Vinci code, ha diretto uno spottino personale pro Obama. Lui e Henry Winkler (il nome dev'essere giusto) reimpersonano i personaggi che hanno imperversato negli anni 80. "Spara ai moose? E io che avevo capito che era loose" (il gioco di parole è tra alci e facile, licenziosa) ed è Arthur Fonzarelli che parla di Sarah Palin. Non è malaccio.
Ieri ci si è messo anche Scott McClennan, ex portavoce del presidente in carica, che ha appena pubblicato un libro in cui parla del Porto delle nebbie della Casa Bianca. La nave affonda e i sorci fanno quel che sanno. Tre sondaggi? Zogby, che per settimane li ha dati pari, dà Obama 12 punti avanti, Abc/Washington Post di unidici. Rasmussen e Gallup si limitano a sei e sette. Ce n'è uno dell'Università del Montana che regala anche quello Stato al democratico. Parlavamo male dei sondaggi prima e non adesso? No, ma una tendenza la registreranno pure.

23 ottobre 2008

Segni dei tempi: Greenspan smentisce se stesso

Due post economici di fila. Durante un'audizione in Congresso, l'ex presidente della Fed Alain Greenspan ha smentito se stesso, ammettendo che la crisi economica in corso lo costringe a rivedere alcune delle sue certezze sul funzionamento dei mercati finanziari. Greenspan, che nel maggio 2005 disse che «l'autodisciplina in genere si è dimostrata molto più efficace della regolamentazione governativa nel limitare l'assunzione dei rischi» oggi parla di necessità di regolare i mercati e della possibilità che chi vende titoli spazzatura legati ai mutui, impacchettandoli dentro altre offerte, sia costretto a tenerne una parte nel proprio portafogli. Ovvero, non solo vendere rischi spacciandoli per affari sicuri, ma anche assumersi rischi. Se lo dice pure Greenspan, vuol dire che siamo davvero a un svolta. Nel frattempo i dati sull'occupazione sono pessimi, diverse imprese preannunciano licenziamenti (Yahoo, Pepsi, General Motors) e le borse sono di nuovo in picchiata. Ecco Greenspan sul Washington Post.
Il dato interessante è che se il Congresso sta ascoltando tante voci così preoccupate che invocano una riforma dei mercati finanziari, è probabile che il prossimo presidente metta davvero mano a qualcosa. Si comincia con il supervertice internazionale convocato il 15 novembre con Bush. Quel giorno si saprà già chi è il nuovo presidente e, ci potete scommettere, le trattative le farà anche lui.

Le agenzie di rating? Giudicate voi

Avete presente quando al telegiornale spiegano che l'Italia è stata promossa dalle agenzie di rating? Il conduttore spiega che da categoria B adesso le nostre finanze pubbliche sono passate a categoria A-. Le agenzie di questo tipo sono quelle che in teoria fanno da osservatori imparziali dello stato di salute di un'impresa, di un Paese, di un ente locale e danno la loro valutazione. In teoria studiano il bilancio, guardano tutte le carte e alla fine dicono agli investitori, comprate, oppure, vendete . Bene le agenzie di rating che guardavano le carte a Wall street non facevano il loro lavoro. Se lo avessero fatto, qualcuno si sarebbe accorto che le grandi banche di investimenti come Lehman brothers stavano scherzando col fuoco. In questi giorni il Congresso Usa sta facendo delle audizioni e indagando per capire bene come si è sviluppata la crisi finanziaria e trovare delle forme di regolazione dei mercati. Tra le carte che il Congresso ha visionato, c'è un rapporto di un dirigente di Moody's (forse la più importante agenzia di rating del mondo) che dice ai suoi superiori: “Abbiamo venduto l'anima al diavolo" . Il concetto espresso, sotto il titolo "conflitti di interesse", è il seguente: tutti i nostri clienti, le finanziarie, le piccole banche, i fondi di investimento, non vogliono che abbassiamo i ratings di nessuno, hanno tutti soldi investiti e temono che l'abbassamento del rating di qualche grossa finanziaria, abbassi il valore delle loro azioni>. Quindi noi, anche se sappiamo che quell'impresa non ha i conti a posto, non lo diciamo. Una storia che esemplifica perfettamente la follia di avere agenzie pagate da imprese per farsi dare la pagella. Paghereste qualcuno per dirvi che siete un incapace? No? Non lo facevano nemmeno le banche. Infatti ottenevano voti alti. Ecco la storia da Mother Jones

22 ottobre 2008

I toni rimangono pacati/4

Votate, votate, forse non votate

The Nation dedica un lungo articolo al problema della regolarità del voto e della registrazione dei nuovi (tantissimi) elettori. Ne escono fuori cose piuttosto interessanti: prima di tutto che in stati come la Virginia gli elettori neo-registrati sono pari quasi al 10% dell'elettorato e che l'affluenza al voto degli under-30 già nelle primarie è stata in 11 stati più del doppio di 4 anni fa. Abbiamo visto quanto questa massa di nuovi elettori sia difficile da sondare per le agenzie di sondaggi. Ma c'è di più: il sistema, come riconoscono alcuni, non è fatto per un'affluenza così alta. Non è solo organizzazione però, perchè in alcuni stati ci sono regole specifiche per tenere lontano dal voto i neri, gli ispanici, i giovani e i democratici. Guardate nell'articolo gli effetti di una legge della Florida se avete ancora dubbi. Insomma una buona notizia e una cattiva: quella buona è che in un momento di crisi in America aumenta la partecipazione al processo politico (cosa per nulla scontata da noi), quella cattiva è che forse il sistema non è preparato.

Attacchi a manetta e voto anticipato...e i vestiti di Palin

“E' stato amico del terrorista, altro che". Fox news è forse il canale di notizie più seguito e il tono delle loro news è questo. Tutto il santo giorno. E' anche così che si crea senso comune. Ieri Palin ha ribadito che il programma di Obama è socialisteggiante “lo dice Joe the plummer, non io". Nbc non risparmia bordate alla coppia repubblicana, ma non è la stessa cosa. Una notizia scontata, certo, però fa impressione come certe non notizie, su Fox news, reggano per diversi giorni in più rispetto ai canali normali. Servirà a spostare voti? Se c'è tanta gente che guarda il canale, c'è altrettanta gente pronta a prenderlo sul serio.
Il voto anticipato è un successo. Ovunque questo sia consentito dalla legge la gente è già in fila per votare. In Florida lunedì c'erano delle code lunghissime (e dire che molti votano prima per evitarsi le code). I problemi segnalati sono ovunque e il tema è diventato uno dei tormentoni televisivi. C' una cosa da segnalare: tra gli Stati dove l'affluenza pre 4 novembre è più alta ci sono la Florida, il North Carolina e altri battlegrounds e gli afroamericani stanno andando al voto anticipato come non mai. Dice qualcosa?
E per finire, non sono temi edificanti, la vicenda dei 150mila dollari in vestiti spesi dai repubblicani per Palin. Le battute negli show si sprecano e la cosa sembra fare un po' di scandalo. Le elezioni ti triturano, non c'è dubbio e la povera Sarah lo sta verificando.

Ritagli del giorno

Qualche giorno fa Joe Biden dichiarò: "Carbone pulito? Non esiste un carbone del genere". Una posizione sensata, che Obama condivideva e McCain pure. Poi McCain cambiò opinione e prese a menare duro su Biden. Poi tutti cambiarono opinione. Come mai? Chiedetevi cosa c'è sotto i piedi della gente dell'Ohio, della Pennsylvania e della West Virginia, ricordate che sono Stati cruciali per guadagnare l'elettorato bianco e lavoratore e tirate le fila.
Cosa temono di più i manager di Cnn, Nbc, Cbs ed Abc? Che il giorno delle elezioni finisca tutto presto. Che uno o l'altro candidato abbia vinto mentre in California si sta ancora votando. Che fare se dai dati degli exit polls degli Stati che stanno votando e dai voti contati sulla costa est emerge chiaramente che c'è un candidato che ha vinto? Dire quello che sta succedendo? Aspettare? Gli ascolti scenderebbero se tutto si sapesse subito. Il dubbio resterà e probabilmente i diversi gruppi troveranno un accordo. Una ipotesi come questa non era prevista: di solito i democratici vincono al nord della costa est e perdono il Sud. Il problema è che quest'anno Obama è in vantaggio in Florida, North Carolina e Virginia. Se prendesse quei tre, gli basterebbe molto poco altro. Le Tv incrociano le dita perché resti qualche dubbio fino alle dieci ora di New York.
E per finire, i casini elettorali proseguono. il Pew research center pubblica un rapporto che spiega che tra l'aumento degli iscritti al voto, la probabile alta partecipazione e i disordini non risolti dopo il 2000 e il 2004, i rischi che il giorno del voto sia un disastro sono tutt'altro che remoti. Il rapporto ha come sottotitolo più o meno: "E che succede se convochiamo le elezioni e poi si presentano tutti?". Questa è la pagina elettorale del Pew, non c'è il link diretto al rapporto, cercatelo sulla pagina, è l'electoral preview

21 ottobre 2008

Votate, votate, votate?

In Florida, uno stato dove il voto non viene mai contestato, è cominciato il voto anticipato. Sì perchè come abbiamo già scritto in America si può votare anche prima del 4 novembre e in queste elezioni parecchia gente ne approfitterà. L'affluenza, come ci racconta il Sun Sentinel, si prevede parecchio alta. In Ohio invece si continua a litigare sugli elettori nuovi registrati che qualcuno stima in 9 milioni a livello nazionale e in 600 mila solo lì. Forse, come ci racconta il Washington Post, è questa la vera arma finale dei repubblicani: escludere i nuovi elettori dal gioco. Blair Levin sul New York Times invece ci spiega che cosa fu l'effetto Bradley che oggi viene citato a proposito della razza: lui che lavorò per il candidato nero alla carica di governatore della California ci racconta di come decisivi furono un referendum che voleva restringere l'uso delle armi e una grande mobilitazione dei repubblicani per portare nuova gente a votare. Questo, come avrebbe detto un personaggio di "Quelli che il calcio..", solo per la precisione.

La fine di Nixonland

Ogni due giorni c'è un articolo che proclama la fine di qualcosa in America. La scorsa settimana era finito Reagan, che in realtà è finito da un pezzo e ve lo possiamo garantire perchè siamo stati sulla sua tomba. Questa settimana fanno morire Nixon, che è ancora più morto. Dipende da quando uno fa partire la nascita della coalizione conservatrice. Reagan fu sicuramente il primo a darle compatezza e un programma di lungo periodo nonchè a creare una maggioranza stabile. Ma Nixon, come ci spiega il libro che vedete qui accanto, è quello che ha diviso il paese in 2 tra i "liberal" e la "maggioranza silenziosa". Ora, come ci spiega The New Republic, sono fallite le politiche di quella coalizione (non solo il liberismo sfrenato ma anche la guerra preventiva per non parlare degli effetti di Kathrina) ma è cambiato il paese che non più così bianco come una volta. Chissà se cambierà anche nelle urne.

Obama vola dalla nonna

La signora 85enne è malata e negli ultimi giori è peggiorata. Obama sospende la campana due giorni e, con ogni probabilità, crescerà nei sondaggi grazie alla scelta. Attenzione però, se quello che c'è scritto nella biografia del candidato è vero, la nonna è una delle persone cruciali della sua vita. L'ha cresciuto, gli ha dato quel che di non liberal che ha (la madre era una liberal) e gli ha fatto, con il marito, da famiglia americana. La sospensione della campagna non è dunque una furbata.

Gli economisti, i consiglieri e la cisi economica

Due forum ieri a New York. Da una parte George Soros, Nouriel Roubini, economista nato in Turchia, laureato alla Bocconi, poi Harvard e professore a Nyu e Jeffrey Sachs, direttore Dell'Earth institute alla Columbia University. Dall'altra i due consiglieri delle campagne presidenziali interrogati da economisti della Columbia tra cui il premio Nobel Stiglitz. I due consiglieri, Austan Goolsbee (nella foto) e Douglas Holtz-Eakin sono stati deludenti. Chi scrive li aveva visti a Minneapolis (non Holtz, ma il suo vice) e, nonostante la crisi finanziaria, che alla convention repubblicana non c'era ancora stata, il dibattito è sembrato lo stesso. Un comizio su tasse, Bush e come finanziare le misure necessarie senza grandi novità. Goolsbee è più bravo, capace di infilare la battuta. Ma resta l'idea del dibattito presidenziale in piccolo. Visto l'ambiente accademico, dove di solito si parla in maniera più libera, ci si sarebbe potuto aspettare di più.
Meglio gli altri tre, più o meno schierati ma con delle letture della crisi e su cosa fare adesso, originali. Una cosa è certa, Lord Keynes se la spassa. Uno degli argomenti usati da tutti è la necessità di cambiare il modo in cui si insegna l'economia. Troppo valore ai prezzi e troppo poco ai fondamentali (ovvero fiducia nel fatto che i prezzi rappresentino un valore reale delle cose perché determinati dal mercato). E' così che si spiega tutto da trent'anni e la teoria perde finalmente colpi (i colpi sono parecchi, ne parleremo). Ora, cercando nei prossimi giorni di riassumere il tutto, ecco tre articoli, uno lo abbiamo già segnalato (forse) ed è un ritratto di Dr Doom, Roubini, che da due anni viene deriso perché annuncia la crisi in arrivo. Il secondo è un'intervista con Soros sulla crisi dalla New york review of books. Il terzo è Foreign Policy con Jeffrey Sachs.

20 ottobre 2008

The making of Sarah Palin

Come mai McCain ha scelto Palin? E' una domanda importante, perché dice qualcosa di come si pensa il candidato e cosa vuol essere il partito repubblicano. E anche sul personaggio candidato alla vicepresidenza. Ecco un lungo pezzo del New Yorker
che racconta come McCain è arrivato alla scelta. Tra le notizie quella che diversi circoli di destra hanno lavorato a questo risultato, testato il terreno nei mesi passati, andando in visita in Alaska, spinto per questa scelta attraverso dei blog. Il tentativo è quello di pescare qualcuno di diverso dai Good Old Boys di Washington e con le credenziali necessarie a motivare la destra religiosa. L'incaricato principale della ricerca di un vice, Adam Brackley, ha cominciato il suo lavoro nel 2007. Cercava una donna (allora l'avversario avrebbe dovuto essere Hillary Clinton) e con internet scoprì quanti siti di destra, quanti host radiofonici, parlassero bene del governatore dell'Alaska. Poi venne organizzato un viaggio di perlustrazione al quale presero parte William Kristol del Weekly standard, la rivista della destra repubblicana, un anchorman di Fox news e altri ancora. Questo è l'inizio della storia, chi ha tempo, può contiuare a leggere. Le sorprese, nella politica americana, non sono mai come sembrano, Palin non è uscita come un coniglio dal cappello di McCain.

I Robocalls, lo sdegno e Sarah Palin

I robocalls sono quei nastri registrati che ti telefonano e ti offrono di comprare l'olio, il vino, la nuova tariffa telefonica. In America si usano anche in campagna elettorale, sono proibiti in qualche Stato, ma non nella maggior parte. La campagna McCain li sta usando in diversi Stati chiave. Cosa dicono? "Salve la chiamo a nome della campagna McCain e del partito repubblicano, volevamo sapesse che Obama è stato amico del terrorista William Ayers", oppure, "volevamo sapesse che sull'aborto Obama ha votato in questo modo", o ancora, "A Obama interessano più le celebrities di Hollywood che non i cittadini americani. I toni non piacciono a nessuno, Henry Reid, leader democrtico al Senato ha detto di non poter credere che McCain sappia cosa sta succedendo. Anche qualche repubblicano (in cerca di rielezione) ha preso le distanze. Qui il servizio del Guardian sulla faccenda. Qui invece il riassunto di Cnn sulle dichiarazioni di Palin sui robocalls: in sostanza, agli americani non piacciono, io non le userei. Un classico repubblicano, va detto, prendere le distanze da una cosa che hai commissionato, come se i piani fossero diversi, le realtà parallele (sono in molti in Italia ad aver studiato in maniera approfondita le tecniche repubblicane).

19 ottobre 2008

L'uomo della provetta ha detto Sì

Ecco un segnale chiaro di come sta andando la corsa. Colin Powell, il capo di Stato maggiore durante prima guerra del Golfo e Segretario di Stato mentre si preparava l'assalto all'Iraq, ha appoggiato pubblicamente Obama durante un'intervista a Meet the press, la trasmissione della domenica mattina tra le più seguite e prestigiose (condotta da Tim Russert fino alla morte, quest'anno). Powell è quello che ha venduto al mondo le armi di distruzione di massa irachene che non c'erano. Un po' devono averlo fregato in quell'occasione, mandandolo avanti. Certo che un Segretario di Stato che non capisce che lo stanno fregando o è complice o non ha judgement, una qualità che un generale dovrebbe avere. Comechessia, Powell appoggia Obama e per l'elettorato moderato, per la politica estera, per l'idea di avere un comandante in capo che ossessiona una parte dell'elettorato, il judgement di Powell contribusice a rendere Obama presidenziabile. Powell ha detto , il modo di reagire alla crisi di Obama è stato migliore. Da oggi e per tre giorni Obama è in Florida e nell'ultimo mese ha battuto un nuovo record di donazioni.

Come vota l'America

Il Boston Globe pubblica un reportage dal New Hampshire in cui si spiega perchè, ora è visibile dai sondaggi, le elettrici della Clinton stanno cominciando veramente a sostenere Obama. Così si spiegherebbe il grande vantaggio accumulato in Pennsylvania, New Mexico e Michigan che invece prima erano più freddini verso Obama. McCain intanto ha leggermente ridotto il suo svantaggio nei sondaggi nazionali ma su quanto ci si possa fidare di questo strumento è lecito dubitare sia in un senso che nell'altro. Quest'articolo del Wall Street Journal spiega molto bene l'aleatorietà dei campioni usati dalle varie aziende: per esempio la quantità di democratici e repubblicani inseriti nel campione cambia di molto i risultati e non sempre è una decisione totalmente "scientifica". Bisogna poi capire quanti dei nuovi registrati al voto andranno a votare e quanti verranno esclusi all'ultimo minuto. Questa variabile potrebbe cambiare parecchio il risultato.
Insieme al presidente si votano anche un sacco di altre cose, soprattutto referendum locali. Come questo in Massachussets che propone di abolire del tutto la tassa sul reddito. Oppure l'imperdibile referendum n. 2 della California che recita testualmente: "Requires that certain farm animals be allowed, for the majority of every day, to fully extend their limbs or wings, lie down, stand up and turn around. Limited exceptions apply." Poi ci dice anche l'impatto fiscale della proposta, ma basta farsi giuoco dei poveri californiani!

18 ottobre 2008

A che punto è la corsa? Chiedete a Saint Louis

Missouri, lo Stato che vota con gli americani (ovvero qui ha vinto sempre chi poi è risultato presidente tranne in un occasione). Oggi a Saint Louis c'erano 100mila persone per Obama. Wall street journal parla del più grande comizio della storia americana. In America non è come da noi che si spara, un milione, due milioni, di solito ci si prenota on line, oppure si comprano biglietti, ovvero, più o meno, un'idea vera di quanta gente è presente ce la si può fare (esempio: i 70-80 mila dello stadio di Denver da noi, in corteo, sono almeno 200mila). Ieri, a Roraoke, in una zona difficile della Virginia (il Nord, vicino a Washingtono è democratico, il Sud dovrebbe essere repubblicano), c'era una enorme quantità di gente. Sempre dal Wsj un pezzo sul Montana, Stato a guida democratica che vota repubblicano alle presidenziali. Qui Obama spende, anche se è indietro e i voti elettorali sono solo tre. Una cosa interessante e ovvia: la caccia è al voto del solito Reagan democrat e dunque negli spot, Obama che parla ha sempre dietro bianchi, cammina accanto a operai e così via. Non potrebbe essere altrimenti.

America 2012: l'ascesa dei populisti?

L'attuale campagna elettorale cominciò due anni fa, quando con le elezioni di mezzo termine si capì che il vento soffiava dalla parte dei democratici. Il sistema dei mass media e la natura stessa dei partiti americani fanno sì che si viva in un clima da campagna elettorale permanente. E così è lecito chiedersi che succederà dopo il 4 novembre in vista delle elezioni del 2012. Lo fa Steven Stark che in un articolo per RealClearPolitics si interroga sul dopo-voto. Se Obama perde, torna Hillary come leader dei democratici. E vabbè, fin qui nessuna previsione sconcertante. Ma se Obama vince invece che succede in campo repubblicano? I candidati delle primarie di quest'anno è difficile che continuino a stare sulla cresta dell'onda. Stark prevede invece un ritorno populista, più difficilmente alla sinistra di Obama e ancor più difficilmente dentro al partito repubblicano che queste cose le sa fare, ma sui temi etici non su quelli economici che saranno al centro dei prossimi anni. E così Stark si azzarda a dire che la star populista del prossimo millennio sarà addirittura l'anchorman Lou Dobbs della CNN che si è schierato contro il salvataggio finanziario ma anche contro l'immigrazione che è ritenuta una delle cause dei mutui subprime. Fantapolitica? Di sicuro ci sarà un vuoto a destra, e il populismo è un tema che andrà tenuto d'occhio.

17 ottobre 2008

Maschere di gomma, the ultimate sondaggio


Dimmi quante maschere per Hallowen vendi e ti dirò chi vince. Il più grande distributore di maschere dei candidati dice che nel 2004 Bush batté Kerry 2 a 1, Gore era indietro ma di poco e Clinton prese il 71 per cento. Oggi Obama ha il 61 per cento, ma manca ancora parecchio e le vendite di maschereper Hallowen aumentano negli ultimi giorni. Qui, un poll tracker della vendita di maschere (di un solo venditore)

Un nuovo Clinton o un nuovo Reagan?

La domanda sulla bocca di tutti gliossevatori è una di qelle che ci poniamo dall'inizio: gli Usa stanno entrando in una fase post reaganiana? E' finita la rivoluzione conservatrice? Oppure, come è accaduto al pur superpopolare Bill Clinton, per stare a galla bisognerà limitarsi a moderare le politiche che hanno caratterizzato l'ultimo trentennio? Ecco cosa ne pensa Ronald Brownstein sul Natonal Journal e cosa crede Amity Shlaes di Bloomberg (che vede in Joe l'idraulico il ritorno del fantasma di Reagan, giù le mani dalle mie tasche!). A giudicare dalla mappa elettorale e da come Obama ha cominicato a spendere anche in Stati inarrivabili dai democratici (Virginia e North Carolina, ma anche Georgia e persino Kentucky, guardate video e pezzo dal Guardian), è in corso un grande spostamento elettorale. Epocale, non contingente. Se questo si tradurrà in politiche diverse, in un nuovo inizio di qualcosa è da vedere. Obama avrebbe le caratteristiche (deve prima vincere naturalmente).
E cosa siginificherebbe passare ad una nuova fase? Ieri sera, intervistata dalla Pbs, Nancy Pelosi parlava dell'ambiente come elemento chiave per economia, politica estera (energy independence), salute, futuro, innovazione e competitività. Un New Deal ambientale potrebbe essere l'occasione per vedere qualcosa di nuovo in politica. Attenzione, pensateci un attimo, il conservatore David cameron è ambientalista, Sarkozy fa la voce grossa con l'Italia sulle emissioni...solo la politica italiana (tutta, ma proprio tutta) e Sarah Palin non riescono a farsi una ragione dell'idea che quello è il tema centrale del futuro.

Tutti a cena insieme, ci si diverte

Ieri sera (notte in Italia), i due candidati hanno partecipato a una cena di gala, la Al Smith dinner, che s svolge ogni anno di questi tempi e, nell'anno delle elezioni, vede la presenza dei candidati. I due parlano, ma devono ridere e far ridere, qualche battuta seria alla fine e dimostrazione di amicizia all'avversario.
Ecco il video dei due discorsi da Huffington, i due si prendono in giro, prendono in giro Clinton (presente) e così via. E' un po' avanspettacolo, ma è uno spettacolo civile. Obama dice, il mio nome non è Barack e non vengo dal Kenya, vengo da Krypto e sono qui per salvare il mondo, McCain replica, ho licenziato tutti i consulenti e ho preso Joe l'idraulico. Qua e la ci sono diverse battute azzeccate. Molto, ma molto meglio, del risotto di D'Alema e delle barzellette di Berlusconi. Questi a scrivere i discorsi e a preparare eventi c'hanno della gente che sa lavorare.

Peppe non fa lo stagnaro e non si chiama neanche Peppe


Incredibile, leggete qui. Si scopre che: a) negli Usa, in certi stati e in certe città, per fare l'idraulico ci vuole la licenza: a Toledo, dove Peppe lavora, ci vuole; b) Peppe non ha quella licenza e quindi, presumibilmente, fa un altro mestiere; C) Peppe si chiama Samuel, l'altro è un secondo nome. Niente dietrologie, compagni. Chissà, o fa l'idraulico di frodo a caccia di tubi e sanitari, oppure i democratici sono divenuti così scaltri da gettare fango su Joe senza pietà - grazie a un'offensiva mediatica costruita in meno di 24 ore - al fine di screditare lui e McCain (quasi lo speriamo: finalmente anche le mammolette democratiche giocano duro). Se fosse in Italia, comunque, lo avrebbero già scritturato per il Grande Fratello. (grazie a magister).

16 ottobre 2008

I toni rimangono pacati/3

I riformisti del futuro

"Una vera riformista", così McCain ha definito Sarah Palin nel dibattito di ieri sera. Battute a parte, è interessante sentire alcune delle cose dette da Obama sull'economia perchè presto le sentiremo dire anche ai riformisti di casa nostra, quelli veri del piddì. Per esempio, bisogna investire in sanità e stato sociale ora anche a costo di fare debiti perchè solo così si potrà risparmiare nel futuro. "Riforme e maggiori investimenti" sulla scuola vanno coniugati, non sono alternativi. Il libero commercio va bene, ma bisogna rinegoziare i trattati per proteggere i lavoratori e l'ambiente. "Accanto al piano di salvataggio finanziario serve il piano di salvataggio per la classe media". Si debbono tagliare i sussidi alle grandi imprese e chiedergli più soldi in tasse per poterle poi tagliare a chi guadagna di meno. Ed Obama le ha chiamate per nome le grandi imprese, dicendo anche quanti profitti hanno fatto. Insomma, meno ortodossia di mercato e più redistribuzione. Perchè Obama l'ha detto chiaramente: "bisogna spalmare la ricchezza". Ora che si dicono in America queste cose saranno permesse anche da noi?

Peppe lo stagnaro


Durante il dibattito di ieri sera John McCain si è rivolto a Joe "the plumber" per spiegargli come avrebbe risolto i suoi problemi. E' una persona che esiste sul serio, è quella che vedete in questa foto accanto a Obama: si chiama Joe Wurzelbacher e vive a Holland, Ohio. Joe ha detto a Obama che i suoi programmi in fatto di tasse lo avrebbero danneggiato, impedendogli di acquistare la società nellla quale è impiegato. McCain ha fatto divenire Joe il tema centrale del dibattito di ieri sera, rivolgendosi direttamente a lui e spiegandogli che McCain, da presidente, lo avrebbe sostenuto nei suoi progetti. Interrogato sulla vicenda, Joe ha trovato la faccenda "surreale".

La questione è la seguente: Obama vuole aumentare le tasse delle piccole imprese che guadagnano più di 250 mila dollari l'anno, che a suo dire sono solo il 5%. Per le altre, invece, una riduzione delle imposte. Evidentemente la società di Joe è in quel 5%. Obama ha definito questa sua scelta come un mezzo per la ridistribuzione di ricchezza. Joe non si è convinto.

Forse ha vinto Obama, McCain ha fatto bene


Ha attaccato senza usare argomenti bassi. John McCain ha incalzato Obama, sostenndo che alzerà le tasse e parlando direttamente con Joe l'idraulico dell'Ohio. Obama ha aspettato. Grandi differenze nei piani di soccorso a Main street, che già si conoscevano, e sull'aborto. Alla domanda sui giudici da nominare alla Corte suprema, Obama ha parlato della difficoltà dell'aborto e della necessità che sia la donna a scegliere, McCain si è detto ferocemente contrario, accusando Obama di essere un estremista in materia (così come di essere contro il libero commercio). Ma sull'economia, dove il democratico era in vantaggio, McCain non ha saputo sfondare, è stato conservaotre come non mai prima, ma forse oggi questo non è un Paese per conservatori. "Ho esperienza, sono un leader" (o "lui farà lotta di classe con le tasse") non sono argomenti forti. Le accuse, assolutamente lecite, non basse, non hanno funzionato. E il pubblico interrogato dai network Tv ha deciso che Obama ha vinto il dibattito anche stavolta. Anche stavolta ai punti. Le idee migliori e la battuta migliore, dal punto di vista di un incontro sul ring l'avrebbe vinto McCain. Se il dibattito fosse stato più duro, teso, la battuta "Io non sono Bush, potevi correre contro lui quattro anni fa" avrebbe fatto più effetto. Ma Obama ha scelto di non attaccare, nemmeno Sarah Palin. Per come sono messe le cose, evidentemente (e per quanto valgono i sondaggi fatti un minuto dopo) ha vinto lui.

Centosei anni, vive a Roma in convento. Le piace Obama

Ecco il video Cbs di questa vecchissima suora che ha votato a distanza per la seconda volta nella vita. Nata in New Hampshire, aveva votato in per Ike Eisenhower nel 1952. Poi basta. Stavolta ci si è messa di impegno, si è fatta registrare perché il ragazzo sembra capace e onesto. Edificante come poche cose.

Presidente Sarah

Ecco come sarebbe secondo questi umoristi del Web. Cliccate qua e la per l'ufficio ovale, ogni giorno nuovi giochini fino al giorno del voto.

15 ottobre 2008

Quattro ore all'ultimo match

Alle tre di notte ora italiana John McCain e Barack Obama incrociano i guantoni l'ultima volta. Il repubblicano, sembra, si prepari ad attaccare sui rapporti tra il democratico e William Ayers, l'ex Weather Underground, oggi professore. Sarebbe una scelta che fino adesso non ha fatto. A dire il vero non ne ha fatta nessuna: non ha puntato sull'economia, non ha fatto l'outsider come avrebbe potuto (così ha sbaragliato la concorrenza alle primarie dopo un inizio difficile), non ha fatto il conservatore se non scegliendo Palin. Politico racconta che c'è maretta nella campagna McCain sulla opportunità o meno di tornare su Jeremiah Wright, il pastore dal sermone infiammato un tempo ispiratore di Obama. McCain la considererebbe una specie di resa, la ammissione di essere in difficoltà. Palin e altri dicono che è ora di usare i mezzi serviti a Bush per battere McCain nelle primarie del 2000. Vedremo. Tutti chiedono, consigliano, invocano una scelta da parte di McCain: fai capire che campagna farai da qui al 4 novembre. Sarà il tentativo di far votare i moderati contro Obama e galvanizzare la propria base o quello di convincere i moderati che l'uomo giusto è lui?
Un memo della campagna democratica spiega che il senatore terrà - avrebbe intenzione di tenere - lo stesso tono dei precedenti dibattiti. C'è la crisi, io so mantenere la calma, sono presidenziabile. In più dalla sua ha un piano economico per intervenire nella crisi (nel dibattito dopo il crollo di Wall street i due si erano sfilati sul tema). Anche McCain ne ha uno, e su quello i due dovranno tentare di essere convincenti. Se non succede niente di clamoroso, il 4 novembre si vince su quello.
A dopo...

Come potrebbe cambiare la geografia del voto

A guardare la mappa qui accanto, è possibile che Obama sfondi in quegli stati dell'Ovest che passarono ai repubblicani con Reagan e non sono più tornati indietro. Non che si preveda una valanga di voti democratici all'Ovest, ma qualcosa sta cambiando: come ci racconta quest'articolo, i nuovi democratici dell'Ovest hanno declinato le loro idee sulla base delle tradizioni dei luoghi da cui provengono. Dall'altra parte del paese, in Florida, anche il voto degli anziani potrebbe non bastare a compensare l'aumento del voto giovanile, in gran parte indirizzato verso i democratici. In più, i pensionati, attraverso i fondi pensione, sono tra quelli che più risentono della crisi finanziaria. Ecco un articolo del Washington Post che ci racconta come la pensano. La registrazione in massa di nuovi (e spesso giovani) elettori democratici negli stati chiave è oramai l'ultimo vero obiettivo dei repubblicani che, come conferma questa storia sull'Ohio, oramai tentano disperatamente di eliminare dalla contesa più nuovi iscritti al voto possibili. L'altra posta in gioco che non bisogna sottovalutare è quella del Congresso: se i democratici arrivano a quota 60 senatori potranno superare l'ostruzionismo dei repubblicani e portare avanti molto più facilmente il loro programma. Un articolo dell'ABC ci spiega come stanno andando le gare chiave: piuttosto male per i repubblicani.

I toni rimangono pacati/2

Curiosità inutili? Eccone un paio


Obama sta straspendendo in ogni forma di pubblicità. In alcuni Stati chiave è ovunque, sui siti dei giornali, in Tv, al cinema. Ha una montagna di soldi e li spende. Non proprio un bello spettacolo, ma finché la politica è organizzata in questo modo, lo strumento nazionale è la Tv (e la rete). Forse non tutti sanno che...Obama compare anche nei videogiochi. Ci sono due o tre successi di vendita (tipo la nuova edizione della NFL, la National football league) dove sui cartelloni pubblicitari dello stadio c'è la foto di Obama e la scritta Change we believe in...Cosa non si fa per raggiungere i giovani. Sul fronte delgi avversari, un'impresa ha invece messo in vendita una finta parrucca modello Palin. Non mi pare un look particolarmente originale, ma tant'è. L'immagine l'avevate già vista, suppongo. E' piena la rete, ma anche le strade. Sotto alla casa dove abito, c'è un negozio di colori, cartoncini e varie per professionisti della grafica. Sul muro esterno hanno attaccato sei enormi Obama/Lincoln di tutti i colori. Nel negozio accanto, vestiti di cattiva qualità per afroamericani stile rapper senza soldi (siamo a Jersey city, mica a Manhattan) campeggiano le magliette Obama-Dr. King e The next presidential family.

Non ci stuferemo mai di..

.. segnalare articoli che parlano della fine dell'era Thatcher/Reagan (anche se adesso il gioco è fin troppo facile). L'ultimo in ordine di tempo è quello di Harold Meyerson. Fa piacere segnalarlo in relazione al post qui sotto, perché è cominciata la grande fuga degli intellettuali conservatori. Così l'inizio dell'articolo di Meyerson:

In 1949, a number of famous writers, among them Arthur Koestler, André Gide, Richard Wright, Stephen Spender and Ignazio Silone, wrote essays explaining why they were no longer communists. The essays were collected in a volume entitled "The God That Failed."

Adesso tocca ai liberisti/conservatori che l'America ha prodotto negli ultimi decenni. Come al solito il pensiero va anche alle dirigenze della sinistra ed ex-sinistra italiana: quelle minoritarie e implose su se stesse, che non riescono a utilizzare voce e pensiero per andare oltre la cerchia degli amici dei parenti e della rivendicazione di identità; a quelle che hanno sudato mille camicie per farsi accogliere nei salotti buoni della finanza e dell'economia (in cerca di perdono per il proprio passato), per poi scoprire che i divani di questo benedetto salotto erano in pelle finta. La chiamavano terza via. Mai come oggi la sinistra potrebbe invece attaccare, occupare spazi, organizzare, rivendicare..
Nel frattempo, qui il link che ci spiega come potrebbe nascere un nuovo scandalo attorno alla Palin, questa volta addirittura con un epicentro italiano.

Panico conservatore, Buckley jr. lascia la rivista del padre

Già, ma che vuole dire questo titolo? Niente per chi non è ossessionato dalla politica Usa. Christopher Buckley è il figlio di William, fondatore della National Review, il giornale conservatore (non neocon, tradizionalmente conservatore). Due o tre giorni fa Buckley ha appoggiato Obama, ieri, dopo la pioggia di mail arrivate al giornale, ha deciso di lasciare. "Sono triste ma non troppo, non mi è chiaro cosa sia il movimento conservatore di questi tempi". In questi anni, spiega nel suo addio, i conservatori hanno moltiplicato il deficit e fatto molte altre cose non nella loro natura. Ecco l'articolo di Buckley pro Obama (McCain gli sembra non autentico, per aver cambiato modo di essere rispetto alla sua natura) ed ecco le dimissioni. Il movimento conservatore è abbastanza frastornato: la crisi, le guerre perse, il deficit, il piano Paulson. Che ne sarà di questa potenza politica americana? Ecco l'articolo di endorsement (Scusa papà, voto per Obama) e quello di dimissioni (Scusa papi, mi hanno licenziato).

I toni rimangono pacati

14 ottobre 2008

Con questo deficit che farà il prossimo presidente?

E' una delle domande ricorrenti, specie tra i liberal che sperano/speravano che una eventuale vittoria di Obama potesse spianare la strada a una nuova stagione di keynesismo (infrastrutture, welfare, ricerca in energie alternative). Quando venne eletto, anche Bill Clinton aveva delle idee un po' di sinistra. Poi non se ne fece quasi nulla. E oggi? Questo post di Robert Reich, che della prima amministrazione Clinton è stato Segretario al lavoro, sostiene che le cose sono diverse. Fondamentalmente, l'idea di Reich è che la crisi economica è tale e il Paese così indietro su molti fronti (infrastrutture, scuola, sanità) che possenti investimenti in economia, mirati e pensati per il lungo periodo, possano fare la differenza a prescindere dal deficit. "Anche una famiglia sa che fare debiti per mandare il figlio a scuola è diverso che non farli per andare in crociera", scrive Reich. L'esempio è perfetto. E' una tesi che ha espresso, prima della fusione di Wall street, anche il premio Nobel per l'economia Paul Krugman sul New York Times. In un articolo di molti mesi fa, Krugman diceva: i democratici non siano così stupidi da mettersi a ripianare il buco fatto dai repubblicani. Chi ha fatto il danno lo aggiusti, quando e se tornerà al potere. Attenzione, uno più liberal e l'altro meno, ma nessuno è un'estremista. E' che dopo anni di mazzate, si scopre che avevano ragione loro e non gli altri.

Parla ai tuoi di John McCain, brilliant

Si sa, gli over 65 sono la categoria che voterà di più per il senatore repubblicano. E allora MoveOn scherza sulla cosa producendo uno spot che andrà su Mtv e Comedy central per parlare ai giovani. Il gioco è il seguente: i figli parlano del voto a McCain come fossero i genitori che si aprono ai figli su sesso (o droga o alcol). Carino. I ragazzi sono star di una serie chiamata Gossip girl.

Deficit o non deficit? La battaglia tra i democratici

Torna il Big Government. David Brooks del New York Times ragiona attorno al tema del deficit, supponendo che alla Casa bianca siederà Barack Obama. Vale veramente la pena seguire il ragionamento.

Il deficit nel 2009 dovrebbe essere attorno al 5% del prodotto interno lordo, se non di più, ed è ovviamente destinato a crescere attraverso 4 sentieri. 1) Dopo quello per Wall Street, arriverà il turno del bailout per l'economia reale (settore automobilistico, compagnie aeree ecc. ecc.); 2) varo di pacchetti della più varia natura per lo stimolo dei consumi; 3) intervento pubblico per investire in infrastrutture e sostegno a sviluppo e ricerca in determinati settori, come quello dell'energia pulita; 4) riduzione delle tasse per la middle class, come promesso da Obama.

Eventualmente, un 5 punto: la riforma del sistema sanitario nazionale. Quel 5% di deficit in rapporto al Pil è quindi destinato a crescere, anche a seconda di chi prevarrà in un'eventuale amministrazione democratica, i "liberal" o "i conservatori fiscali" alla Rubin (l'ex Segretario al Tesoro dell'Amministrazione Clinton). Per Brooks - che ovviamente vede la cosa con grande allarme - vincerebbero i "liberal", in quanto maggioranza tra i democratici del futuro Congresso; inoltre la drammaticità del momento li aiuterebbe nel tentare di affossare per sempre la cultura economica liberista/conservatrice.

13 ottobre 2008

Un piano per la crisi (e un po' di sobrietà)

Uno dei punti deboli di Obama e McCain nei dibatti è stata la vaghezza sulle risposte da dare al precipitare della crisi economica. Il repubblicano aveva annunciato un pacchetto di proposte, ora dice di aspettare ancora qualche giorno (forse mercoledì durante il dibattito). In compenso ha spiegato di sapere di essere indietro ed aggiuto di essere pronto a combattere. Obama ha invece detto qualcosa nell'Ohio in crisi. Tagli alle tasse per le imprese che assumono, credito alle piccole imprese, ricontrattazione dei mutui, moratoria di nove mesi per il riscatto delle case da parte delle banche. A Toledo, Obama è stato abbastanza populista (My plan is made of four letters: J-O-B-S, ha detto) ma anche ispirato. Dopo aver illustrato il piano ha parlato del futuro: basta spendere a credito, basta indebitarsi, usciti dalla crisi, gli americani dovranno reimparare a risparmiare. “Non tutti si indebitano perché scelgono di farlo, ma abbiamo visto cosa vuol dire per il Paese vivere così". Non basterà Obama a cambiare un'abitudine radicata nella società americana, ma che ne cominci a parlare è confortante. Un po' di finanza in meno e un po' di ambiente in più non sono un brutto programma. Qui il video del discorso di Obama a Toledo, alla stessa pagina anche il comizio di McCain.

Hill&Bill a cavallo di Obama (e viceversa)



Non sembrava un comizio per il presidente Obama. C'era Joe Biden oggi a Scranton, certo, ma soprattutto c'era l'ex coppia reale. In fila, tra la gente diretta al palasport (campo da calcetto sintetico coperto, sono irlandesi da queste parti) non ci sono quasi neri o latinos. Tante magliette del sindacato, tante camicie a scacchi, tante spille Hillary sent me, la campagna messa su dalla senatrice per mostrare quanto pesa in certi Stati. La gente è qui per lei e lui, ma, a giuducare dalle chiacchiere fatte con un po' di gente, si è convinta a votare Obama. Non siamo nell'epicentro della crisi e nemmeno - a giudicare da Scranton, non abbiamo girato molto - in una città semi morta da deindustrializzazione come pure ce ne sono nel midwest e in alcuni Stati del Sud.
Cosa hanno detto i due? Semplice: andate a votare, fatelo per voi. America will rise from the ashes of the bushes (L'america risorgerà dalle ceneri dei Bush, che siginifica anche cespugli e quindi in inglese suona molto meglio, è una delle battute azzaccate). Bill parla del nipote e chiede alla platea "Che mondo gli lasciamo?". I due sanno parlare alla loro gente come pochi. Niente giovani, niente fighetti, niente diversità: questa è la vecchia America industriale che non sa bene dove andare ma si fida di Bill&Hill. Quando c'erano loro stavo meglio. Lo dice una signora sulla sessantina, che promette che andrà lo stesso a votare. Biden le è piaciuto. Da domani i Clinton batteranno Ohio, Florida e Virginia per il K.O. (una notazione personale, quanto suona strana la foto dei Clinton sul palco con la scritta Change?)

12 ottobre 2008

Sassolini..

..che escono (giustamente) dalle scarpe. E se il Nobel per l'economia domani andasse a Lord Keynes? La richiesta arriva da "sbilanciamoci.info", con allegata la famosa lettera che Keynes scrisse al presidente Roosevelt nel dicembre 1933. Have your fun.

Editoriali di fine di mondo

La domenica, magari con la calma e la quiete che la festa comandata ci regala, si guarda ai commenti e alle analisi di questi giorni. Titoli epici, in un'epoca effettivamente fuori dall'ordinario. Ecco un rassegna degli editoriali "fine di mondo".

A riprova che i conservatori realisti sono spesso i più lucidi nei momenti di crisi, va segnalato l'editoriale di Sergio Romano sul Corriere, che gioca su quattro fronti: 1) l'America è stata interventista - producendo danni - sul fronte della politica estera; 2) l'America è stata non interventista - producendo danni - sul piano finanziario; 3) parte oggi la corsa delle grandi/medie potenze alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, costretto a nascere sulle ceneri del tentativo americano di creare un "new global order"; 4) l'Europa appare sempre balbettante e divisa, persino oggi.

Irwin Stelzer, invece, è un economista americano di base in Gran bretagna ed è uno dei principali commentatori per la neoconservatrice Weekly Standard: il suo articolo ci parla della fine dell'era del libero (liberissimo) movimento di capitali, merci e forza lavoro. Il commiato è pieno di rammarico ma anche di realismo, una dote che i neocon non hanno mai posseduto (raramente un gruppo di intellettuali fu schiantato dalla realtà in un tempo così breve).

In ultimo, gli israeliani di Debkafile (molto vicini ai servizi segreti di Tel Aviv) con un titolo fin troppo chiaro: "
Rescue the Old World Financial Order or Build a New One". L'articolo ci ricorda l'essenziale: 1) dopo 30 anni di filosofia libero-mercatista il G7 si spende a favore della nazionalizzazione (parziale) del sistema finanziario globale. Inaudito; 2) l'iniezione di capitale per continuare a sostenere il credito non funziona perché è finita la fiducia nell'intero sistema; 3) non si sa come ricostruire questa fiducia sulla base di un regolare funzionamento del mercato perché non si sa chi, come e quando potrebbe riscrivere le regole, cioé un nuovo patto tra gli attori del mercato (un patto che, al momento, non ha garanti credibili). A quanto pare il più sincero sulla faccenda è stato Silvio Berlusconi (citato sempre da Debka):

The only Western leader to address this problem (quello della crisi di fiducia, ndr) head-on was Italian prime minister Silvio Berlusconi. At a government session in Rome, Oct. 10, he revealed: “The idea of suspending the markets for the time it takes to rewrite new rules is being discussed.” Berlusconi added: “They can’t just be for one country, or even just for Europe, but global.” This remark was quickly retracted after a phone call from the White House in Washington, according to our sources, because it opens up the even more problematic question of who is competent to lead the rewriting of the rules. However, the IMF, high priest of the gospel that the market knows best, has already turned around and is calling for more international regulation and oversight on global finance, a further retreat from its basic tenets.

Pennsylvania on their mind

Oggi e domani sono i giorni della Pennsylvania. Oggi quattro rapidi stop, quartiere per quartiere, per Obama a Philadelphia. Domani (domenica) si confrontano McCain-Palin da una parte, Hill&Bill più Joe dall'altra. Lo Stato sembra in mani democratiche, qui vinse anche Kerry. La discesa della coppia reale accanto a Biden suonano come uno sforzo finale di imbarcare i lavoratori bianchi del midwest. Clinton (Bill) andrà anche in Ohio nei prossimi giorni. Ieri il governatore Rendell, che ha sostenuto Hillary fino alla fine, ha detto che a Obama serve un'enorme partecipazione al voto per prendesi lo Stato. Sembra esagerato. Quello a cui stiamo assistendo, però, è il tentativo democratico di farla finita con i Reagan democrats, quei lavoratori bianchi in difficoltà che da trent'anni scelgono di votare su questioni identitarie, morali e contro i loro interessi. A meno di sorprese clamorose, colpi di scena, inettitudine totale dei sondaggisti e di chi segue il processo elettorale (compresi noi), l'ultima questione da risolvere per Obama è questa. Se ci riuscisse con dei numeri consistenti, se portasse a casa molti voti di maschi bianchi - più di quelli che gli bastano per vincere - per i repubblicani comincerebbe un calvario. Dovrebbero reinventare una coalizione vincente. Domani vedremo i Clinton e parleremo con qualche esemplare bianco della Pennsylvania. Vi sapremo dire.

11 ottobre 2008

Storie di paese: abuso di potere di Palin, tegole sulla testa di McCain

Quando hanno scelto Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza non hanno studiato abbastanza il suo curriculum. E' una cosa che si fa, la politica americana tende a punire gli errori del passato (almeno quando si è candidati alla presidenza). La notizia che la commissione d'inchiesta dell'Assemblea dell'Alaska ha deciso che il pit-bull con il rossetto ha abusato di potere nel premere per il licenziamento del capo della polizia. Monegan, così si chiama, era stato licenziato, per contrasti su questioni di bilancio. Questa almeno la versione ufficiale, lui ha sempre sostenuto di essere stato vittima di una disputa interna alla famiglia e di pressioni indirette da parte del marito Todd e di altri collaboratori per spingerlo a licenziare un agente di polizia, Mike Wooten, ex marito dalla sorella della governatrice con la quale litigava per la custodia dei figli. Palin poteva licenziare Monegan, non ha abusato in quello, ma nel premere perché “crea conflitti di interesse tra i subordinati messi nella condizione di entrare in contrasto con i superiori o fare ciò che dovrebbero" (così più o meno recita il rapporto). L'Alaska è piccola, la gente mormora.
Il guaio per McCain è che la vicenda è cominciata prima della sua scelta. Ovvero, ha scelto d'istinto e non con giudizio. E' l'ultima tegola? Forse no, l'economia si mangia i titoli di giornale e la campagna McCain ha scelto di non collaborare con l'inchiesta dal momento in cui Palin è stata candidata. La risposta sta in un memo della campagan McCain che smonta il rapporto che sostiene essere un prodotto di sostenitori di Obama.

10 ottobre 2008

Rancore repubblicano

La politica non è il tema del giorno. Wall street sta recuperando terreno dopo uno scivolone mattutino. Ma l'indice Dow jones resta molto sotto quota 10mila. Il panico si impossessa a ondate della Borsa, ma non dura a lungo. Si scivola senza precipitare. Il prossimo appuntamento cruciale è l'incontro della Banca mondiale a Washington, poi verrà il G8 straordinario. Volendo parlare di politica, il tema del giorno è il rancore della base del partito repubblicano ai comizi di McCain. I sostenitori del Grand Old Party non riescono a far pace con l'idea di subire una sconfitta e pensano sia giunta l'ora di tirare fuori le lame. Basta attacchi con i fiori, è ora di riprovare Barack Osama, scomodare il reverendo Wright ed evocare il socialismo. Le riprese di un comizio di McCain e Palin in Wisconsin girano sulle televisioni all-news da due giorni. McCain ricorda ai simpatizzanti repubblicani che Obama è un "prodotto della macchina politica di Chicago", ricorda che con i suoi "co-conspiratori" del Congresso è tra i responsabili della crisi finanziaria, ricorda che Obama non dice la verità sui suoi rapporti con l'ex weatherman Bill Ayers. Ci sono le accuse negli interventi dal pubblico. Obama è un terrorista!, Un maledetto bugiardo, stiamo per consegnare l'America ad un socialista! Così almeno urla un uomo "pazzo di rabbia" per il successo della campagna di Obama, "quando avete gente come Obama, Nancy Pelosi e il resto dei teppisti a comandare il Paese è giunto il momento di farsi fare una perizia psichiatrica". Qui il servizio Cnn con un'ampia sintesi del comizio del giorno. Il teatro non sembra allestito da McCain, costretto a oscillare tra una base che non gli somiglia e corteggiare l'elettorato moderato e indipendente che solo lui nel suo partito avrebbe le carte per attrarre. Una prova difficile da sostenere, come quella di dover prendere le distanze ma non troppo dalla presidenza Bush. Il rancore della platea, nota un lungo servizio di Politico sull'episodio è il segnale dell'odore di sconfitta che i repubblicani avvertono. In altre occasioni gli attacchi agli avversari sono scherzosi, li ridicolizzano. Non ieri.

La fine del capitalismo americano? Problemi di scenario

I titoli sono sempre eccessivi, in questi giorni: lo sono stati anche in altre epoche. Dal blog Electoral-vote.com una sintesi di quello che appare oggi sui giornali ma che vale la pena segnalare partendo dal Washington Post, che usa esattamente questi toni drammatici. Esiste la possibilità che lo stato si debba occupare anche del salvataggio del settore automobilistico? In questo nostro vecchio post trovate il riferimento ai provvedimenti che il Congresso ha già varato in soccorso del settore; qui l'altra spaventosa ipotesi che spiega che tipo di situazioni si troverà di fronte il prossimo presidente (ecco il link a un altro articolo del Washington Post su questo problema, e qui un altro link interessante):


The Bush administration has turned the budget surpluses inherited from Bill Clinton into massive deficits financed by borrowing money from foreigners, especially in Asia. This means that Asian countries, especially China, own hundreds of billions of dollars worth of treasury bills. Now suppose the Chinese government decides it wants to get into the car manufacturing business so it makes a deal with Toyota, now the world's largest car manufacturer, to buy GM outright for a song and move its factories to China to be operated by Toyota.

All they keep is the U.S. dealer network and millions of American jobs are lost. If the next President nixes the purchase of GM, the Chinese sell their treasury bills and the dollar collapses. This is not science fiction any more. Which candidate is better prepared to deal with stuff like this could determine the election.