31 marzo 2008

Il cervello di Bush torna a dare consigli ai democratici


Su Newsweek i cinque consigli di Karl Rove a Barack Obama e Hillary Clinton su come vincere le primarie a Denver. Poche grandi idee e tanta tecnica congressuale. La politica Usa, per come la vede l'architetto - che qualche soddisfazione se l'è pure tolta negi ultimi dieci anni - somiglia molto alla vecchia Democrazia cristiana delle correnti più, e questa è la parte nuova, un'abile gestione dei media. La scelta di Hillary Clinton di arrivare in fondo nonostante le pressioni montanti del partito, sembra poggiare proprio sull'idea che, nei corridoi di Denver, gli scaltri clintonians sappiano gestire la situazione meglio che non gli ingenui seguaci di Obama. La strategia di vincere nei caucus e negli Stati piccoli, che non è casuale ma cercata dalla campagna del senatore dell'Illinois che sapeva di avere meno possibilità nei grandi Stati democratici, sembra suggerire che anche nel club di Obama ci sia gente scaltra e abile. A questo proposito ecco un'analisi delle posizioni dei superdelegati fatta da Politico. E a proposito di superdelegati, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, una freshwoman, ha scelto di appoggiare Obama e, sembra che i sei rappresentanti della North Carolina a Washington faranno lo stesso prima delle primarie di quello Stato (ecco la cronaca del Wall street journal). Non chiederti per chi suona la campana, verrebbe da dire.

29 marzo 2008

Barack Obama sulla regolamentazione dei mercati

Ancora sul New Deal e la regolamentazione dei mercati

A Paul Krugman non piace Barack Obama. Lo scrive anche oggi Marco D'Eramo su il Manifesto. Anzi, D'Eramo sostiene che agli economisti di sinistra in genere non piace Obama. Ecco due risposte a Krugman e D'Eramo, interessanti perché vengono da due media che negli Stati Uniti sono considerati di sinistra. La prima viene dalla rivista dei liberal American prospect, la seconda da Mother Jones. Lo spunto è il discorso di Obama sull'economia di giovedì scorso (il video è qua sopra)

Come ci si sente quando si perde a novembre? Chiedetelo a McGovern (e intanto il freshman senatore Casey sceglie Obama)


Che succede a un uomo (o a una donna) che ha girato per mesi inseguito dall'attenzione dei media e della gente quando le elezioni passano e si arriva secondi? “Quando smette di fare male", chiese il candidato repubblicano sconfitto Barry Goldwater a George McGovern, sconfitto quattro anni prima. “Te lo dirò quando succede" fu la risposta. Quella di McGovern è la campagna che qualsiasi senior della politica Usa cita quando analizza la vicenda di Barack Obama. E proprio il candidato del 1968, assieme agli altri sconfitti ancora in vita, è andato a pescare The Guardian per farsi raccontare com'è perdere la presidenza degli Stati Uniti. Una bella lettura. E a proposito di Obama, il senatore Casey della Pennsylvania lo appoggia. Un altro superdelegate - che aveva promesso di restare neutrale - e qualche sostegno pratico in uno Stato duro da spuntare quanto il New Jersey. Qui Clinton conta sul governatore Rendell e sul potente John Murtha, oppositore della guerra e mago del pork barrel spending (le spese della porcilaia, quelle che si fanno per beneficiare il proprio collegio, utili o inutili che siano). Ecco le dichiarazioni di Casey, da neutrale e da schierato

28 marzo 2008

Cinque anni di guerra: un ultimo spunto grazie a Andrew Bacevich

E' stato il ritorno della politica estera: mentre si celebrava l'anniversario di cinque anni di campagna irachena, si è superata la barriera dei 4 mila morti americani. Non solo: è stata anche la settimana dell'economia, e questo varrà per la prossima e quella dopo ancora (qui un articolo - in italiano, di Valentina Pasquali - di riassunto delle posizioni di McCain, Obama e Clinton su come far fronte alla crisi). Tutti hanno detto la loro e McCain l'altro ieri ha fatto il suo bel discorso: il solito cumulo di banalità sul soldato che odia la guerra ma la deve fare perché ama la libertà (qui un sunto in italiano); per capire McCain vale l'articolo di Lieven che abbiamo segnalato ieri.

Abbiamo anche citato un intervento di Andrew Bacevich, un professore della Boston University e un conservatore realista (contro la guerra in Iraq fin dal principio). E' autore di un testo importante, "The New American Militarism" (qui un estratto), che spiega con intelligenza il percorso culturale e politico attraverso il quale il militarismo patriottico è divenuto cemento culturale della coalizione conservatrice di Reagan. L'anno scorso Andrew Bacevich ha perso un figlio di 27 anni nella guerra irachena, morto a causa dell'esplosione di una bomba. subito dopo ha scritto un articolo - l'ennesimo - contro l'intervento, al tempo stesso lucido e toccante. Si intitolava "I Lost My Son to a War I Oppose. We Were Both Doing Our Duty".

27 marzo 2008

Più lavoro e case meno care: l'America va a Sud


Non è una novità di quest'anno, ma il dato comincia ad essere stabile: gli americani, che si sa, hanno il dono della mobilità, si stanno spostando a Sud (e a Ovest). I dati diffusi ieri dal Census Bureau sono inequivocabili. Quattro città texane sono tra quelle dove la popolazione è aumentata di più tra luglio 2006 e luglio 2007. Dallas vince con 162mila abitanti in più, ma nelle prime dieci ci sono anche Houston, Austin e San Antonio. Atlanta (Georgia) e Phoenix (Arizona) sono seconda e terza per crescita con +132mila e +110mila. Sono numeri imponenti, anche per grandi città. Tra le città dove la popolazione è cresciuta 27 erano a Sud e 20 nell'Ovest. Nessuna nel Nordest. Detroit, Pittsburgh, Cleveland sono le città da dove se ne è andata più gente. A spingere la gente verso Sud è la buona salute dell'economia e i prezzi più bassi delle case. In Texas (ma attenzione è un ricordo personale) ci sono anche le tasse tra le più basse dell'Unione. A New Orleans la popolazione è cresciuta 40mila persone dopo il crollo di 290mila unità. I dati completi sul sito del Census Bureau

I conservatori, McCain, Obama e la coalizione da costruire


I sondaggi segnalati nel post qui sotto (il triangolo 2) segnalano che John McCain può puntare a raccogliere consensi tra i democratici delusi dalla nomination (gli orfani di Hillary o di Barack). Nel Grand Old Party ci sperano, come scrive Politico. Due articoli di questi giorni segnalano invece una strana scelta, inversa, fatta da alcuni ambienti conservatori impauriti dall'ipotesi di una presidenza McCain. Un segnale che la coalizione conservatrice è meno solida di quanto cerca di raffigurare dopo la nomination de-facto del senatore dell'Arizona. Anatol Lieven della New America Foundation scrive sul Financial Times che bisogna avere paura di un McCain presidente perché da conservatore responsabile ha aderito all'idea di esportare a mazzate la democrazia nel mondo. Andrew J. Bacevich, scrive invece sull'American conservative che scegliere Obama serve a prendere finalmente le distanze dagli anni della presidenza Bush. Non è McCain l'uomo in grado di tornare al vero conservatorismo (più sobrio, isolazionista e all'antica di quello neocon), specie in politica estera. La rivista fondata da Pat Buchanan decide insomma di schierarsi con il più liberal tra i senatori Usa. Segno che Obama può essere un personaggio che unisce nonostante sia progressista (cosa sulla quale si interroga Robin Toner sul New York Times). Segno che, come scrive più o meno lo stesso Toner, l'assunto che per unire bisogna costruire una coalizione centrista comincia ad essere superato dalla storia. Alleluja!

26 marzo 2008

Il triangolo no/2. Un sondaggio Gallup mostra i rischi della guerra tra democratici

La Gallup oggi pubblica un sondaggio secondo il quale il 28% dei sostenitori della Clinton voterebbe per McCain se Obama fosse il candidato democratico alle presidenziali di novembre; nel caso contrario sarebbero il 19% degli elettori di Obama a spostarsi verso il partito repubblicano. Un effetto di queste primarie al veleno, ma il dato andrebbe verificato di nuovo una volta concluse. Più il gioco si fa duro tra i democratici, meglio è per McCain. Come si evidenzia nel post qui sotto e come ha dimostrato la vicenda del reverendo Wright, il rischio è la perdita di credibilità di chiunque arrivi a confrontarsi con McCain. Qui un articolo, come al solito equilibrato, di Tomasky del Guardian sulle strategie del prossimo mese della Clinton (la candidata attualmente con meno frecce al proprio arco), e qui un articolo preoccupato di Maureen Dowd sulla strategia che avrebbe adottato Hillary Clinton: muoia Sansone con tutti i filistei (meglio McCain di quello lì).

Hillary, gli snipers e il telefono rosso. Una rassegna di vignette


Alla fine Hillary Clinton ha dovuto ammettere di aver un po' esagerato. Il suo racconto sulla visita a Tuzla nel 1996 non era esattamente coincidente con quanto le era davvero capitato. L'ex first lady ha citato quell'episodio - la discesa in elicottero in Bosnia tra i colpi di sniper, la corsa, il pericolo - per dimostrare che è lei la persona adatta a rispondere al telefono alle 3 di notte “from day one", dal primo giorno di presidenza. Dopo che la diffusione della sua agenda degli anni alla Casa Bianca ha più o meno mostrato che sulla pace in Nord Irlanda non c'è stato un suo intervento fondamentale, la Cbs ha fatto il brutto scherzo di ritrovare il video dello sbarco dell'allora ex first lady a Tuzla: sorrisi, bambini e nessuno sniper a sparare. Clinton aveva anche spiegato che la sicurezza di Bill aveva rinviato una visita in Bosnia di poco precedente a causa dei pericoli. Poi si è scoperto che il pericolo era il vento che soffiava troppo forte. Slate dedica una rassegna di vignette alla senatrice di New York e ai suoi guai

Non è il 1929, è il 1930

Nel caso vi foste distratti a Pasqua, vi riportiamo qui l'editoriale di Paul Krugman apparso il 21 marzo sul New York Times, che ci ricorda che non rischiamo di andare incontro a un nuovo 1929, perché è già il 1930. Le banche stanno già fallendo e la gente mette i soldi sotto al materasso come allora: nel 1930 questo avveniva in senso letterale, oggi si spostano gli investimenti sui buoni del tesoro. In modo da contrarre ancora di più il sistema finanziario, il quale va semplicemente messo sotto controllo, con nuove regole decise dal legislatore. Alla Fed Bernanke fa il possibile per fermare il circolo vizioso, i paracaduti sono più solidi del 1929, ma l'atterraggio sarà duro, e ancora non sono falliti tutti gli istituti finanziari che sono destinati a soccombere.

Qui il suo editoriale del 24 marzo. Si chiede, vista la gravità della situazione, perchè i candidati democratici non abbiano già trasformato la questione nel grande, unico (o quasi) tema della campagna elettorale. Krugman ha orribili sospetti.

Il New New Deal/3

Il 9 aprile si terrà a Washington una conferenza organizzata dal "Franklin and Eleanor Roosevelt Institute" e la "Roosevelt Institution", con la collaborazione di The Nation, The Economic Policy Institute, Demos, The America Prospect.. e molti altri. Gli "speaker" sono importanti, e coprono un raggio ampio delle correnti culturali progressiste e liberal. Ci sono nomi vicino alla Clinton, a Obama, e altri decisamente moderati e altri ancora notoriamente radicali. Potrebbe essere una appuntamento importante. Ve ne daremo conto.

Il New New Deal/2

Ieri si diceva New New Deal (guarda il post qui sotto). Ecco, in cinque righe, il senso di questo slogan (da "A New New Deal" di Harold Meyerson, apparso su "The American Prospect" on line del 21 marzo):

Commit the government to doing all in its power to generate broad-based prosperity, through laws enabling workers to bargain collectively, through a massive public commitment to projects "greening" the economy, through provision of universal health coverage and affordable college educations. These are themes that should be central to the candidacies of Barack Obama and Hillary Clinton. If the Democrats are to win this year and then govern effectively, they need to offer a new New Deal to the American people.

25 marzo 2008

Crisi economica, la sinistra e i liberal per un new New Deal

La rivoluzione conservatrice ne ha demolito le fondamente, ma cos'era, cosa possiamo usare e cosa è andato storto nella risposta roosveltiana al 1929? The Nation dedica la copertina dell'ultimo numero alla proposta e invita una decina di studiosi, leader politici e commentatori a ripensare il New Deal. American prospect è uscita con un numero speciale, la tesi di fondo è che il welfare di un tempo accompagnava i giovani a entrare nella middle class mentre oggi le protezioni servono ad aiutare poveri e anziani. Dietro la frase che ci accompagna da un decennio: per la prima volta da decenni i figli staranno peggio dei padri. I figli cominciano ad essere grandicelli, votano e pongono il problema. Se la crisi è dura come avvertono in molti e la middle class che ha investito i suoi risparmi in borsa finirà a gambe all'aria (più di quanto non sia già) si tornerà a parlare di intervento pubblico in economia. E' un discorso tabù dall'elezione di Margaret Thatcher, l'anno prossimo fanno trent'anni.

Blackcommentator.com sul discorso di Obama

The Black Commentator è un settimanale on-line nato nel 2002 che riunisce attivisti e studiosi afroamericani; nel suo board troviamo protagonisti di primo piano della storia del movimento, membri di gruppi e associazioni che vanno dal NAAPC al Black Radical Congress.
Qui trovate 14 brevi commenti del suo board editoriale sul discorso di Obama. Il tono generale è di approvazione - più o meno convinta - a volte di critica (è il caso di Larry Pinkney, un ex delle Pantere Nere), altre di scetticismo. Dategli un'occhiata.

24 marzo 2008

Quattromila soldati e centinaia di migliaia di iracheni

Quando si viaggia negli States, quando si ascoltano i discorsi dei politici Usa sull'Iraq c'è una cosa che colpisce: l'Iraq e gli iracheni non esistono o quasi. La guerra, il ritiro completo o la permanenza di truppe sono un problema di quanti militari morti e/o di quanto è pericoloso andarsene per gli interessi e la sicurezza interna Usa. Senza cambiare attitudine sarà difficile che la percezione degli Stati Uniti nel mondo migliori. Pasqua è stata l'occasione per una nuova carneficina a Baghdad e dintorni: 54 morti tra militari Usa (4, toccata la nuova soglia psicologica di 4mila), civili iracheni e miliziani sunniti. Sarà stato per la visita di Cheney o per i contrasti tra Moqtada al Sadr e Ali al Sistani o per tutte le cose insieme. E' una partita complicata e ne sappiamo sempre meno: la presenza di giornalisti sul terreno è un fatto sporadico. Questo blog non si occupa di Iraq se non per i riflessi che ha sulla società e la politica americani. E allora ecco due brevi rilevazioni e analisi del Pew reserch centre sulla consapevolezza del pubblico americano in materia di cadaveri e un riepilogo 2003-2008 del giudizio del pubblico sull'avventura irachena voluta dal presidente Bush e dal suo gruppo dirigente. Un dato interessante? Il 28% sa quanti sono i morti in Iraq, il 31% sa che il Dow Jones è a quota 12mila.

21 marzo 2008

Ci si vede dopo Pasqua. Intanto..

Osserviamo con scrupolosa dedizione le festività pasquali. Quindi, ci si vede martedì 25.

Nel frattempo, per meditare, vi lasciamo in compagnia dell'analisi di Larry Sabato sulle primarie democratiche, come al solito piuttosto lucida. Il consiglio saggio è di non fidarsi troppo di queste primarie per capire il voto di novembre; tenere a mente che il sesto senso politico "old style" (più che la "high tech politics" dei sondaggi e degli spin doctor) sarà determinante nel definire quale contendente si opporrà a McCain; è inutile guardare ai sondaggi per le presidenziali di novembre almeno fino a metà settembre. Poi: un articolo del New York Times per ricordarvi che il tema è di nuovo l'economia: l'effetto spill-over porta la crisi da Wall Street alle Main Street del paese. Dobbiamo tenere a mente che la crisi è di proporzioni enormi, tali da trasformare - in potenza - il quadro politico. Per concludere ci affidiamo a un vecchio liberal radicale, Harold Meyerson: ci ricorda come l'America abbia attraversato fasi di vera prosperità e fasi di benessere indotto e artificiale, come oggi. Queste ultime generano crisi, ma da esse si può uscire attraverso un nuovo patto sociale, un nuovo New Deal. C'è spazio per le ambizioni politiche, se qualcuno sapesse cogliere le occasioni.

Clinton non ha quasi speranze....

Così almeno sostiene Politico, dando ragione a quanto scriviamo qua sotto (e su Liberazione di domani). Naturalmente il pezzo di Politico a più insights ed è più ricco dei nostri. Leggetelo

L'ex amico di famiglia Richardson appoggia Obama. Niente nuovo voto in Michigan. Per Clinton diventa davvero dura

Avevano visto insieme l'ultimo Super Bowl a Santa Fe, i due Bill. Eppure il governatore del New Mexico (l'unico ispanico del Paese), ex ambasciatore Onu e ministro ai tempi di Clinton ieri ha annunciato che appoggerà Obama. Un bel colpo basso per Hillary. Richardson può ben dire di essere un esperto di politica estera, ha trattato con i nord coreani e gli iraniani ed è stato candidato più volte al Nobel per la pace. Nel testo in cui sostiene il senatore dell'Illinois spiega che sarebbe un ottimo comandante in capo, un argomento teso a smontare quello opposto di Hillary sulla scarsa esperienza internazionale di Barack. Di ieri anche la notizia che non si voterà in Michigan. Potrebbe essere un guaio alle elezioni di novembre, quando McCain potrà dire che i democratici hanno snobbato Florida e Michigan, ma per adesso è un disastro per Clinton. Senza la ripetizione del voto, calcolano a Politico, Hillary dovrebbe vincere con il 15 per cento di margine ovunque per avere speranze. Se si escludono gli Stati dove Obama è in vantaggio netto, il margine necessaro diventa 40 per cento (le serve il 70). La scelta di Richardson, come quella velata di Nancy Pelosi (“bisogna scegliere il candidato con più voti") lascia poi intuire che una parte consistente dell'establishement democratico abbia deciso che il candidato deve essere Obama.

Oh My God! Bill Clinton con un razzista..

Per come stanno trattando Jeremiah Wright, oggi questa immagine del reverendo con Bill Clinton equivale al bacio di Totò Riina con Andreotti (che secondo i giudici non c'è mai stato, quindi Clinton è messo peggio..). L'ha segnalata ieri Ben Smith su The Politico segnalando il blog di un membro della United Church of Christ di Wright. Poi la foto è rimbalzata sul blog del New York Times "The Caucus". L'autore - anonimo, il blog si chiama "Truth about Trinity" ed è apparso in rete l'altro ieri - intende dare una visione da insider della sua Chiesa, sostenendo di non essere né ignorante, né fanatico, né razzista. "The Caucus" però sostiene che la foto sia giunta tramite lo staff di Obama. Ma chi c'è veramente dietro al blog, si chiede Ben Smith? Magari anche dalle parti di Obama avessero imparato qualche trucchetto..

Liberismo pavloviano

Dagli Stati uniti all'Italia è l'epoca della recessione (nel primo caso) e del liberismo pavloviano. Succeda quel che succeda, la reazione è una meccanica difesa dei sistemi di autoregolazione del mercato: non importa cosa accada, il mercato saprà aggiustare i suoi "squilibri" (ecco, magari con un aiutino dello stato..), intanto ci ha regalato serenità e prosperità per la maggior parte del tempo, invece di problemi (Giavazzi ieri sul Corriere della Sera: "Il capitalismo responsabile"). Piuttosto c'è il problema di una crisi di leadership: Bush non ha le capacità di Reagan, è una sua caricatura ideologica e sbarazzandosene il timone verrà raddrizzato (Gaggi martedì, sempre sul Corriere: "il liberismo maldestro"). A sintetizzare il pensiero dell'amministrazione Bush in termini di regolazione del credito questo testo della Heritage Foundation, una proposta "pratica" di policy che è però estratto di fierezza liberista.

Qui trovate il nostro articolo (pubblicato mercoledì su "Liberazione")

sugli abbagli liberisti di chi cerca di buttare l'acqua sporca e tenere il bambino: colpire Bush ma salvare l'impianto ideologico reaganiano. Auguri per questa Mission Impossible.

20 marzo 2008

I democratici, lo scontro sul volere degli elettori, votare o no in Florida e la caccia al superdelegato

La disputa su come nominare il candidato presidente sta diventando una telenovela complicata. Sembra che le ipotesi di rivotare in Michigan e Florida siano ormai al lumicino. Spuntano dei superdonatori pronti a finanziare almeno la ripetizione delle primarie in Florida, ma sono tutti finanziatori della campagna di Clinton (“un segnale che Obama non vuole votare" spiegano gli uomini di Hillary). Obama insiste sulla necessità di far pesare il numero di elettori e delegati ottenuti da ciascun candidato alla convention, mentre Hillary chiede che i due Stati esclusi vengano conteggiati (nel caso del Michigan è davvero improbabile gli altri concorrenti non erano sulla scheda). In un caso il senatore dell'Illinois avrebbe già la nomination in tasca - questo articolo del New York Times spiega perché - Ogni argomento è valido, ma le due campagne agitano, come se fosse neutrale, solo quello che consentirebbe loro di andare a Denver da vincitore. In mezzo c'è il partito democratico, diviso e preoccupato e più o meno impossibilitato a prendere una decisione chiara. E poi i superdelegati, anche loro tirati per la giacca: devono rispettare il voto come dice Obama - che però preferisce non si voti in Michigan - oppure schierarsi a prescindere come vorrebbe Clinton? Nelle ultime settimane Obama ha quasi chiuso il gap nel conto dei delegati di diritto (246 a 209), ma le vicende Wright e Rezko rischiano di fargli perdere di nuovo terreno. Chi sono, cosa hanno scelto, quali sono le regole per i superdelegati? Ecco una pagina piena di informazioni utili

19 marzo 2008

Cinque anni di Iraq. Parlano tutti, a Cheney non frega niente del consenso

Sono passati cinque anni dall'inizio della guerra in Iraq. Migliaia di bodybags sono tornate a casa e decine di migliaia di cadaveri sono stati sepolti nei cimiteri sunniti e sciiti mesopotamici. Ieri il presidente Bush ha parlato al Pentagono (qui i passaggi salienti), il vice Cheney alla ABC (qui il testo e il video dell'intervista) mentre i candidati democratici hanno colto l'occasione per spiegare la loro teoria del ritiro, distanziarsi l'uno dall'altra ed entrambi da John McCain. Il VP più potente della storia nella sua intervista sostiene di infischiarsene dei sondaggi che dicono che la gente vuole uscire dalla guerra. Qui la sintesi del discorso di Hillary dal suo sito (il link alla pagina che dovrebbe contenerlo per intero non funziona). Qui il discorso di Barack Obama. Intanto McCain è in giro per il Medio oriente, gioca a fare il comandante in capo e, per la prima volta, prende il largo nei sondaggi.

Il discorso di Kennedy sul cattolicesimo

Qui trovare l'inizio dello speech tenuto da John Kennedy a Houston il 12 settembre 1960. Il discorso di Obama è stato paragonato a questo intervento; Kennedy dovette rassicurare l'elettorato che temeva la vittoria di un "papista", il quale avrebbe messo a repentaglio la separazione tra stato e chiesa (secondo Ted Sorensen - che aiutò Kennedy a scrivere il testo di Houston - l'appartenenza alla chiesa cattolica era la principale causa di avversione dell'elettorato contrario a Kennedy). Questo famoso discorso è già stato chiamato in causa nelle primarie del 2008: lo ha fatto Romney nello speech sul suo rapporto con la chiesa mormona.

I neocon e i neri: e poi dicono che uno si butta a sinistra

Ma in fondo questo Wright un po' ha ragione a incazzarsi. Ecco cosa scrive Irving Kristol nel 1991:


Questo progetto (l'introduzione dell'insegnamento della storia degli afro-americani nei licei, ndr) viola i principi tradizionali del modello educativo liberale, e rappresenta una deviazione deplorevole del modo in cui i giovani americani, così eterogenei nelle loro radici, vengono educati al vivere insieme. (...) Il multiculturalismo è un tentativo inutile e disperato di nascondere le deficienze educative, e le patologie sociali che riguardano i neri americani. Se essi non avessero i problemi che hanno non sentiremmo parlare di multiculturalismo. Non c’è prova che i genitori di ragazzi ispanici chiedano che i loro figli sappiano più di Simon Bolivar piuttosto che di George Washington, o che i genitori orientali si lamentino di trovare nei libri dei loro figli riferimenti alla Grecia antica invece che alla Cina antica. (...) loro sono impegnati con volontà in un processo che si chiama americanizzazione. Le loro radici sono americane, non hanno certo a che fare con gli Aztechi e la dinastia Ming


E ne avremmo tanti di esempi... poi è chiaro che uno si innervosisce...

E se il reverendo Wright avesse ragione (almeno un po'..)?

E' la tesi di Jonathan Farley che avevamo segnalato ieri. Si riferisce alle parole del reverendo Wright, radicali e anti-establishment, con le quali attacca la cultura dei bianchi americani e quella dei rappresentanti delle minoranze che si fanno assimilare. Nell'articolo di Farley la premonizione di un anno fa di Wright: "Obama mi ripudierà". Sul tema, riportiamo qui un nostro articolo di approfondimento del 2005 sui "liberti" americani, da Condoleezza Rice ad Alberto Gonzales. Sono i consiglieri del principe che vivono della loro assoluta devozione al sovrano, liberati del fardello della razza e rappresentanti di un modello ormai secolare di assimilazione. Sul quale aveva scritto proprio nel 2005 il vecchio conservatore Samuel Huntington in "Who Are We?", un grido di dolore a difesa del primato della cultura "anglo-puritana", quella contro la quale si scaglia il feroce Wright.

18 marzo 2008

Odio razziale contro unità, il discorso di Obama a Philadelphia


E' in difficoltà e perde qualche terreno nei sondaggi. Da quando è il frontrunner la stampa lo seziona e i guai lo inseguono. La vicenda Retzko e i sermoni del reverendo Wright sono le cose peggiori che gli sono capitate fino ad ora. Per tentare di rilanciare il suo messaggio originario e per rispondere in maniera definitiva alla controversia relativa alla sua guida spirituale, Obama ha fatto un discorso coraggioso, nel quale prende le distanze da Wright ma spiega perché il reverendo parla in quel modo: le divisioni razziali, l'odio e il razzismo esistono e la generazione di Wright è quella che ha dovuto prendere legnate e finire in carcere per ottenere diritti. Sul sito di Guardian America un bel commento sul perché Wright was right. Il senatore ha parlato a Philadelphia, una città di cui ha disperatamente bisogno per tenere il passo di Clinton in Pennsylvania. Ecco il testo del discorso (lo ha appena finito di leggere)

E' arrivato Obama-Osama

Se Kuo ha tradito King George (vedi qui il nostro post), i vecchi amici neoconservatori sono sempre in campo a menare fendenti, specialmente ora che il fronte repubblicano ha un solo candidato. William Kristol, direttore del Weekly Standard e co-fondatore del Project for the New American Century, è ospite da qualche tempo del New York Times che gli ha affidato uno spazio settimanale. Da cui adesso spara a zero su Obama. L’argomento del giorno è ancora il legame con il pastore Jeremiah A. Wright Jr., della Trinity United Church of Christ di Chicago. Per Kristol, Obama sarebbe pericolosamente influenzato dall’anti- americanismo e dall’estremismo del suo pastore (che non ha esitato a definire Condoleeza Rice come “traditrice della razza”. Quello di Wright è considerato un tipico esempio di razzismo al contrario).
Obama, dalle colonne dell’Huffington Post ha preso le distanze dal radicalismo politico del pastore, rivendicando, tuttavia, il valore del suo impegno religioso e sociale. Per Kristol questa è solo una smentita opportunistica che non cambia il profilo di Obama “anti-israeliano e anti-americano”. Aspettavamo il momento in cui i conservatori avrebbero iniziato il ritornello Obama-Osama. E' arrivato: qui Talking Points Memo ricostruisce come Bill Kristol abbia inventato di sana pianta sulla storia del rapporto tra Obama e Wright. La rete tv Fox, invece, paragona Wright a Hitler: Obama quindi aveva Hitler come guida spirituale.

In Florida non si rivota

Così ha deciso il partito democratico della Florida. Qui trovate il comunicato. Fine?

Democratici con la baionetta. Lo speech della Clinton sulla guerra in Iraq, 5 anni dopo

McCain va in Iraq nella settimana nella quale si celebrano i cinque anni della guerra in Iraq; poi fa tappa in tutta Europa, dove può dare del tu ai capi di stato (lo spiega il Guardian in questo articolo). Ricorda alla Clinton, e a tutti i democratici, che la favola dell'esperienza la racconta meglio lui. La Clinton parla per un'ora alla George Washington University (qui il reportage in presa diretta su From the Field), spiegando che a casa l'elmetto lo portava lei, non Bill. Dice anche che non permetterà più che a guidare la politica estera degli Usa sia l'ideologia, come accadeva con Bush (allora speriamo che tenga a casa il suo Wolfowitz in gonnella, Madeleine Albright). Sarà la sua scrupolosa attenzione alla realtà a muovere la sua politica in Iraq e il ritiro delle truppe.

Anche lì ha cercato certosinamente di distruggere la credibilità di Obama e ha attaccato la dottrina Bush-McCain, senza dimenticare che siamo nel 2008: i soldi spesi per la guerra avrebbero potuto sostenere le spese sociali - sanità e scuola in testa - senza contare gli aiuti per le famiglie che non riescono a pagare più il mutuo.
ps. In questo articolo del Times un estratto video del discorso della Clinton; attacca il "surge" dell'amministrazione Bush e promette l'inizio del ritiro dopo 60 giorni dall'insediamento alla Casa bianca.

"Il triangolo no..

... non l'avevo consi- derato!". Ancora una nostra analisi sul partito democratico. Ci si arrovella, si pensa, si considera che tutto sembra volgere dalla parte dei democratici, ma non ci si riesce a fidare fino in fondo. Anche Ronald Brownstein del National Journal non riesce a capire chi potrebbe essere il miglior anti McCain. E' dura per tutti, anche dati alla mano. Il triangolo aiuta McCain, non c'è nulla da fare. Prima la fanno finita (cercando di restare amici, senza scenate e traumi) meglio sarà per i democratici.

17 marzo 2008

L'amico di Cristo (ed ex-amico di Bush) che difende Obama

David Kuo era uno degli uomini nuovi dell'ammi -nistrazione Bush. Era un consigliere (politico) di George W. in materia di fede e vice-direttore dell'Office of Faith-Based and Community Initiatives che lo stesso Bush aveva creato all'interno della Casa bianca (uno dei pegni pagati alla destra religiosa). Su quell'esperienza aveva scritto un libro, "Temping Faith", nel quale critica il presidente per non aver dato seguito alle promesse fatte: la dottrina del conservatorismo compassionevole era solo propaganda. Kuo attaccava frontalmente Karl Rove, accusato di disprezzare la destra religiosa, utilizzata per fini puramente elettorali (secondo Kuo Rove avrebbe individuato 20 collegi chiave nei quali mobilitare i religiosi per vincere le presidenziali). Oggi Kuo difende Barack Obama, che - a dir suo - non merita di essere linciato (i giornali ne parlano da due giorni, qui uno dei tanti esempi) per la parole pronunciate dalla sua controversa ex- guida spirituale Jeremiah Wright, che in un sermone ha detto:

Abbiamo bombardato Hiroshima, abbiamo bombardato Nagasaki, ne abbiamo ammazzati molti di più delle migliaia di persone morte tra New York ed il Pentagono eppure non abbiamo mai battuto ciglio. Abbiamo sostenuto il terrorismo di stato contro i Palestinesi e contro i neri del Sud Africa ed ora c'indigniamo perché il genere di cose che abbiamo fatto oltreoceano ci viene sbattuto sulla porta di casa."

Ed ancora: "Il governo dà loro la droga, costruisce carceri più grandi, allunga il periodo di detenzione e poi pretende che cantiamo "God Bless America". No, no, no, Dio piuttosto maledica l'America perché uccide gente innocente. Dio maledica l'America perché tratta i suoi cittadini da meno di esseri umani. Dio maledica l'America finché opera come se fosse Dio e come se fosse un essere supremo".


Lo strano endorsement di Kuo non è direttamente per Obama (che da tempo dice di non riconoscersi nella parole di Wright), ma al suo rapporto con la sua chiesa, che Kuo trova sincero e appassionato. Only in America.

La coalizione conservatrice. Era il partito bellezza

McCain ha il compito di tenere insieme la coalizione conser -vatrice che ha dominato la politica americana negli ultimi 30 anni almeno per un altro giro. Qui la nostra opinione sul perché non ce la farà, anche se riuscisse a vincere le elezioni (e sul perché appare in crisi tutto il partito repubblicano). Dopo aver aperto le porte ai vecchi nemici - i consiglieri di George W. Bush - parte per l'Iraq per una missione che ha mantenuto un profilo mediatico basso, ma che ricorda a tutti che McCain è il vero candidato della sicurezza. Ma il 2008 non è il 2004. E da From the Field un interessante articolo sulla perdita di attenzione verso la guerra irachena da parte dei media e del pubblico, basato su una nuova survey del Pew Research Center e sul News Content Index del Project for Excellence in Journalism (nell'articolo i link e i dati). In sintesi: sono sempre meno le persone che riescono a ricordare quanti soldati sono morti in guerra (indice chiaro di calo d'attenzione: oggi la cifra è conosciuta solo dal 28% degli adulti); sono sempre meno i servizi sull'Iraq mandati in onda dai telegiornali.

14 marzo 2008

Quali strategie per Obama in Pennsylvania? E quali per i due partiti a novembre?


Cosa deve fare Obama per vincere in uno Stato dove i sondaggi lo danno drammaticamente indietro? Gli strateghi della campagna, che fino ad oggi si è dimostrata geniale nel gestire il patrimonio di voti a disposizione, idee ne hanno sempre prodotte - vedi le sconfitte in Texas e Nevada trasformate in vittorie in quanto a numero di delegati puntando sui distretti cruciali che ne aggiudicano di più. Il tentativo degli obamites è quello di convertire il maggior numero di elettori registrati come indipendenti e repubblicani alla registrazione democratica. Le primarie dello Stato sono chiuse, votano solo i democratici, e questo è un grande vantaggio per Clinton. La scadenza per registrarsi è il 24 marzo, poi ci sarà tempo per la campagna. Più complicato il caso delle elezioni vere: Clinton e Obama discutono di continuo su chi ha le carte in regola per guadagnare swing states (gli Stati in bilico tra un partito e l'altro) alla causa democratica. Ohio, Florida, Virginia e Colorado: Chris Cilizza, nel suo The Fix di oggi fa un'analisi di cosa c'è in ballo a novembre. Ma questo sarà uno dei temi di questo blog una volta che sapremo davvero chi sarà in corsa per la Casa Bianca.

13 marzo 2008

Divertitevi come pazzi con le borse e il delegate calculator

Chi vince tra Obama e Clinton? Prendete gli ultimi sondaggi Stato per Stato, andate sul sito di Slate e infilate i dati nella caselle del delegate calculator. A seconda dei numeri che inserite, il software vi dirà quanti delegati ottiene ciascuno in Oregon, South Dakota o a Puertorico. La somma la fa da solo - ci sono anche la Florida e il Michigan! A giudicare dal calculator e dai sondaggi, Obama avrebbe ragione di sorridere. Ma prima bisogna vedere che succede con la ripetizione del voto nei due Stati. E se poi vi divertite a giocare al Fantacalcio o siete investitori, divertitevi con il borsino del National journal

I candidati democratici battono tutti i record

Le campagne di Clinton e Obama hanno accumulato più soldi di qualunque altro candidato alle primarie. E questo lo sapevamo da tempo. Il dato di grande interesse messo in luce dalla star dei politologi Larry J. Sabato nella sua rubrica on line Crystal Ball è che i due candidati hanno anche preso più voti di ciascun nominato nella storia delle primarie: entrambi sono sopra quota 12 milioni, Al Gore ne prese 10 e mezzo, George W. Bush qualcosa in più. Ma Clinton e Obama hanno ancora qualche milione di voti da mettere in tasca. E' un segnale di grande partecipazione di una parte dell'elettorato ed una possibilità di fare bene, rompere qualche steccato alle elezioni di novembre. Ecco un ragionamento sui numeri della coalizione democratica sul blog di Fabrizio Tonello “associato" ad America 2008.

McCain-Obama chi preferite?


Ecco un sondaggio che vale la pena di essere letto. La domanda non è chi vincerà, ma il tentativo di capire l'atteggiamento degli elettori nei confronti dei due possibili candidati. Chi è meglio per gestire la crisi della sanità? E chi gestirà meglio la crisi irachena? Sul blog Behind the numbers di Washington Post
l'analisi dei numeri che escono da questo sondaggio e dai precedenti. Attenzione: Obama vince su tutti i fronti meno su quello vero, l'Iraq e le crisi internazionali. Alle elezioni manca tanto ma le chance dei repubblicani di rimanere alla Casa Bianca sono legate al ritorno della guerra nell'agenda politica. Il discredito di Obama come comandante in capo, per ora, è da attribuire alla campagna di Hillary. Così come il fatto che l'ex first lady sia un personaggio che divide e scaltro è un'immagine che dobbiamo a quelle del senatore dell'Illinois. Non è una grande intuizione, ma la lunghezza delle primarie democratiche aiuta McCain.

C'è posta per te. Il rebus della Florida

Cosa fare del voto invalidato delle primarie demo- cratiche di Florida e Michigan? In palio ci sono 366 importan- tissimi delegati: li si potrebbe attribuire col solo voto postale.

Tutti sembrano concordare sul fatto che trascurare questi stati potrebbe danneggiare i democratici in novembre. Quindi, un po' per risparmiare un po' per fare in fretta, Karen Thurman, il presidente dei democratici della Florida, propone di votare solo per posta. Dopo le elezioni contestate del 2000, la Florida rimane un posto speciale. Corrine Brown, deputata filo-Clinton della Florida, sostiene che molti suoi elettori non si fiderebbero mai di un sistema del genere. Effettivamente, le elezioni del 2000 bastano e avanzano.

Colombe patinate

L'altro ieri si è dimesso l'ammiraglio William Fallon, comandante delle forze Usa in Medio oriente. Lo ha fatto per le divergenze strategiche con l'amministrazione Bush sull'Iran: Fallon è fortemente contrario a qualsiasi opzione militare. Ieri Bush ha seccamente smentito, ma è risaputo, come diceva Giulio Andreotti, che una smentita è una notizia data due volte. All'origine delle dimissioni un'intervista rilasciata da Fallon alla rivista patinata Esquire: qui trovate il testo.

12 marzo 2008

Un paese che ha bisogno di eroi

Qui scrivevamo dei consigli del Weekly Standard a John McCain: tra gli altri, mostrarsi come eroe e patriota mentre i democratici si scannano tra loro. Ecco un suo spot elettorale che mostra il video girato dai vietnamiti dopo averlo catturato (McCain è stato prigioniero dei vietcong 5 anni). Nel frattempo Hillary attacca ancora Obama per la sua mancanza di esperienza in politica estera: e McCain potrà fare lo stesso con lei. Sembra una strategia alla Kerry, e si è già rivelata perdente. Per una raccolta di video di questo 2008 cliccate qui (qualche problema di visualizzazione con Firefox ma i video funzionano tutti).

"E' stata la scelta giusta!". George W. difende la guerra mischiando religione e politica

Dal sito di Guardian America, il video dell'intervento del presidente Bush alla convention dei Broadcaster religiosi. A pochi giorni dal quinto anniversario dell'invasione dell'Iraq, per spiegare le ragioni dei conflitti aperti dagli Stati Uniti negli ultimi anni, Bush usa di nuovo l'argomento religioso. Può darsi ci creda davvero. Oppure il G.O.P. gli ha affidato il compito di riportare all'ovile l'elettorato religioso deluso.

Riecco i bianchi e (naturalmente) i negri. Geraldine Ferraro gioca la carta razziale

Geraldine Ferraro è stata deputata di New York e candidata vicepresidente con Mondale nel 1984 - prima di Hillary la carica più alta a cui una donna abbia mai aspirato negli Usa. All'epoca i telegiornali italiani ne parlarono molto, come con Pelosi, come con Giuliani (che amarezza). Ora Geraldine torna sulle prime pagne dei giornali per una frase: "Se Obama fosse bianco non sarebbe dov'é. Se fosse una donna di qualsiasi colore non sarebbe dov'è. Ha un trattamento preferenziale perché è nero". La vicenda ha fatto infuriare il campo di Barack - che ha chiesto a Hillary di distanziarsi - e ottenuto una replica da Ferraro, che in un'intervista ha ribadito e attaccato: "Ogni volta che sono in difficoltà nominano il razzismo. Se pensano di farmi stare zitta non mi conoscono". Ecco la cronaca del Nyt e l'intervista a Daily breeze di questo genio della politica. Non una lezione di stile. C'è da augurarsi che anche stavolta l'uso della carta razziale abbia lo stesso risultato che in South Carolina. Ma prima del voto c'è tempo e - e questo è un vero nodo per Obama - la gente della Pennsylvania potrebbe fare scelte come quelle del New Jersey e dell'Ohio, dove gli elettori democratici sono bianchi, operai e a volte non gli piacciono tanto i niggers.

Siparietto dal Mississippi

Sottotitolo: Obama il Messia e il lavoro che manca. Sempre secondo le cronache dei giornali, nella sua ultima apparizione in Mississippi una voce dalla folla avrebbe urlato "Ci serve lavoro!" La risposta di Obama: "Quando sarò presidente degli Stati uniti tornerò nel Delta. Ma adesso tenetemi ancora nelle vostre preghiere". E speriamo che Obama ricambi pregando per i disoccupati... il Mississippi è uno degli stati più poveri degli Stati uniti.

Obama vince il Mississippi

Non ci sono sorprese nel risulato di stanotte, è finita 61% a 37, con il senatore che raccoglie 17 delegati e Clinton che ne prende 11 (questi i primi conti). La novità consiste nella polarizzazione del voto tra bianchi e neri. E' la prima volta che succede in maniera tanto netta, ma lo Stato del Sud è quello dove la partecipazione degli afroamericani alle primarie pesa più in assoluto (47% del totale, in passato erano più del 50). Gli indipendenti con Obama, i repubblicani - altra novità - con Clinton. Per la prima volta si può dire che il voto di appartenenza ha pesato. Il razzismo del vecchio Sud è duro a morire. Per dati ed exit polls Msnbc e Cnn. L'economia è la prima tra le preoccupazioni di chi ha votato.

Effetto Jackson sul Mississippi. Ma se fosse sempre l'economia?

Il Mississippi è lo stato con la più alta percentuale di popolazione nera degli Stati uniti, il 36%. Il voto del Mississippi è stato un voto "razziale". Più della metà dei votanti alle primarie democratiche dello stato è nera, e Obama avrebbe vinto con uno scarto di più del 20%. Secondo gli exit polls 9 elettori neri su 10 avrebbero votato per lui, solo 3 su 10 tra i bianchi. Si torna alle primarie del South Carolina, dove il tema in filigrana era la razza: Obama viene attaccato per "l'effetto Jesse Jackson". Essere il candidato dei neri lo danneggerebbe e spaventerebbe una parte dell'elettorato: lo si diceva in South Carolina per presentare Obama come un candidato non presidenziabile, e ora si torna a dirlo. E per di più Obama vince in stati dove a novembre dovrebbero vincere i repubblicani. Ma il tema reale è un altro, ed è un tema nazionale: l'economia. Anche nel Delta, se leggete bene le cronache da quello stato (qui, intanto, quella del New York Times) il problema è il lavoro e il reddito: i neri che hanno votato Obama gli hanno chiesto di occuparsi di questo.

11 marzo 2008

Mississippi, Spitzer e.. i soliti sporchi soldi

Mentre i media aspettano i risultati del Mississippi e spolpano Eliot Spitzer - l'unica difesa piena del governatore viene da Glenn Greenwald di Salon: chi se ne frega se Spitzer andava a letto con una prostituta - si trovano qua e là notiziole importanti: secondo The Politico la lobby farmaceutica potrebbe sostenere i democratici, dopo aver spalleggiato i repubblicani per decenni. Il gruppo di interesse "più repubblicano di Bush" va dove tira il vento (una buona notizia per i democratici?) e soprattutto ha paura: oggi ha interesse a essere protetta dal settore pubblico, invece di chiedere più mercato. Leggetevi bene l'articolo e guardate le tabelle (nella pagina 2 dell'articolo) che illustrano come sono cambiati i flussi di denaro che dal settore farmaceutico si dirigono verso la politica.

10 marzo 2008

Si dimette Eliot Spitzer, il Di Pietro d'America

Domani e questa sera la breaking news sono le dimissioni - imminenti - del governatore dello stato di New York Eliot Spitzer, coinvolto in un giro di prostituzione (i risvolti giudiziari potrebbero essere pesanti). Tanto per fare un pò di amarcord, qui accanto la foto che costrinse Gary Hart (l'Obama degli anni '80) a lasciare la competizione elettorale del 1988: era su uno yacht alle Bahamas in compagnia della sua amante, la modella Donna Rice. Per ribaltare la prospettiva, ecco una curiosa intervista (del 2000) a lei. Ed ecco le parole di Spitzer (uno molto vicino ai Clinton): "Chiedo scusa anzitutto e soprattutto alla mia famiglia e chiedo scusa all'opinione pubblica, alla quale avevo promesso di meglio. Adesso ho bisogno di tempo per riconquistare la fiducia della mia famiglia". L'Fbi ha registrato una telefonata di Spitzer mentre organizza a Washington un incontro con una prostituta della società Emperors Club Vip: 5.500 dollari l'ora il tariffario. Per chi si volesse cimentare nella gita, ecco un link che vi guida alla visita turistica dei palazzi degli scandali di Washington, compresi quelli a sfondo sessuale.

Chi risponde al telefono? La bambina dello spot di Hillary preferisce Obama

L'avete vista dormire in un filmato di dieci anni fa girato per una pubblicità. “Chi volete che risponda al telefono alla Casa Bianca alle tre di notte?" è la domanda. La risposta dello spot è, più o meno, una donna di esperienza. Ma la bimba dormiente non la pensa così. Si chiama Casey Knowles ed aveva otto anni quando le immagini furono girate. La campagna della Clinton ha acquistato il filmato dalla Getty Images usandolo per il suo spot. Ma Casey, che adesso ha 18 anni, è una fervente sostenitrice di Barack Obama. Dopo essersi riconosciuta nel filmato ha criticato il tono dello spot: “Il video mira a spaventare la gente - ha dichiarato -. È una iniziativa di bassa lega. Preferisco Obama ed il suo messaggio positivo per il futuro".

Lo staff di McCain? Tutti gli uomini del presidente

Non solo i neocon hanno saputo tornare nell'ombra a lavorare per le campagne dei vari candidati come racconta molto bene il direttore di Guardian America Michael Tomasky sulla New York Review of books, ma i migliori uomini di Bush, quelli che ne hanno costruito le vittorie, stanno prendendo possesso della campagna di John McCain. Politico vi racconta che fine hanno fatto Karl Rove e i suoi.

Ancora sulle differenze in economia

Rapidi, rapidi...andate a dare un'occhiata al confronto dei programmi elettorali di Clinton e Obama fatto da Mother Jones. E' utile e ben fatto.

Il blog più influente del mondo

Non siamo noi (ancora per un po'). Secondo il settimanale inglese "The Observer" il blog più importante del mondo è l'Huffington Post, un blog americano di informazione politica nato nel 2005 per iniziativa della miliardaria Arianna Huffington. Utilizzando i suoi soldi e le entrature nel mondo giornalistico per creare un blog di cronaca e commento politico di orientamento liberal, la Huffington ha rivoluzionato il modo di produrre informazione nella blogosfera, fino ad allora caratterizzata dallo spontaneismo militante di blog come Dailykos. La Huffington avrebbe contribuito, secondo l'Observer, a trasformare la blogosfera in una fonte giornalistica attendibile, come dimostra la nascita dell'impresa di The Politico, un altro sito di informazione politica. Tra i collaboratori più noti dell'Huffington Post troviamo grandi firme del giornalismo, stelle emergenti della blogosfera, attori di fama, ex politici. America2008 è pronto a cedere alle avance di qualsiasi miliardaria disposta a sostenerci (qui un ritratto della Huffington di fine 2006, sempre a cura dell'Observer).

9 marzo 2008

I repubblicani perdono un seggio alla Camera nelle elezioni suppletive di Chicago

La corrente delle elezioni di mezzo termine non è passata. Un altra elezione persa per il Grand Old Party e l'amministrazione di George W. Bush. Il distretto di Chicago dove si è votato è tradizionalmente repubblicano, così come la Virginia (perse al Senato nel 2006). Il 52enne semi sconosciuto Bill Foster ha vinto il seggio a Jim Oberweis (qui il commento del Chicago Tribune). Il posto era rimasto libero dopo che l'ex house speaker Dennis Hastert, dimessosi nel novembre 2007 e considerato da Rolling Stone il peggior deputato della legislatura. La sconfitta in Illinois è una buona notizia per il partito democratico che vede a portata di mano la costruzione di una maggioranza solida a novembre (a prescindere da quello che succederà per la casa Bianca).

Obama vince il caucus del piccolo Wyoming Volano stracci tra le campagne

Barack Obama ha vinto con il 59% il caucus del Wyoming. Nessuna sorpresa, fino ad ora il senatore ha praticamente portato a casa ciascuna sfida giocata nelle assemblee democratiche. La vittoria nel piccolo Stato (bianco) aiuterà per fare un po' di propaganda in vista del voto del Mississippi di martedì. I toni tra le due campagne si vanno inasprendo come mai prima. Chris Cilizza del Washington Post pubblica sul suo blog i memo diffusi ieri dai comunicatori dei due candidati. Non fango - non è compito delle campagne ufficiali - ma toni molto aspri. Lo stesso Post ha condotto un'indagine tra i superdelegati che non hanno ancora endorsed qualcuno. Dice che aspettano la fine delle primarie. There will be blood...

8 marzo 2008

I dubbi su Obama, i limiti delle primarie

Dopo la vittoria del Wisconsin - uno stato con una composizione sociale simile all'Ohio, anche se di tradizione più progressista - si era detto che Obama aveva sfondato nell'elettorato di Hillary Clinton, e che inoltre possiede una presa maggiore su quello indipendente. Oggi la musica è un'altra (vedi qui l'ottima sintesi di Jay Cost): i media si chiedono (vedi il post qui sotto) se Obama può farcela negli stati chiave come l'Ohio o la Florida (forse ce la farebbe in Virginia, dove è andato benissimo in tutte le fasce di voto), mentre il suo staff dimostra tutta la sua inesperienza chiaccherando a destra e manca con i giornalisti. Intanto avevamo già segnalato la sintesi di Marco Polo sul problema dell'importanza della "riconquista" dell'elettore bianco in tuta blu da parte dei democratici (e guardate anche qui un pò di dati, e qui la nostra intervista a Jeffrey Stonecash). E Hillary mostra anche una forte presa su chi decide all'ultimo minuto.

Una riflessione va fatta però sullo strumento delle primarie: da un lato grazie a esse si è manifestata la capacità di mobilitazione dei democratici anche in un elettorato nuovo (in primis i giovani: nelle presidenziali del 2004 votò il 48% nella fascia di età 18/29 anni, oggi Obama potrebbe far crescere di molto questa percentuale), dall'altro lo stile demagogico e plebiscitario che impongono rende più ardua una sintesi politica delle differenze apparse in campo democratico. Nel 1964 Goldwater regalò ai repubblicani un nuovo inizio distruggendo il vecchio partito repubblicano, anche se perse le elezioni; e ai democratici che strategia serve? Rottura col passato o compromesso? Qui un articolo di un paio d'anni fa che riporta il dibattito dei democratici su questo tema all'alba delle elezioni di mid-term del 2006, e qui l'Economist di questa settimana su Obamaworld versus Hillaryland.

I dubbi su Obama

Obama probabilmente continuerà a vincere nei caucus dei piccoli stati (come nel Wyoming oggi) e laddove i democratici vanno tradizionalmente male come in parte del sud e dell'Ovest. Ma questa maggioranza di delegati conquistata dove il partito non vince da tempo si trasformerà poi in un cambiamento di bandiera di questi stati a novembre? Frank Pallone, deputato di origini italiane, non ha dubbi:"Obama vince dove perderemo in novembre". La Clinton, dice il Washington Post, sembra garantire una vittoria democratica nei grandi stati come la California, il Texas, l'Ohio, il New Jersey e New York, dove si assegnano tanti grandi elettori. Obama, dopo il Texas e l'Ohio, deve di nuovo provare che è capace di sfondare tra i "figli dei democratici per Reagan", quei bianchi di mezza età, spesso colletti blu, che sono passati al nemico tra gli anni sessanta e gli anni ottanta e non sono più tornati indietro.

7 marzo 2008

Sarà di nuovo l'economia, stupid!

Sono 63mila i posti di lavoro persi a febbraio negli Stati Uniti. A gennaio 22mila, ma le previsioni indicavano un aumento per il secondo mese del 2008. Non è andata così e le rassicurazioni di George W. Bush sull'andamento dell'economia non serviranno a tranquillizzare un Paese che avanza a passi rapidi verso la recessione - con paure di stagflazione, visto che la liquidità immessa dalla Fed con il taglio dei tassi di interesse e la debolezza del dollaro stanno facendo crescere i prezzi a un ritmo sconosciuto da tempo. Il paradosso americano è che, nonostante la perdita di posti di lavoro, il tasso di dsoccupazione scende. Come mai? Ecco la risposta dal New York Times. In materia economica i democratici hanno probabilmente un vantaggio rispetto a McCain: il loro partito non ha gestito l'America negli ultimi otto anni e le loro proposte sono di relativa rottura con le idee che hanno guidato l'amministrazione Bush. La capacità di Obama e Clinton di dare risposte forti alla crisi economica giocherà probabilmente un ruolo cruciale nella corsa alla nomination democratica. Il 14 febbraio Obama ha presentato il suo piano economico (su un blog di Atlantic.com un commento, i link al pdf del whita paper del senatore e al video del discorso in cui spiega le sue idee). Ecco le proposte di Hillary da ontheissues, sito che riprende e compara le dichiarazioni e i testi dei diversi candidati sulle singole questioni.

L'ennesimo punto sui democratici

Si vince a 2025 delegati. 1366 sono con Obama, 1227 con la Clinton (-139). Contando i superdelegati che si sono già espressi, si dovrebbe arrivare a un centinaio in meno per la Clinton. Si devono assegnare ancora 611 delegati, ma poiché li si ripartisce su base proporzionale nessuno può farcela. Quindi si dovrebbe decidere alla Convention grazie ai 796 superdelegati che vi entrano per diritto: Hillary sostiene che questi dovrebbero votare in piena libertà mentre Barack dice che no, devono votare in accordo con il voto del loro stato di provenienza (leggi qui sul problema della deontologia del superdelegato). La Clinton prova a fare la furba, chiedendo che Michigan e Florida possano riottenere l'ammissione dei loro delegati alla Convention; il Democratic National Committee di Howard Dean gli aveva impedito di essere della partita perché avevano anticipato di testa loro la data delle primarie. La Clinton lì si è presentata da sola e ha vinto (il suo sogno). Dean sembra opporsi (guarda questa notizia di Talking Points Memo) e si parla di rivotare in questi due grossi stati.

Qui altre statistiche sulla nuova coalizione democratica: forse, davvero, i democratici potrebbero avere in futuro una base elettorale molto solida; sempre che non si sbranino tra loro prima di averla messa assieme.

Le strategie di McCain


Le mosse che dovrebbe fare McCain, suggerite dal Weekly Standard:

  1. finalmente trovare soldi veri
  2. corteggiare i conservatori, soprattutto grazie al candidato vice-presidente giusto
  3. mostrare se stesso e la sua storia di patriota al paese mentre i democratici si scannano tra loro
  4. infangare il giusto Obama affinché perda l'aura del santo (con la Clinton non c'è bisogno, in molti la odiano già abbastanza: anche Obama deve apparire ai repubblicani e a molti moderati dubbiosi un liberal pericoloso)
  5. organizzare la macchina del "turn-out", quella che porta la gente al voto il giorno delle elezioni, composta da professionisti bravi e tanti volontari. Bush in questo era bravissimo, ai democratici sta funzionando perfettamente
  6. corteggiare gli indipendenti senza alienarsi i conservatori

6 marzo 2008

The Next Big Thing/2 - Cosa diventeranno i democratici?

Ovviamente il tema del giorno è lo stesso di ieri, di domani, di dopodomani ecc. ecc. Clinton vs. Obama, Obama vs. Clinton, Clinton con Obama. Come riportato più volte, ogni candidato rappresenta un fascia di elettorato democratico specifico (su questo leggete qui e qui. Per reportage dal campo di battaglia un occhio a From the Field). Questo elettorato ha caratteristiche tradizionali e aspetti nuovi, la partecipazione alle primarie è altissima. Ci sono due possibilità: si tratta di una fisiologica reazione di "popolo" all'egemonia dei conservatori, alla guerra in Iraq e alla crisi economica; è in corso una riconfigurazione della geografia elettorale del paese, che premia i democratici e forse offre la sponda a idee nuove (perché il mondo, e gli Usa, sono già diversi e le novità sono merce utile). Certo, per cambiare i cicli elettorali servono grandi fratture della storia - sociali e politiche - i Roosevelt e i Reagan, le grandi idee e le grandi narrazioni. Cose molto serie.

Per America2008 tutto ciò sarà tema di approfondimento fino alle elezioni: recensioni, letture, commenti, interviste e notizie. Per ora leggete Ronald Brownstein, che sostiene che nel partito democratico si sta forgiando una nuova coalizione elettorale che potrebbe garantire il dominio del partito sul lungo periodo. Qui invece un lungo articolo di settembre 2007 sulle diverse anime del fronte anti-repubblicano: sullo sfondo non c'è Obama contro Clinton, ma Netroots Nation contro establishment tradizionale del partito democratico.

Ma come fanno?

Imbarazzante Corriere della Sera. Mentre tutti discutono del "momentum" di Hillary Clinton - è la stampa bellezza: la nuova trama narrativa della fiction politica divora la vecchia - l'editoriale di oggi di Alberto Ronchey si trova a riesumare la categoria dell'ottimismo per spiegare le elezioni del 2008. Gli americani sono sempre un popolo di ottimisti, questo insegnano le primarie; d'altronde agli italiani piace cantare, i messicani amano la siesta e i russi bevono troppa vodka.

The Next Big Thing/1 - Dove vanno i conservatori?

Di qui in poi si comincia a guardare alle elezioni di novembre con un altro occhio. Per i conservatori si tratta di porre una domanda epocale: continuerà a esistere dietro il vessillo di John McCain la fusione politico ideale di patriottismo, fede e fanatismo di mercato? E' un tema che ci è caro (vedi qui i vecchi post). In queste elezioni il patriottismo non fa più rima con la guerra in Iraq; il mercato non genera speranze ma paure; i difensori evangelici della fede devono ingoiare il boccone amaro della candidatura di John McCain. La crisi è passeggera o strutturale?

Per America2008 questo sarà tema di approfondimento fino alle elezioni: recensioni, letture, commenti, interviste e notizie. Per ora guardate su Marco Polo un po' di dati: alle primarie repubblicane del Texas ha votato un terzo degli elettori che ha sostenuto Bush nel 2004; alle primarie democratiche sono andati a votare due milioni di persone in più di quelle del 2004. Un dato impressionante. Intanto leggetevi l'articolo di Robert Tracinski, un giovane intellettuale conservatore che chiede di abbandonare la destra evangelica a se stessa per riscoprire la "religione" dell'individualismo ateo e mercantile di Ayn Rand.

5 marzo 2008

Obama, i delegati e le regole della convention

Nonstante le sconfitte in Texas e Ohio, Barack Obama può tranquillamente sostenere di avere ancora in mano più carte di Hillary Clinton. L'argomento principale è il vantaggio incolmabile di delegati - a meno di risultati clamorosi Hillary vincerà in qualche Stato e Barack in altri e tutto rimarrà più o meno come adesso. Ma è proprio così? I delegati hanno un mandato o possono cambiare cavallo? Possono eccome e se volete un poco di storia in pillole sui precedenti in cui le convention hanno fatto secco un candidato, leggete questo post dell'Huffington post

America2008 says...

Di nuovo in tour e alla radio. Oggi America2008 commenta il voto di Texas e Ohio e analizza le campagne di Clinton e Obama alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, a Novoli al corso di Analisi del linguaggio politico. Stamane abbiamo commentato i risultati su Radio Onda d'Urto di Brescia e questo pomeriggio (replica stasera alle 21) siamo stati ospiti a Jefferson Ming su Radio24, la trasmissione quotidiana condotta da Stefano Pistolini che indaga Usa e Cina nell'anno delle presidenziali e delle Olimpiadi di Pechino

Clinton-Obama, il duello infinito



Clinton ha vinto in Texas, Ohio e Rhode Island. Obama nel caucus texano e in Vermont (l'election centre di Cnn per risultati ed exit polls). Nemmeno stanotte ha dato un risultato definitivo alle primarie democratiche e ciascuna campagna potrà, da oggi, spiegare agli americani di avere un vantaggio sull'altra (i video dei discorsi di stanotte: Clinton e Obama). A Obama resta un buon vantaggio tra i delegati e nelle prossime due tappe (sabato il caucus del Wyoming e martedì prossimi in Mississippi) ha grandi possibilità di aumentare il proprio vantaggio. Il senatore dell'Illinois attacca McCain e Clinton assieme: prova a fare il quasi nominato. Clinton gioca di nuovo la carta dell'eterno ritorno. I Clintons non si spezzano, ripete. Poi viene la Pennsylvania, di nuovo un grande Stato dell'est democratico, dove Hillary ha sempre bene. E poi la North Carolina, che dovrebbe essere di Obama. Un incubo dal quale il partito democratico non sa come uscire. Da oggi McCain è il nominato del Grand Old Party: settimane fa i sondaggi sugli scontri diretti lo davano perdente. Lo scontro interno ai democratici gli ha fatto recuperare quasi tutto il terreno.

4 marzo 2008

La dura vita del cronista...

Ecco la sala stampa dell'ultimo rally di Hillary a Austin (dal blog della Cnn). Non c'è da stupirsi che l'ex first lady si lamenti per il trattamento riservatole dai media. A dire il vero, da quando è diventato il front-runner, anche Obama non vive più una vita tranquilla come quando era Obambi.

I guai di Obama con il Nafta e il Canada. Il porto delle nebbie della campagna di Hillary

C'è una storia sul Nafta che ha colpito la campagna di Barack Obama negli ultimi due giorni. Il senatore avrebbe rassicurato le autorità canadesi che la faccia cattiva sul trattato di libero scambio è soprattutto retorica elettorale per l'Ohio. Così almeno ha spiegato un membro dello staff all'ambasciata canadese di Washington. Parlava per sentito dire? Diceva la verità? Ecco la prima storia che imbarazza la fino ad oggi perfetta macchina del senatore. Il resoconto schematico e i documenti da UsaToday un commento con resoconto dal blog di John Nichols su The Nation. La campagna di Clinton è invece alle prese con una nuova stagione dei veleni: Mark Penn, lo spin doctor di Hillary, ha inviato un memo ai giornalisti spiegando che lui nella campagna non conta nulla, non decide delle finanze, non della strategia e neppure del posizionamento politico. Erano Patti Solis Doyle e i suoi che si occupavano di tutto, Penn, a suo dire, non partecipa nemmeno alle riunioni. Proprio loro che sono stati licenziati? Andiamo... Howard Wolfson, capo della comunicazione ribatte che Penn è presente ad ogni meeting e discute di continuo con la candidata. Ecco il resoconto del Los Angeles Times sul porto delle nebbie.

3 marzo 2008

Le altre paure e la middle class

Un altro spot della Clinton: dopo le paure per la sicurezza dei vostri figli, qui una Hillary combattiva contro le lobby e "gli interessi particolari", a difesa della middle class e dei posti di lavoro. Lo spot è stato mandato in onda in Texas.

Quattro Stati al voto. Ultimo giro di primarie?


Ecco i dati essenziali dei quattro Stati che vanno al voto oggi. Tre a larga maggioranza bianca (con l'Ohio dove il voto afroamericano pesa), uno più anziano (il Rhode Island) e il Texas, tra i più diversi del Paese. Ovunque il voto giovane è una percentuale piuttosto bassa, il dato sfavorisce Obama ed è un argomento per coloro che sostengono che l'appeal che il senatore dell'Illinois può vantare sulle generazioni che si affacciano alla politica non è abbastanza per sconfiggere McCain. Se Hillary vincerà in Ohio potrà continuerà nella sua striscia positiva nei teritori del lavoro industriale. Se Obama vincerà in Texas avrà un argomento in più sul voto che trascende appartenenze politiche e comunitarie.

Ohio Donne 52 Bianchi 81 Neri 14 Latinos 3 18-29 anni 9 over65 22 College 37
Rhode I. Donne 55 Bianchi 89 Neri 4 Latinos 4 18-29 anni 8 over65 30 College 59
Texas Donne 53 Bianchi 52 Neri 21 Latinos 24 18-29 anni 10 over65 19 College 42
Vermont Donne 51 Bianchi 97 Neri 1 Latinos 1 18-29 anni 10 over65 22 College 61

Texas e Ohio, a tale of two States


Due economie, due realtà diverse, due Stati agli antipodi del Paese. Ecco un quadro dello stato dell'economia (e non solo) proposto dal Wall street journal. Qui un'analisi del New York magazine che spiega come mai Obama ha grandi possibilità nello Stato del Sud. Attenzione! Le regole delle primarie texane sono tali (un mix di voto proporzionale e caucus) che un candidato può perdere lo Stato e guadagnare più delegati. E' già successo in Nevada. Ecco una spiega delle regole texane da parte di un blogger democratico del Lone Star State. Anche questo blog sostiene che le regole avvantaggiano il senatore dell'Illinois.

2 marzo 2008

"Los amigos de Obama" colpiscono ancora

Dopo il reaggaetton per le primarie della California i mariachi pro-Obama per il Texas. FE-NO-ME-NA-LE

1 marzo 2008

I latinos del Texas ultima spiaggia di Hillary

Sono otto milioni e più del 22 per cento dei registrati al voto. In California hanno regalato la vittoria a Clinton senza contraddire le previsioni. Andrà allo stesso modo nel Lone Star state? Difficile da dire. Obama ha avuto tempo per lavorare anche su di loro e senza il loro voto Clinton è perduta (lo scrivono in tanti, Newsweek per tutti). Il voto latino è stato una delle basi cruciali di Bush per due elezioni consecutive e doveva diventare, nei progetti di Karl Rove, una delle colonne portanti di una maggioranza repubblicana durevole. Le rilevazioni sulle intenzioni di voto in Texas e altrove indicano che il voto ispanico si sta spostando verso i democratici. L'atteggiamento sull'immigrazione del G.O.P. (non quello del presidente, né di McCain fino a quando è diventato il frontrunner) hanno contribuito molto a questo cambiamento, così come il ruolo attivo giocato dai sindacati e da diverse organizzazioni democratiche di base nel movimento per la regolarizzazione degli anni passati. Ecco un'analisi del New Statesman di Austin sulla gara per il voto ispanico. Sembra che Clinton abbia perso gran parte del suo vantaggio. Su Politico il racconto di una comunità difficile da definire: nuovi migranti e vecchie comunità, conservatori perché religiosi e politicizzati, urbani e rurali. Si fa presto a dire ispanici: in uno Stato che era un vecchio pezzo di Messico il senso di comunità che si respira altrove è diverso, nel voto del 2004 la scelta degli ispanici è stata fatta ascoltando i media in inglese. La scelta potrebbe essere generazionale, sostiene il Philadelphia inquirer (i giovani per Obama) Il Seiu e gli altri sndacati che hanno endorsed Obama potrebbero fare la differenza. Poi ci sono i neri sfollati in Texas dopo Katrina: vogliono votare e potrebbero contribuire a cambiare la geografia politica dello Stato.