21 luglio 2009

Sanità, la saga continua

Il presidente ha detto che metterà tutto il suo peso sulla vicenda. I repubblicani proveranno a fare lo stesso per fermare il piano Obama, che sperano di trasformare nella sua Waterloo. E. J. Dionne, columnist del Washington Post spiega che Obama è meno preoccupato dei suoi colleghi di partito perché non ha la sindrome del 1993, ovvero della batosta presa dai democratici dopo la sconfitta suicida proprio sulla Sanità. Obama ha la maggioranza, lavora a mediazioni, mette il suo peso politico e non teme di prendere batoste. Per lui una buona notizia: il senatore Baucus, del Montana, che presiede la commissione finanze e che frena (o rallenta) sulle proposte di riforma sanitaria, negli ultimi mesi ha preso una valanga di soldi dalla lobby sanitaria. Baucus è insomma nel mirino e dovrà essere più accorto nel frenare. L'altra notizia è che i democratici stanno riflettendo sulla possibilità di una tassa meno penalizzante di quanto pensato fino a qualche giorno fa: saranno solo gli ultramilionari a pagarla. Un passo indietro tattico per mostrare di essere pronti al compromesso. Per finire, il pezzo di Vittorio Zucconi da Repubblica spiega molto bene lo scenario paradossale della battaglia per la Sanità negli States.

Guantanamo, i prigionieri che non sai dove mandare, il G8 de L'Aquila e i guai di Obama

Problemi a chiudere la prigione. Sembra che una delle prime scelte di Obama stia incontrando ostacoli. E che il piano di chiusura verrà rinviato. Perché? Un rapporto sullo status dei detenuti e sul loro destino viene rinviato di sei mesi (su questa pagina della Bbc anche il pdf del rapporto preliminare). Non si è dunque trovata una via d'uscita legale che soddisfi l'amministrazione sul fronte giuridico tanto quanto su quello della sicurezza. Un bel guaio d'immagine, anche con l'opinione pubblica musulmana. Qual'è il problema vero? Semplice, gli americnai non sanno dove mettere i detenuti. Questi hanno confessato cose, ma le confessioni gli sono state estorte con mezzi illegali e non sono quindi utilizzabili in un procedimento giuridico con garanzie. Se però le confessioni fossero vere - e qualcuna lo sarà pure - rilasciare alcuni dei prigionieri sarebbe un grosso pericolo. L'accordo del G8 a L'Aquila tra Berlusconi e Obama sull'accoglienza di alcuni detenuti attualmente nel carcere cubano (con in cambio le gentilezze americane al padrone di casa) è proprio questo. Per regalare prigionieri in giro e restituire loro uno status giuridico in linea con il diritto, gli americani stanno facendo pressioni, richieste, preghiere, ricatti e tutto quanto possono. Ma nessuno vuole mettersi in casa persone che sono potenziali membri di al Qaeda. Badate bene, in molti casi non ci sono satti problemi: gli uighuri sono alle Bahamas e alcuni altri sono tornati a casa. Ma ci sono alcuni casi di difficile risoluzione.

Schwarzy, la voragine di bilancio e i rischi per Obama

La California è una delle prime economie del mondo. Con un buco di bilancio che nemmeno l'Italia ai tempi di Craxi e Forlani. E con un sistema di approvazione dei budget e possibilità di indire referendum su qualsiasi cosa che rende molto difficile fare scelte decisive e impopolari (qui un post sul come funziona e perché si è arrivati alla situazione in cui siamo). Bene, stanotte il Congresso di Sacramento ha approvato una finanziaria di emergenza con tagli drastici e risparmi. I democratici sostengono che i servizi di base restano. Staremo a vedere se è vero. In molti, in queste settimane, hanno sostenuto che Schwarzenegger avrebbe dovuto chiedere un bailout come le banche. Qui San Francisco Chronicle (un giornale sull'orlo della chiusura) e LA Times (che qui in Europa nessuno fila, pur essendo un ottimo giornale, forse il fuso orario penalizzante). Sul quotidiano di L.A. anche un giochino divertente: sei capace di far quadrare il budget? Provateci, e scoprirete quanto è difficile. La California è importante per un motivo: difende la natura, taglia le emissioni e ha un sistema di assicurazione sanitaria molto includente. Ovvero fa già delel cose che Obama vorrebbe fare. Per farle spende. Schwarzenegger ha implementato queste misure senza ragionare troppo sui costi e il sistema di cui abbiamo detto sopra ha complicato tutto. Per fortuna il Grand Old Party non può sparare contro il governatore dell California: pur essendo un repubblicano sui generis, è uno dei pochi politici spendibili importanti rimasti a livello nazionale. Alla convention di Minneapolis/Saint Paul tutti erano sollevati dal fatto che fosse sul palco.

20 luglio 2009

Notiziario di mezza mattina: sondaggi, sanità, i cattivi repubblicani e l'economia

1. La riforma sanitaria resta lo scoglio politico più difficile per qualsiasi presidente democratico. Un sondaggio ABC/Washington Post rileva un vantaggio molto ampio sui repubblicani e una buona approval rating. Per la prima volta, Obama è sotto sul tema della riforma sanitaria. Naturalmente, qui sta il problema, c'è un pezzo di chi disapprova che ritiene che il presidente dovrebbe fare di più e un altro pezzo che ritiene che dovrebbe evitare di espandere il ruolo delle autorità federali e aumentare le spesa nel tentativo di allargare la copertura sanitaria. Qui il video di Obama che si rivolge ai cittadini per tentare di convincerli che la riforma va fatta, qui l'articolo di Ted Kennedy, il paladino della riforma per eccellenza, comparso su Newsweek. Il W. Post spiega che la strategia della Casa Bianca e mettere tutto il peso del presidente nella vicenda sanità. O la va o la spacca. Gli Obamas mettono il loro peso su una questione difficile - e sembrano essere un poco preoccupati.
2. I repubblicani non sono messi troppo bene nemmeno loro. Non hanno una strategia se non quella di sperare che tutto vada male agli avversari politici e sono a caccia disperata di figure di spicco (un paio si sono bruciate in questi mesi per robe di amanti). Non è una cattiva strategia, l'amministrazione Obama è in acque molto difficili. Come nota Kevin Drum, anche sulla sanità fare opposizione è complicato: o decidi che lasci lo Stato prendersi cure di alcune questioni o lasci le cose al libero mercato - escludendo dalla copertura sanitaria milioni di persone come avviene oggi. Il Grand Old Party deve però difendersi sul fronte dell'etica e della credibilità. C'è poi da ricordare il ruolo delle lobbies: qui Mother Jones parla di uno spot anti riforma nel quale compare un lobbista che, da dirigente di ospedale ha frodato il pubblico. Un classico, i cattivi in America sono cattivi per davvero.
Sarah Palin si sarebbe dimessa per problemi di parcelle agli avvocati ingaggiati per difenderla dalle accuse di aver gestito in maniera clientelare il potere. FIno a quando McCain non la arruolò come vice, Palin pagava con i soldi da governatore, poi ha dovuto pagare da sola (McCain ha un'etica di ferro, questo è poco ma sicuro). E adesso è la che fa il battitore libero poco credibile dell'Alaska. Ci possiamo sbagliare ma non sembra avere un futuro politico radioso. Peggio va a Dick Cheney. Su di lui aumenta la pressione, lo scandalo Cia cresce e la possibilità che finisca con l'essere coinvolto in un'inchiesta ufficiale sono sempre di più. La commissione della Camera sui servizi ha annunciato un'inchiesta sui piani segreti. Un editoriale di The Nation chiede a gran voce che si faccia luce sul piano per gli assassinii segreti della Cia occultato al Congresso.
3. L'economia e le banche. Robert Reich is mad as hell and it's no gonna take it anymore. Sul suo blog ripete che il fatto che le banche siano tornate ai profitti è grave e che la cosa non fa bene all'economia reale - a aumenta i rischi di ritorno alla finanza creativa. Ecco un bell'esempio pratico di quanto dice Reich in scala ridotta: venditori di subprime riconvertiti in venditori di ricontrattazione del mutuo. Quanto all'economia teorica, The Economist si chiede cosa è andato storto nella capacità di capire, anticipare, leggere la crisi. Un'analisi mezza condivisibile e mezza no. Il peggio si allontana e le bibbie del libero mercato provano a far quasi finta di niente? Non eravamo in un passaggio storico? E verso dove? Non è ancora chiaro a nessuno.

18 luglio 2009

Notiziario del mattino (o quasi): Tv, sanità e disoccupazione

1. Stanotte è morto Walter Cronkite, anchorman televisivo Cbs che ha commentato la morte di Kennedy, il Vietnam, lo sbarco sulla luna. Tempi diversi da oggi, nei quali la Tv era una fonte ed era un po' più credibile e sobria - niente plastici per Cronkite, ma lavoro sul terreno, ad esempio in Vietnam già più che adulto e famoso. Che diremo quando moriranno le facce Tv che vediamo da qualche anno a questa parte? Non sono più autorità, ci affidiamo a loro per svagarci, non per correre a capire che succede, come e perché. Il mondo dellinformazione è cambiato in meglio e peggio dai tempi di Cronkite - prima faccia Tv a dirigere il suo spazio, a decidere. Qui tre momenti della carriera in video. Quando tornò dal Vietnam e spiegò che l'escalation era un disastro, il presidente Johnson capì che aveva perso la guerra, ricorda il New York Times. Abbiamo più scelta, abbiamo la rete, ma abbiamo sempre meno lavoro serio sulla notizia. In America. Se poi guardiamo a noi, possiamo affermare con certezza che è cominciata la stagione dei calendari. Siamo oltre la notizia, noi.
2. Sei senatori democratici fanno la fronda contro la riforma sanitaria. La preoccupazione è l'aumento della spesa e l'introduzione di una tassa in una fase di crisi. Preoccupazione legittima? Forse, ma il gioco dei senatori moderati sembra più essere quello di far vedere che esistono in una fase in cui l'ala che in Italia definiremmo centrista è in un angolo. Negli States centrista equivale a difensori di uno status quo che non regge più, uno status quo contro il quale Obama ha vinto le primarie e le elezioni. Il presidente vorrebbe la riforma approvata entro le vacanze estive, difficile ci riesca, ma la pressione sul Congresso serve a essere sicuro che a settembre ci si arrivi. Sarà un passaggio storico di quelli difficili da capire per chi la Sanità ce l'ha. Qui il post sul dibattito in corso. Qui l'analisi del New York Times di oggi.
3. Nuovi dati sulla disoccupazione Usa. La costa Est (California compresa), il solito midwest ex industriale e non ancora post e il Sud-ovest sono le regioni più colpite. Qui una grafica con i dati.

17 luglio 2009

A che punto è la crisi Usa?

La Fed parla di segnali incoraggianti e così fanno molti altri. Reich è scettico e altri spiegano che la ripresa ci sarà ma non avrà grande impatto su occupazione e benessere collettivo. Altri analisti ancora sono preoccupati dal fatto che le banche siano tornate al business as usual. Per chi avesse voglia, ecco un articolo con le varie tesi esposte in italiano.

Il discorso all'Naacp: black pride ed etica della responsabilità

Se i bambini soldato africani non sono solo colpa dell'Occidente, la disoccupazione e il disastro delle inner cities e dei ghetti non è solo il prodotto della discriminazione. In sintesi, il messaggio alla associazione per l'avanzamento della gente di colore (Naacp) del primo presidente nero è questo. Nel video qui sopra, notate la cadenza più black del solito, già successo davanti alle platee afroamericane del Sud durante le primarie. In campagna elettorale Obama aveva già detto “aiutate i vostri figli a fare i compiti e toglieteli dalla playstation o dalle televisioni". Qui il video dal canale Naacp di You tube (che chissà perché oggi non mi riesce di caricare direttamente...suggerimenti?)

16 luglio 2009

Dov'era finita Hillary Clinton

Dite la verità: vi era mancata. Hillary Clinton è stata fuori gioco per un po' a causa della sua operazione al gomito. Un disastro: gli iraniani che rubano le elezioni, gli attentati in Iraq, l'Afghanistan da cui sembra che non si possa uscire e poi questa stampa cattiva che diceva che lei non conta nulla. Ma ora è tornata, ha dato un discorso al Council on Foreign Relations di cui vi abbiamo accennato alla fine di questo post. Del discorso trovate una sintesi più estesa qui ma in sostanza afferma alcune cose importanti: la volontà degli Stati Uniti di continuare ad essere leader del mondo (e non è scontato); il fatto che le minacce siano molteplici e che non si possa riassumere tutto nella guerra globale al terrorismo voluta da Bush; la necessità di usare tutti gli strumenti sia diplomatici che di cooperazione internazionale e non solo la forza come volevano i repubblicani; si negozia anche e soprattutto con i nemici perchè l'isolamento non paga. Infine sull'Iran: "time for action is now", se Teheran vuole entrare a far parte del gioco internazionale è questo il momento. Chissà, forse tra qualche anno il suo discorso sarà ricordato come la summa teologica dello "smart power" obamiano. Per il momento si continua a dire che è stata emarginata nell'amministrazione. Il tempo, come al solito, sarà galantuomo. Forse più di suo marito.

La pista siriana

Frederik Hoff, un assistente dell'inviato speciale per il Medio Oriente Mitchell, è in Israele. Ufficialmente solo per preparare la nuova visita proprio di Mitchell ma la stampa specula: non è che ora Netanyahu potrebbe approfittare delle difficoltà iraniane per fare la pace con la Siria? C'è molto wishful thinking da parte americana: sono in tanti, partire dall'uomo della Brookings Martin Indyk, a sperare in un accordo con Damasco che la tiri via dall'alleanza con Teheran. Difficile che succeda. Prima di tutto Israele sta pensando di riabilitare un disegno di legge che renda un eventuale ritiro dal Golan soggetto ad approvazione popolare. In secondo luogo il viceministro degli esteri Ayalon non ha usato parole gentili: non ci sarà trattativa con questi siriani che sponsorizzano il terrorismo. In terzo luogo: i siriani chiedono garanzie sul ritiro israeliano dal Golan, quello che invece il governo vorrebbe ingessare sottoponendolo ad un referendum. Un bel rompicapo. L'amministrazione potrebbe uscirne solo "mettendo la pistola sul tavolo" cioè minacciando Israele di ritorsioni nel caso non faccia la pace con la Siria e dicendo a Damasco che è l'ultimo treno per avere quei rapporti con gli Usa a cui evidentemente aspira tanto.

La medicina per la Sanità (e il ritorno di Sarah Palin)

Ieri la commissione Help (sanità, educazione, lavoro, pensioni) del Senato ha varato la sua ipotesi di riforma sanitaria. La Camera ne ha una sua. Sono molti simili dal punto di vista del meccanismo per allargare la platea delle persone con il diritto alla salute (obbligo per i datori di lavoro, penale per chi non lo fa da usare per finanziare il meccanismo pubblico, assicurazione pubblica rivolta a individui e piccole imprese in competizione con quelle private per abbassare i prezzi). I due testi costano uguale ma divergono sul come si finanziano: quello del Senato è più moderato e prevede risparmi enormi - difficili da ottenere in quella misura - quello della camera prevede una tassa sulla ricchezza. Sopra i 280mila dollari si paga una tassa sulla quota di reddito eccedente (chi guadagna 290mila paga la tassa per la saluta solo su 10mila dollari). Ci sono tre fasce e tre aliquote, dall'1% al 5,4% per chi guadagna sopra un milione (che si vede tassato all'1% il reddito eccedente la prima fascia, al 2,qualcosa quello della seconda e al 5,4% per la terza). Si tratta di una tassa progressiva ma molto moderata: al massimo, l'ultra milionario, pagherà 9mila dollari l'anno. Obama vuole una legge entro le vacanze di agosto. Se ci riesce porta a casa metà vitoria nel midterm 2010.
Sarah Palin, che si è dimessa a sorpresa dalla carica di governatore dell'Alaska circa una settimana fa, torna a farsi sentire. Sulle dimissioni si è detto di tutto: dagli scandali che inseguono Palin alla volontà di diventare il cane da guardia del GOP, fare quella che ringhia e vedere se dura abbastanza da candidarsi al Senato o alle primarie e provare a diventare presidente (heaven help us). Per darsi un tono, Palin ha scritto questo articolo sul Washington Post nel quale spiega che l'energy bill fa schifo. La sua politica energetica la ricordiamo urlata nei comizi: drill, baby, drill, trapana, ragazzo, trapana. Funzionava come slogan col doppio senso ma non molto di più.

Per finire, Hillary Clinton ha dato questo discorso al Council on foreign relations. I maligni dicono che lo ha fatto per rimarcare che c'è anche lei. I buoni parlano di ottimo discorso di politica estera. Non abbiamo ancora fatto in tempo a leggerlo.

Dimenticate le vostre comode scarpe di schiuma


Le indossano nelle cucine e negli ospedali, le indossano le mamme trendy sulla spiaggia e i loro figli. Per un paio d'anni, o forse tre, sono state un prodotto vincente: si compravano a poco prezzo, erano colorate o nere (per le cucine) e facevano respirare il piede. Adesso non le compra pi nessuno e la colpa non è della moda. La Crocs, la compagnia di zoccoli colorati di schiuma con i buconi per far respirare il piede sta per chiudere ed ha licenziato già 2mila persone. E' la crisi, ma non lo fate sapere a Della Valle.

15 luglio 2009

La giudice latina

E' un argomento che non scalda i cuori se non negli Usa. Ma gli equilibri interni alla Corte Suprema sono vitali per gli Stati Uniti. Negli ultimi anni nel Paese ci sono stati scontri epocali su matrimonio gay, aborto, diritto a portare le armi. E poi tutta la vicenda legata alle detenzioni a Guantanamo - chi li processa, habeas corpus e così via. Bene, su tutto questo, l'autorità federale che decide e ha deciso - e in alcuni casi fermato i disegni di Bush - è la Corte Suprema. E' per questo che l'agomento appassiona i media Usa (su tutti i grandi giornali e network potete seguire il processo di conferma in streaming). Il processo di conferma della nomina di Sonia Sotomayor - prima giudice donna e ispanica - è iniziato da due giorni. I repubblicani hanno fatto capire che non daranno battaglia, ma hanno provato a insinuare che Sotomayor ha una concezione partigiana del diritto e, dunque, non sarebbe un vero arbitro, di quelli che chiamano strikes e balls sui lanci verso il battitore a baseball. I democratici hanno ironizzato: ma come, il giudice Roberts è venuto qui a dirci che le sentenze della Corte sul dirito di scelta sono dei superprecedenti (il diritto anglosassone si basa su questi) e poi ha votato per ribaltare proprio quei superprecedenti. E che dire - ha ricordato Feingold - delle decisioni su Guantanamo, tutte prese 5 a 4. Se la Corte è così divisa, è la dimostrazione che il diritto non è una scienza esatta e che le convinzioni dei giudici entrano nella sala in cui si riunisce. Ieri ha parlato Sotomayor, i giornali meno partiginai dicono che è ha messo da parte la partisanship e la passione. I critici sostengono che nel suo moderarsi, la giudice abbia esagerato. Qui il blog Postpartisan del Washington Post, deluso dalla mancata difesa di affermazioni fatte in passato, qui Politico che nota come la giudice abia contraddetto Obama. Se il tema vi appassiona, sempre su Politico, trovate un forum molto ricco dal tema Cosa cerca il Gop in questo hearing? Qui, The New Republic si chiede perché il confimation hearing di quest'anno è così noioso. By the way, Sotomayor è la prima attività da senatore di Al Franken.

14 luglio 2009

Oggi digiuno


Tranquilli, non siamo diventati seguaci di Pannella. Semplicemente America 2008 aderisce allo sciopero dei blog di oggi per difendere il diritto alla libera comunicazione in Rete. Se volete saperne di più leggetevi questo altro blog.

12 luglio 2009

Obama sull'Afghanistan

Qui il video dell'intervista concessa alla britannica Skynews. La bataglia afghana è di tutti, degli europei quanto nostra, spiega il presidente. La novità negli accenti è nella frase: dopo le elezioni (di agosto) dovremo spendere di più in ricostruzione, sviluppo, traning e costruzione dello Stato e meno sul piano militare. Frasi dette molte volte, ma ad agosto manca poco e con ogni probabilità le offensive pakistana e americana di queste settimane hanno davvero dato un colpo ai talebani.

L'ora della verità per Cheney?

Il vicepresidente avrebbe ordinato di nascondere alcune attività Cia ai comitati del Congresso che ricevono le informazioni riservate. Se la notizia verrà confermata, i democratici avranno trovato l'appiglio per colpire il loro nemico pubblico numero 1, l'unico esponente della passata amministrazione - con Karl Rove - che discuta pubblicamente, criticandola, la politica Obama. La notizia è sata fornita dall'attuale direttore dell'agenzia, Leon Panetta al Congresso. I democratici preparano un'indagine formale sull'accaduto. Erano mesi che qualcuno, nel partito di Obama, cercava appigli per perseguire Cheney. La volontà iniziale era quella di indagare le torture, ma se c'è qualcos'altro che consente di processare l'ex vice presidente, ai dem va bene lo stesso. L'attacco a Cheney potrebbe aiutare a far diminuire un poco la pressione dall'amministrazione.

Economia, tasse e un articolo di Obama


Cominciamo con l'articolo pubblicato oggi sul Washington Post. Obama parla di economia, delle forme che ha preso negli States negli ultimi decenni e della necessità di riformarne le basi. La ricetta? Abbassare i costi della sanità, creare lavoro, migliorare la qualità della manodopera Usa e nel lungo termine ridurre il deficit. Chiamate mago Merlino e Mandrake. Ieri la Camera ha approvato una misura di sostegno finanziario agli studenti (una riforma dei prestiti che in queti mesi di crisi finanziaria ne hanno messi parecchi in ginocchio).
Quanto alla sanità, i democratici stanno pensando a introdurre una tassa sui redditi più alti per finanziare la riforma sanitaria. Ma nel partito monta la rivolta dei moderati (ecco una analisi di Politico sul problema moderato di Obama): i nodi cominciano ad arrivare al pettine e vedremo se Obama e i suoi saranno abili anche stavolta. Se il presidente passasse questo scoglio e la riforma entrasse in vigore, il midterm del 2010 sarebbe più facile.
In questi giorni il presidente ha difeso il piano, dicendo che ha funzionato come doveva. Krugman (vedi sotto) sostiene che ce ne vuole un altro. La crepa stimulus è un'altra crepa seria. Financial Times a pranzo con Larry Summers, che ci spiega che il peggio non è passato.

11 luglio 2009

Obama comes home

Un po' di sana retorica per il discorso del primo afroamericano divenuto presidente degli Stati Uniti. Ecco il testo del discorso. Il ricordo di Martin Luther King, il padre, il sangue, la libertà e la necessità di prendere in mano il proprio futuro. Obama è in Ghana per premiare il Paese dove la transizione la democrazia è avvenuta in maniera soft e l'alternanza ha funzionato senza guai. Il viaggio in Africa è il tentativo di fare egemonia planetaria e sfilare il continente più povero alla Cina, che in questi anni ha investito miliardi di dollari.
C'è di più: Susan Rice, l'esperta di politica estera del senatore Obama in campagna elettorale e attuale ambasciatore all'Onu, crede molto nella necessità di affrontare i grandi temi della povertà, del debito, dell'acqua e così via. Tra radici, csentimento, politica, il viaggio di Obama è davvero significativo. A casa, lo aspettano guai con il Congresso e con l'economia. Sarà interessante osservare il ritorno.
Nota interessante: la Casa Bianca ha prodotto una sintesi del discorso e la sta mandando via twitter, sms e altro a quanti più africani è possibile.

La ripresa che non verrà

Da più di un anno, da quando la bolla dei subprime era scoppiata dando avvio alla crisi, gli economisti e gli analisti finanziari si stanno chiedendo se la crisi avrà la forma di una V o di una U: cioè se il precipizio sarà veloce quanto la ripresa successiva oppure se entrambi saranno lenti. Robert Reich, ex ministro del lavoro di Clinton e forse una delle poche voci "di sinistra" in America, ha un'altra versione: stando così le cose non ci sarà nessuna ripresa. Cioè non si tornerà mai alla situazione precedente in cui il reddito reale delle famiglie restava uguale o addirittura calava e si finanziava l'aumento dei loro consumi con il credito facile. Pensare di rimettere in moto quel motore di quelle economia è come cercare di far ripartire una macchina da buttare. Cosa sia la nuova economia Reich ancora non ce lo dice, ma di sicuro pone un problema piuttosto serio: cercare degli aggiustamenti potrebbe non avere senso. Un altro economista "eretico", il nobel Krugman, ragiona invece sui risultati del piano di stimolo: magri finora, ma ci vorrà tempo e invece di buttare a mare quanto già fatto forse bisogna fare un secondo giro. Ma anche qui, non si sa con quali soldi.
Non sono esattamente i termini del discorso che si sentono in Italia, per questo vale la pena leggerli e rifletterci su.

10 luglio 2009

Il Nyt online a pagamento

La notizia è questa: Il New York Times, in profonda crisi finanziaria a causa della diminuzione degli introiti pubblicitari, si prepara a far pagare l'accesso al suo sito web. L'idea sarebbe di chiedere una piccola somma: cinque dollari al mese, 2,5 per gli abbonati. Il quotidiano si accinge a pubblicare un questionario online per avere il parere dei lettori. Se lo faranno, ci abboneremo e, a quel punto, avrete un gran bisogno dei blog.
Parlando della stampa e dei media, se i big del web cominciano a far pagare c'è la possibilità che si apra uno spazio reale per il futuro dell'informazione. Che in questo momento - lasciatevelo dire - è davvero in crisi.

Noia, piattume e un po' di ambiente a L'Aquila

Niente gaffes di SB, per adesso, un documento ambientale che parla finalmente una lingua in linea con la ricerca scientifica e obbiettivi a lunghissimo termine. Questo sembra essere, in sintesi, il lascito di un G8 che potrebbe rimanere nella storia per essere uno degli ultimi incontri del club riunitosi per la prima volta a Rambouillet nel 1975. Merkel e i cinesi insistono su una nuova architettura dei vertici e tutti sembrano essere d'accordo. Sull'ambiente il linguaggio nuovo è il frutto della leadership di Obama. O meglio, del fatto che per la prima volta al tavolo degli 8 c'è un presidente Usa che riconosce la necessità di mettere mano al camiamento climatico. Obbiettivi concreti? Pochi. Più in generale, Obama è stato protagonista ovunque: nelle battute rozze dei cronisti politici italiani sulla navetta che porta al media village, come testimonial del terremoto e anche come motore del vertice sui temi ambientali. Avrebbe voluto di più dal G8+5: presentarsi in Congresso con un documento che impegna Cina e India sull'ambiente avrebbe facilitato il passaggio della energy bill.
Berlusconi venderà il vertice come un succeso. Non è così, ma non è un insuccesso. Nei documenti finali si rimanda sempre al G20 di Pittsburgh, alla conferenza Onu sul clima di Copenhagen e così via.

8 luglio 2009

L'Aquila, aggiornamento dal G8

La partenza di Hu Jintao, volato a sedare le rivolte uighure, fornisce un alibi perfetto al G8. Senza i cinesi, decisioni sul clima non se ne possono prendere. E così, visto che il Major economies forum, vertice del G8+5 che discute di clima, sceglierà (si riunisce domani) di non assumere impegni assoluti nel medio termine (tipo: taglio delle emissioni del 20% entro il 2020), sembra che nemmeno gli otto si prenderanno la briga di decidere qualcosa. Nel documento finale ci dovrebbe essere un richiamo alla volontà di non far aumentare nel 2050 la temperatura di più di due gradi rispetto al 1900. Un impegno lontano, non vincolante e privo di passaggi concreti. Qualcuno dice che è già qualcosa perché è la prima volta che si può scrivere qualcosa sul clima a un G8. La novità sta nella presenza di Obama e del diverso modo di vedere le cose in materia ambientale rispetto a Bush.
Per quanto riguarda la lotta alla povertà, ci sarà un impegno di 13 (o 23?) miliardi di dollari. Il problema è che gli impegni presi al G8 scozzese di Gleaneagles sono spesso rimasti lettera morta - particolarmente vero per l'Italia, meno per la Gran Bretagna, che su questo spinge molto anche qui. Quindi, dire che si spenderà per la sicurezza alimentare non vuol dire che i soldi verranno stanziati. Si aggiunga che i soldi non sono abbastanza, la Fao ritiene dovrebbero essere molti di più. Vale a L'Aquila un altro elemento che è una costante di questi vertici. Ciascun Paese, quando spiegherà di aver adempiuto agli impegni per la fame nel mondo userà trucchi contabili con i quali dimostrerà - facciamo un esempio - che un finanziamento alle proprie università su qualche coltivazione da far crescere con poca acqua è un finanziamento contro la fame nel mondo. Vero nel lungo termine, ma falso se parliamo degli interventi di aiuto a chi muore oggi di fame.
Per il resto regna davvero il caos. Alla richiesta su quando e come ci si potrà prenotare per le conferenze stampa la risposta degli addetti è "non lo so, non ci dicono niente". L'addetto stampa giapponese gira lui per i tavoli a distribuire l'agenda del ministro (di solito c'è un tavolo dove c'è l'agenda aggiornata e qualcuno che ti spiega come e dove). E per finire, anche persone che si sono prenotate per le conferenze stampa, non sanno come e dove e non sanno se potranno parteciparvi. In questo momento, in sala stampa, l'amplificazione diffonde uno che parla in russo mentre sugli schermi scorrono immagini di Berlusconi e Merkel che passeggiano. Nessuno sa chi sia e non c'è nessuna traduzione. Ah, per adesso la terra non ha tremato.

Qui G8 terremotato dell'Aquila, dove il caos regna sovrano

Giunti infine nella caserma della Finanza che ospita il summit. Dopo aver parcheggiato in un centro commerciale come prescritto, siamo a cercare di capire che succede. Per arrivare al Media Village, come hanno chiamato la tendopoli allestita fuori dalla caserma, abbiamo preso un bus di quelli di linea strapieno di giornalisti e senza aria condizionata. Ora, per un Paese che tiene tanto (quasi solo) all'etichetta e alle vetrine, proprio non ci siamo. L'autobus è rimasto fermo, motori puzzolenti accesi, per venti minuti sotto il sole. Invece di fare un chilometro, la distanza tra il centro commerciale e la caserma, ne abbiamo fatti una ventina. Un corrispondente olandese scherza: “chiamate Isoradio e capiamo che succede". Tutti gli stranieri ridono o si guardano attorno spersi. Il catering è fornito da Autogrill (!?!) e sul buffet la spiega in inglese di cosa c'è nei piatti è piena di errori. Capire cosa succederà e come si svolgerà il vertice è un'impresa, sembra che le conferenze stampa saranno su prenotazione e aperte massimo a 120 persone (e con Obama come faranno??). Siamo troppo snob? Forse. Ma questi baracconi spesso inutili hanno almeno il pregio di comunicare bene il poco che producono. Stavolta sembra che non sarà nemmeno così.

6 luglio 2009

Piccoli ma significativi cambiamenti sull'Iran

In Iran qualcosa continua a muoversi e non sono movimenti di poco conto: la parte più riformista del clero, l'Associazione degli insegnanti e dei ricercatori di Qom, ha criticato la regolarità del voto. Le spaccature dentro l'elite religiosa sono uno degli indicatori da tenere presente per capire come può andare a finire.
Nel frattempo l'amministrazione Obama continua a proclamarsi aperta al dialogo, anche se rischia di ritrovarsi di fronte ad uno spiacevole dilemma: fermare i colloqui oppure andare avanti e legittimare un governo la cui elezione è stata criticata. Da notare l'intervista di Biden che afferma, per la prima volta dopo tanto tempo, il diritto di Israele di decidere da se come far fronte alla minaccia. Lo stesso giorno però il capo di stato maggiore Mullen ha ribadito invece che un attacco militare israeliano sarebbe una pessima cosa tanto quanto l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran. Il consenso americano all'attacco sarebbe in realtà imprescindibile visto che sarebbe necessaria l'autorizzazione al sorvolo dell'Iraq. E tuttavia le parole di Biden vanno tenute a mente per il futuro: perchè l'amministrazione potrebbe voler rimettere "la pistola sul tavolo" e cioè alludere alla possibilità di attacchi militari nel caso i negoziati falliscano.

La riforma si può fare

In un editoriale chiaro e breve il premio nobel Krugman spiega perchè la riforma della sanità non solo si può fare ma è un compito meno improbo di quanto non sia sembrato finora (anche a noi, leggete qui). Prima di tutto perchè i nuovi assicurati sarebbero prevalentemente adulti e quindi la categoria con meno bisogno di cure. In secondo luogo perchè oggi chi non è assicurato spesso non paga il conto e questo costo viene scaricato sugli assicurati con polizze più alte. Una tassa nascosta che a volte può essere anche considerevole. Terzo, perchè il costo di un milione di miliardi di dollari in 10 anni significherebbe un aumento di tutta la spesa sanitaria di solo il 4%. Un importo che secondo Krugman si può recuperare tagliando le "convenzioni" tra i programmi di assistenza pubblica e certi ospedali privati e riducendo la spesa per cure la cui appropriatezza non è fondata scientificamente. Oggi infatti in America non solo ci sono molti non-assicurati che hanno troppo poco, ma ci sono anche gli assicurati che, siccome pagano, finiscono per curarsi troppo con terapie di dubbia utilità. Questo ragionamento basterà a smontare le perplessità di molti democratici e la decisa opposizione dei repubblicani? Certo è che se il presidente non porterà a casa la riforma le sue chance di ri-elezione si ridurrebbero parecchio.

5 luglio 2009

Resta con noi, non ci lasciare

Avevamo imparato a conoscerla come pirotecnica candidata alla vicepresidenza per i repubblicani. La sua crassa ignoranza e le sue posizioni cripto-conservatrici ci si è erano scolpite nel cuore. Ci commuoviamo ancora pensando a quando disse che aveva una grande esperienza in politica estera perchè dalla sua casa si vedeva la Russia. Sarah Palin si è dimessa da governatrice dell'Alaska, o meglio ha annunciato che si dimetterà a fine mese. Ecco il testo del suo discorso, probabilmente scritto mentre si lavava i denti visto il grado di elaborazione non proprio eccelso. Quei cattivoni di Vanity Fair avevano fatto uno speciale su di lei in cui le gettavano la croce per la sconfitta repubblicana del 2008. Leggetevi il New York Times che racconta tutti i retroscena e i misteri di questa scelta: Sarah vuole forse candidarsi alle elezioni del 2012 e intanto le hanno commissionato un libro. Deve aver imparato dai leader del nostro centro-sinistra: se hai perso una volta perchè non provarci una seconda? E se hai fatto una brutta figura perchè non ergerti a maestra? Secondo Newsweek la corsa per il 2012 è già iniziata. Di sicuro ci sarà da divertirsi.

3 luglio 2009

Un mese dopo il Cairo

Un mese fa Obama parlava al Cairo. Nel frattempo sono successe talmente tante cose che sembra passato almeno un anno. In primis, la rivolta in Iran seguita alle elezioni presidenziali non riconosciute come regolari dall'opposizione. Il New York Times fa il punto della situazione persiana: anche se la rivolta sembra essere stata tutto sommato domata (ma bisognerà vedere il prossimo sciopero generale) si è aperta una faglia nella società iraniana e nel clero che non si rimarginerà presto. Gli Usa possono agire in molti modi per allargarla e far prevalere gli oppositori. Ma possono, aggiungiamo noi, anche decidere che negoziare con l'Iran sul nucleare e sull'Afpak è più importante del cambiamento di regime. Per ora noi italiani giochiamo il ruolo dei falchi, alludendo ad un inasprimento delle sanzioni al quale gli americani si starebbero opponendo. In ogni caso la situazione è molto più complicata di prima. Nelle ultime ore poi è stata lanciata una notevole offensiva in Afghanistan, si dice la più grande dai tempi del Vietnam. Il New York Times ci spiega perchè, anche se dovessero vincere militarmente, gli americani si troverebbero di fronte molte difficoltà nel portare dalla loro parte la popolazione. L'impressione è che i limiti dell'elaborazione americana in politica estera si vedano ancora tutti su questo fronte dato che la risposta alle insurrezioni sembra essere sempre quella del generale Westmoreland in Indocina: "firepower". Nel frattempo Asad ha invitato Obama in Siria, chissà che il processo di pace non diventi il campionato di consolazione della politica mediorientale del presidente riservandogli più soddisfazioni sia dell'Iran che dell'Afpak.

1 luglio 2009

Chi governa la California?

Bella domanda: lo Stato è alla bancarotta, si pensa a una riforma costituzionale per ridimensionare il potere dei referendum abrogativi di qualsiasi cosa e il sistema politico è al collasso. Il governatore Schwarzenegger è impopolare e il suo predecessore venne cacciato prima del termine. Eppure lo Stato della costa ovest resta Hollywood, l'industria informatica, università e turismo. Sarebbe ricco ed è una delle prime economie mondiali. In questo lunghissimo articolo dal New York Times magazine un quadro più che esaustivo della politica californiana e della lunga corsa per un posto che in molti vorrebbero e nessuno riesce a gestire. Quello di governor.

Quota 60 in Senato, ambiente e “pork barrel spending" e Chavez vs. Obama


1. Il risultato finale era molto meno importante di quello della Florida nel 2000, ma stavolta la Corte Suprema (del Minnesota) ha dato ragione ai democratici: il riconteggio, i ricorsi e la battaglia giuridica hanno assegnato il seggio senatoriale al partito di Obama (qui potete ascoltare il superconservative Rush Limbaugh definire il recount uguale a quello dell'Iran nel suo show radiofonico). Al Franken è il nuovo senatore dello Stato del nord dove i repubblicani avevano tenuto la convention. Mentre ai dem è riuscito di strappare il seggio del Colorado, qui è andata diversamente. Il rivale di Franken, un ex comico piuttosto liberal, era Norman Coleman, fino a ieri una figura pesante del Grand Old Party. Il dato cruciale è che il partito di Obama raggiunge quota 60 senatori ed ha una maggioranza a prova di filibustering (ostruzionismo). Su Al Franken: potrebbe diventare uno dei nemici preferiti del GOP, scrive Matthew Cooper su Atlantic. Certo, la maggioranza democratica ha dato prova di riottosità e dunque un voto in più è cruciale ma non blinda Obama (è pur vero che di fronte a una possibile vittoria cruciale del Gop su uno dei grandi temi il partito dovrebbe ricompattarsi). Un fatto comunque importante ora che al Senato arrivano le leggi sull'energia e comincia il difficile dibattito sulla riforma sanitaria. A proposito si sanità, ecco un articolo da Slate che ci spiega perché i sondaggi sulla sanità non sono affidabili (in breve: se ti chiedo: “Pensi che tutti dovrebbero avere il diritto?" Tutti risponderanno si, se chiedo "Paghi troppo per l'assicurazione?" sarà lo stesso, non c'è coerenza del pubblico in una materia tanto complessa. Ergo: provare, trovare una maggioranza e aspettare di vedere che succede). E un commento a favore della nascita di un'assicurazione pubblica in competizione con i privati dal liberal The New Republic.
2. Qui sotto parliamo dell'energy bill. La legge non è malaccio, ma come spesso accade nella politica Usa (e nella Finanziaria italiana), nel testo si nascondono spese e aiuti a settori, Stati, categorie che hanno fatto pressione sul loro rappresentante (o che questi ha chiesto per corteggiare i suoi elettori. E' il prezzo per ottenere la maggioranza su un voto cruciale e difficile, ma non è la riforma della politica promessa da Obama. Ecco cosa dice il New York Times in materia. La pratica di inserire nelle leggi spese inutili e/o nascoste si chiama pork barrel spending. Il Washington post ci racconta di come il senatore delle Hawaii abbia consentito che una banca locale sull'orlo della crisi abbia ricevuto 135 milioni di aiuti federali senza rispondere ai criteri. Molti hanno lavorato per ottenere fondi alle banche locali.
3. Chavez accusa gli Stati Uniti di aver orchestrato il golpe in Honduras. E' un'accusa fuori tempo massimo. Un golpe da operetta, per quanto violento, non aiuta la causa di coloro a cui piacerebbe cambiare segno alla politica latinoamericana. La reazione di Obama e quella dei govenri moderati del continente lo dimostra. Ecco un articolo critico verso i democratici, troppo timidi e lenti nel condannare il golpe (da The Nation) - ma per quando ancora sulla prima del sito, dev'essere precedente alle parole del presidente, che sul passato modo di fare degli Usa è stato chiaro con gli iraniani, figuriamoci nell'ex cortile di casa. Qui il NYT difende Obama.

30 giugno 2009

Notizia vecchia ma buona: prima approvazione per la legge sul clima

In teoria si trattava di uno degli architravi della politica economica in salsa Obama. Poi sono collate le borse, è arrivata la recessione ed è saltato in aria il modello indebitati e consuma. E così l'investimento in tecnologie ambientali non è più al centro del dibattito politico Usa. Prima o poi lo sarà perché, su questo non ci piove, per smetterla di invadere un Paese del Medio oriente ogni tre anni, rilanciare l'industria dei trasporti (se non solo dell'auto) e cercare di disinquinare un poco, gli americani dovranno imparare, copiare, innovare e provare a diventare il centro propulsore della rivoluzione verde come lo sono stati di quella informatica. La notizia è che La Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato con 219 voti e 212 contrari una legge che pone severi limiti ai gas inquinanti e prevede una riduzione delle emissioni dell'83% entro il 2050 (l'analisi dell'Associated press e quella di Time) Il provvedimento, che ora passa al Senato, non ha avuto il voto di 44 deputati democratici. Miopia, opposizione interna, moderatismo non meglio spiegabile se non per opportunismo. La legge è moderata ma affronta il tema in maniera generale e somiglia a cose che in Europa si sono già fatte nel tempo e a piccoli passi (in Europa non si negava l'effetto serra, né si sperava di salvare l'industria dell'auto producendo SUV).
Il presidente americano ha parlato di "passo coraggioso e necessario che getta le premesse per la creazione di nuove industrie e milioni di posti di lavoro, riducendo la pericolosa dipendenza dal petrolio straniero". Il pacchetto di 1.200 pagine prevede anche un passaggio graduale alle energia pulite. I critici sostengono che obiettivi così drastici porteranno alla perdita di milioni di posti di lavoro nei prossimi anni, i sostenitori che ci sarà un passaggio di posti di lavoro da settori aretrati a nuovi settori. La legge impone alle società di servizi elettrici di offrire una percentuale crescente di energia da fonti rinnovabili, dall'eolico al solare. Nuove regole anche per il settore edilizio, con misure per migliorare l'efficienza energetica e ridurre i consumi. Già, che fine ha fatto il piano casa di SB?? Non serviva come strumento straordinario per rilanciare l'economia? La politica Usa non è particolarmente veloce, ma già in questi giorni il Dipartimento dell'Energia ha fissato nuovi parametri di efficienza energetica per gli edifici pubblici: risparmio di soldi, meno consumi, meno inquinamento.
Ultimo tema, la politica. Vista la riottosità del partito, l'approvazione della legge è considerata un successo di Obama. Negli ultimi giorni, il presidente e Pelosi si erano dati un enorme daffare (ecco l'analisi di Politico). A proposito di politica: Paul Krugman chiama coloro che hanno votato no, traditori del pianeta. Ma si sa, il premio Nobel dell'economia è un pazzo estremista.

27 giugno 2009

La grana iraniana

Sembra un secolo fa quando Barack Obama parlava al Cairo di un nuovo Medio Oriente. Oggi c'è chi dice che di fronte a quello che sta succedendo in Iran la sua strategia sia stata sconfitta. Un editoriale piuttosto duro del Washington Post propone una soluzione già sentita: il regime change, cioè il rovesciamento con la forza (americana) del regime di Teheran. Gli americani in realtà non sembrano capirci moltissimo della situazione, tanto è vero che nessuno aveva neanche lontanamente previsto gli sviluppi della situazione post-elettorale. Sul sito del National Interest, l'esperta della Brookings Suzanne Maloney fa un elenco di tutti gli errori di valutazione: pensare che Khamenei volesse fare l'arbitro; credere che nessuno avrebbe toccato le istituzioni rappresentative; sottovalutare l'avversione degli iraniani rispetto ad una possibile rivolta; ritenere l'economia la possibile chiave di volta della caduta di Ahmadinejad. Ora la situazione non è facile eppure da un'inchiesta del blog The Cable all'interno degli esperti di Washington emerge come ci sia più di un motivo per essere ottimisti: le elezioni in Libano sono andate bene, la Siria vuole trattare con gli Usa, l'Iraq sembra essere più stabile. Sugli ultimi due punti è lecito sollevare più di un dubbio. Ma Trita Parsi, del National Iranian American Council, sostiene un wishful thinking che abbiamo già sentito in ambienti più o meno ufficiosi: il colpo di stato dei "duri" preluderebbe ad un'apertura sul negoziato nucleare. Lasciare quindi Ahmadinejad al potere proprio mentre si decide di trattare, per avere una garanzia sulla compatezza del regime. Sarà, ma forse questa crisi iraniana è la prima vera crisi per il "consenso pragmatico" in vigore a Washington già da prima dell'avvento di Obama.

26 giugno 2009

La guerra di Obama (ma anche la nostra)


Mentre il mondo parla della morte di Michael Jackson, c'è un paese dell'Asia dove l'America di Obama combatte una guerra che molti ritengono già persa. Uno dei problemi è che quella guerra la sta combattendo anche il nostro paese, al costo di un milione di euro al giorno e di tante vite umane. Vale la pena di leggere l'articolo di Emanuele Giordana (Lettera 22 e Carta) che ci spiega, oltre ai costi, anche i motivi molteplici di imbarazzo: non c'è nessuna "missione di pace", non era così neanche ai tempi del governo Prodi che su questo tema ci stava perdendo le penne; gli americani non sottostanno a nessun accordo e i maggiori bombardamenti fuori bersaglio - con decine di vittime - li hanno fatti proprio nella zona sotto responsabilità italiana; noi non si capisce che missione e quali obiettivi abbiamo ma l'importante, per la sinistra di ieri come per la destra di oggi, è esserci. Insomma, la logica ottocentesca con cui partecipammo alla guerra di Crimea vale ancora per le nostre classi dirigenti. L'editorialista del Guardian Simon Jenkins parla piuttosto chiaro: quella in Afghanistan è un'escalation fin troppo simile nella sua inutilità e mortalità di quella del Vietnam. Con l'unica differenza che noi italiani in Vietnam non c'eravamo mentre lì ci siamo anche se i nostri giornali non ne parlano quasi mai. Sono più importanti le veline a destra e le regole per le primarie per il PD. Evviva.

24 giugno 2009

La conanna all'Iran e la fretta di parlare con Damasco

La condanna di Obama per le violenze a Teheran complica la possibilità di dialogare con gli iraniani - almeno nel futuro immediato. In Iran Moshen Rezai, già capo dei pasdaran, ha ritirato il ricorso elettorale. Rezai è il più vicino ai gruppi che hanno vinto le elezioni e, scrive il New York Times, è stato pressato molto da vicino per mollare la presa. Gli altri continuao a protestare e a chiedere il rilascio degli arrestati. Nel frattempo, si avvicina il dialogo con la Siria: presto un inviato ufficiale a Damasco. Non poteva essere altrimenti: qualche passo in avanti nei vari complicati scenari mediorientali va fatto - e sfilare la Siria dal gioco con l'Iran, Hezbollah e Hamas sembra essere l'unica strada percorribile.

20 giugno 2009

Il video del giorno...Super Barack

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Le partite a scacchi di Obama, dalla finanza alla sanità

Ieri è apparso questo articolo di uno di noi su "L'altro", il nuovo quotidiano diretto da Piero Sansonetti. L'idea è questa: è vero, la sua proposta di regolamentazione finanziaria ha diversi difetti (parecchi); ma li vero punto di svolta è quello di cui parliamo qui sotto, la riforma sanitaria. E' un'unica grande partita a scacchi, nella quale Obama ha scelto (o è stato scelto) i suoi poteri forti di riferimento, le banche (contro hedge fund e settore assicurativo, come lamenta ieri Luigi Zingales sul Sole24ore). Se ne esce bene qui, ha segnato un punto sul serio; poi dovrà fare in fretta con il problema del lavoro, perché nonostante le cifre sembrano dire che va un po' meglio è lo stesso Presidente a dirsi preoccupato pubblicamente.

Fuoco alle polveri, ecco il piano sanità democratico

Un'assicurazione pubblica che competa con le private (abbassando i costi), divieto di rifiutare l'assicurazione a causa dello stato di salute passato degli individui, un sistema di sussidi a chi non si può permettere l'assicurazione, più persone assicurate da Medicare, prevenzione, diminuzione del prezzo dei farmaci. Ecco in sintesi la proposta di riforma della Snaità Usa - senza i particolari, che come sempre sono il succo delle leggi complicate come quelle che modificano il sistema sanitario. Qui uno schema del NYT con qualche particolare in più, qui, per i masochisti, il sito della commissione che ha elaborato il progetto (che trovate in pdf). Il piano è chiaramente penalizzante per le assicurazioni, mentre le case farmaceutiche, pure penalizzate, sono d'accordo per una riduzione dei costi.
Il nodo cruciale di tutto, in un anno come questo e con il deficit alle stelle, è quello del prezzo della riforma. Ecco un tema sul quale, senza fare la figura di chi vuole impedire l'allargamento della copertura sanitaria, le lobby e i repubblicani (ma anche qualche democratico) potranno aggrapparsi: non ci sono i soldi per tutto questo. La ricetta repubblicana è quella di aumentare la concorrenza e aumentare gli sgravi fiscali per le spese mediche sostenute. Ad oggi non ha funzionato granché visto che il numero dei senza sanità cresce in maniera costante da anni. Quest'anno, con la crisi, c'è un boom degli abbandoni da parte di piccole compagnie che cancellano il loro piano assicurativo e di singoli cittadini. Eppure, ecco una battaglia, LA battaglia, che Obama potrebbe perdere. Su questo il presidente rischia grosso (come spiega Politico). Ieri quello che è stato il padrino politico di Obama, l'ex senatore Daschle, trombato alla Sanità per un affare di rimborsi, ha suggerito al presidente - se vuole vincere la guerra - di non immettere nel mercato sanitario il gigante pubblico a fare concorrenza ai privati. Staremo a vedere. Tutti, ma proprio tutti, sentono la mancanza del vecchio e malato Ted Kennedy, che la riforma l'avrebbe portata a casa. In tutto questo, Washington Post ci segnala che l'America è a corto di medici di base. E senza quelli, allargare la copertura sanitaria, è impossibile. Per visitare più pazienti servono più dottori.

19 giugno 2009

La guerra della Sanità


Ecco due minuti di videoblog di Michael Tomasky sulla riforma sanitaria. Inutile dire che il tema cruciale è la quantità di pubblico prevista nella riforma. L'idea cruciale è quella di creare una compagnia assicurativa pubblica che entri nel mercato sanitario e competa con i privati, contribuendo all'abbassamento dei premi. Il problema è che con tanta presenza di pubblico in economia, i democratici hanno paura di esagerare. Tomsky prevede che una parte della proposta verrà ridimensionata su spinta della lobby sanitaria e dell'opposizione. Qui lo schema definitivo sul tema proposto dal New York Times: diverse opzioni, chi le sostiene, quanto costa cosa e come si paga. Una considerazione che vale per molte delle questioni in discussione a Washington potrebbe essere la seguente: il rischio grosso è un annacquamento di ciascuna delle scelte dell'amministrazione Obama, che già tendono ad essere morigerate. Sanità, ambiente, regole sono temi cruciali e servono scelte chiare, ben costruite. Il passaggio in Congresso - pensate alle nostre leggi finanziarie, a come entrano e, poi, a come escono dalle Camere - rischia di stravolgerle. Il senatore preoccupato perché il suo è uno Stato conservatore, quello che prende i soldi dalla lobby, ecc. potrebbero lavorare a diluire le riforme. Sarebbe un peccato.

18 giugno 2009

Finanza e sondaggi.....

Ecco un articolo del Washington post che spiega per filo e per segno come e perché la riforma della finanza è deludente. Volcker avrebbe voluto il ritorno del Glass-Steagal act abolito da Clinton (quello che separa banche d'affari e di risparmio). Non è stato accontentato. Summers e Geithner pure prevedevano controlli più severi e regole più strette, ma lobbisti e congressmen potenti hanno fatto in modo di far saltare le parti più aspre della legge. L'articolo è fantastico, ci sono le date e i nomi di coloro che hanno fatto pressione. Alla fine, per chi non avesse letto altro, la riforma prevede molti poteri di controllo alla Fed, più poteri al governo in caso di crisi e una agenzia di difesa dei consumatori ad hoc. Siamo sinceri, il presidenti ha usato toni enfatici per una riforma decente ma non particolarmente coraggiosa. Il Time si chiede: ma questa riforma è abbastanza riformatrice?
E veniamo ai sondaggi: oggi anche il WSJ ne pubblica uno, che non diverge di molto da quello del NYT qui sotto. C'è preoccupazione sul deficit, ma in fondo sono trent'anni che la propaganda di tutti è sulla necessità di non spendere. E' normale che quando il buco cresce la preoccupazione aumenti. Il Pew pubblica una nuova rilevazione che continua a vedere Obama molto in alto su quasi tutto: in alcuni casi come la politica estera, anche in crescita (eccolo qua).

Primo sondaggio mediocre (ma non troppo)

Il Nyt pubblica oggi un sondaggio che rileva un atteggiamento critico nei confronti del presidente Obama su deficit e scelte sull'industria dell'auto. Buona la performance in politica estera e, tutto sommato, sul piano sanità. Su alcuni temi il pubblico dice di non sapernde abbastanza in una percentuale tale che non si può ancora capire quale sarà l'atteggiamento quando, ad esempio, lo scontro sulla sanità entrerà nel vivo. Tutte, ma proprio tutte, le truppe di Obama sui territori si stanno preparando a combattere la battaglia e a diffondere il verbo (arrivano una o due mail al giorno). Vedremo se la mobilitazione permanente della base di Obama darà i suoi effetti al prossimo sondaggio.

Clinton, la Sanità e le regole finanziarie

Hillary è caduta e si è rotta un gomito. Ma questa è una notizia minore. Quelle vere di politica interna Usa - che stiamo un poco trascurando - sono il dibattito acceso sulla riforma sanitaria e la presentazione delle regole per la finanza. C'è anche il pacchetto ambiente in discussione in Congresso. L'amministrazione Obama, insomma, procede nell'applicazione dle programma. Resta da vedere se, come e quando il Congresso voterà su questi tre grandi temi e c'è da studiare con attenzione ciascuna di queste per capire bene se si tratta di grandi o piccole riforme. Sulla finanza, ecco un commento del NYT che dice abbastanza chiaro che non siamo di fronte a una svolta epocale: niente di paragonabile a quanto fece Roosevelt, è il titolo. Supervisione contro cambiamento è invece il titolo da The Nation. Il tema è grande e difficile, la chiave di lettura, forse, in due fattori: gli uomini che governano l'economia Usa in questo momento (Gethner e Summers) sono figli del sistema che dovrebero riformare, Obama e gli altri hanno paura, in un momento così, di andare ad uno scontro vero con un settore, quello finanziario che, anche indebolito, è in grado di produrre tempeste e cataclismi e di far schiantare tutta la baracca.

17 giugno 2009

Lo scontro di potere a Teheran come chiave di lettura

Che succede in Iran? E come mai, dopo che già altre volte l'ala riformista era stata battuta nell'urna, stavolta la risposta della piazza e di una parte dell'establishement è stata così dura. Una delle novità clamorose è stata la scelta di Khamenei, la Guida suprema della rivoluzione, di accogliere in fretta un risultato poco credibile. Con quella scelta e con il successivo passo indietro, l'ayatollah ha incrinato la sua presa sul potere.
Si tratta di una novità, a Teheran non c'è più una figura dal potere assoluto, super partes. In questo post sui nostri approfondimenti - frutto degli appunti presi a un convegno del Centro studi americani a Roma - si spiega cos'è che ha portato Khamenei in questa nuova posizione. In breve si tratta dell'alleanza con l'ala militare radicale del potere. L'equilibrio tra le vari fazioni e i poteri economici e corporativi di Teheran si sarebbe insomma rotto. Niente, ripetono tutti, sarà più com'era, il regime dovrà dare un ulteriore stretta autoritaria, oppure scegliere una lenta transizione riformatrice o ancora implodere. Mousavi, con la spinta che gli si è raccolta intorno, a prescindere dalla sua piattaforma politica, rappresenta l'ipotesi della transizione. Qui gli appunti dall'incontro di Roma al quale prendevano parte esperti, diplomatici e rappresentanti iraniani e israeliani. Questo il rapporto dell'International crisis group a cui si fa riferimento negli appunti (il titolo in sintesi è: su cosa vogliono trattare gli iraniani con gli Usa e quali condizioni pongono).
Tra le chiavi interessanti c'è quella del petrolio: Ahmadinejad e l'ala radicale hanno messo le mani sul ministero del petrolio dopo due tentativi bloccati dal Parlamento (che ratifica la nomina di quel solo ministero). Prima il più importante strumento dle potere economico era nelle mani di Rafsanjani. Ora l'ala politic radicale del regime non vuole perdere questo strumento di potere clientelare e Rafsanjani spinge per riprenderselo. Ecco l'articolo che parla di questo.