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4 novembre 2009

La non sconfitta di Obama ieri e il nostro blog domani

I giornali di oggi (primo anniversario della vittoria di Obama) hanno molte analisi sul perchè della sconfitta elettorale subita dai democratici nella tornata elettorale di ieri con la perdita dei governatori di New Jersey e Virginia, nonchè delle elezioni per il sindaco di New York. Certo non una buona notizia, tanto che il Washington Post oggi dice che "non è più il 2008 per i democratici". Lo spostamento più significativo è quello che riguarda gli elettori "indipendenti" che avevano premiato il partito dell'asinello nel 2006 e nelle ultime elezioni presidenziali e invece in Virginia e in New Jersey si sono spostati in massa verso i repubblicani, anche perchè in disaccordo con l'amministrazione sulla politica sanitaria e sull'eccessiva spesa pubblica. Si trattava però in entrambi i casi di candidati repubblicani "anomali": in Virginia c'era un candidato a suo modo centrista che, come avevamo scritto qui, aveva cercato con successo di sfondare in settori tradizionalmente democratici; in New Jersey il candidato democratico era troppo legato a Wall Street mentre quello repubblicano era un po' il Di Pietro locale, diventato famoso per aver mandato in prigione molti corrotti. Importante anche leggere ciò che viene dall'analisi degli exit poll: chi ha votato ha detto che non lo riteneva un referendum sul presidente; soprattutto in New Jersey il tasso di approvazione per Obama è ancora alto (il 57% di chi ha risposto al sondaggio all'uscita dei seggi); gli elettori sono molto preoccupati per lo stato dell'economia e più sono preoccupati più hanno scelto i repubblicani. Obama però si era molto esposto per il candidato democratico nel New Jersey e non è servito a farlo vincere: chi lo ha votato l'anno scorso non sceglie un cattivo candidato solo perchè glielo dice Barack. Ci sono poi delle buone notizie: i democratici hanno vinto nelle due elezioni suppletive per due deputati dello stato della California e di New York. Soprattutto nel secondo caso i repubblicani avevano scaricato la loro candidata moderata per appoggiare quello del "partito conservatore" molto estremista. E hanno perso un seggio sicuro. Se il partito continuerà la sua deriva estremista non è detto che le elezioni di ieri siano di buon auspicio per il midterm del 2010. Per i democratici ci sono diverse lezioni, un po' hanno a che fare con la timidezza nel realizzare le riforme a Washington come dicono vari analisti al Corriere della Sera. Altre riguardano la capacità di mobilitare costantemente quell'elettorato giovane e delle minoranze che aveva portato Obama alla Casa Bianca. Finora non ci sono riusciti, Organizing for America, il partito del presidente, non è decollato.
A proposito di decolli, tra qualche giorno sarà online la nuova versione del nostro blog, oramai proiettato verso il 2012. Intanto, per chi passa per Roma, ci vediamo venerdì sera alla libreria Flexi in via Clementina,9.

25 ottobre 2009

Imparare dalla Virginia

Il 3 novembre in Virginia si vota. Elezioni importanti perchè lo Stato aveva sempre votato repubblicano nelle elezioni presidenziali degli ultimi 40 anni fino a quando non è stato strappato da Obama. I democratici però già vincevano da un po' le elezioni per il governatore. Da vedere le mappe interattive del Washington Post e paragonarle coi risultati del 2008 contea per contea. Quello che emerge è che lo Stato è cambiato molto negli ultimi anni e che i democratici erano riusciti a sfruttare questi cambiamenti: più giovani, più pagati, più minoranze. Oggi i repubblicani mettono in campo una strategia simile cercando di penetrare tra le minoranze e tra chi vive nella suburbia. Potrebbero proprio farcela. Da qui, dall'analisi di chi si vuole rappresentare, parte la politica vincente. Provate a trovare mappe e strategie così per le regioni italiane.

8 settembre 2009

Obama, la sanità, gli anziani e il voto del 2010

Se cercate una spiegazione all’impasse politico che ha attanagliato l’amministrazione Obama per tutta l’estate, guardate i sondaggi per il governatore della Virginia. O per i posti in Congresso del Nevada e negli altri Stati tradizionalmente repubblicani o moderati che il presidente ha portato ai democratici nel novembre del 2008. Senza che i repubblicani abbiano fatto nulla per guadagnare terreno, il pendolo punta dalla parte del partito dell’elefante. Un fatto fisiologico dopo una vittoria tanto grande come quella di Obama, ma andatelo a spiegare ai senatori e rappresentanti che se sbaglieranno voto sulla riforma sanitaria rischiano di restare a casa. Per carità, non è tutta qui la difficoltà del re degli oratori, ma l’agenda politica di ciascun presidente non può fare a meno di giocare le partite più difficili nei momenti in cui si è abbastanza lontani dalle elezioni. E in questa estate del 2009, le lancette dell’orologio si avvicinano in maniera pericolosa alla distanza simbolica di un anno dal voto di mezzo termine (novembre 2010).
E’ per questo che il presidente aveva marcato stretto la leadership parlamentare del suo partito perché approvasse la riforma sanitaria prima dell’estate ed è per questo che domani si presenterà davanti ad una sessione bicamerale del Congresso per parlare della legge più difficile da far approvare al Congresso degli Stati Uniti d’America. (per continuare clicca qui)

28 agosto 2009

Il miglior discorso di Ted Kennedy

Lo trovate qui, su Americanrhetoric.com.

E' il discorso alla Convention democratica di New York del 1980, lo speechwriter era Bob Shrum. Comincia così:

“sono qui questa sera non per presentarmi come candidato ma per sostenere una causa. Vi chiedo di rinnovare l’impegno del partito democratico per la giustizia economica. Vi sto chiedendo di rinnovare il nostro impegno per garantire una prosperità duratura e giusta (...). La nostra causa è stata, fin dai tempi di Thomas Jefferson, la causa delle persone comuni, donne e uomini. Il nostro impegno è stato, fin dai giorni di Andrew Jackson, per quelli che egli chiamava gli umili membri della nostra società – i contadini, gli operai, chi lavora. Su queste fondamenta abbiamo definito i nostri valori, le nostre politiche e abbeverato la nostra fede”

30 luglio 2009

Sanità: appuntamento a settembre

I democratici hanno trovato un compromesso sia con la loro ala conservatrice (i blue dogs) che con i repubblicani moderati per discutere la riforma sanitaria a settembre. Una prima sconfitta per il presidente che avrebbe voluto che il primo voto dell'assemblea ci fosse già prima delle vacanze. E non a torto: come ci spiega il New York Times, i fautori dello status quo hanno già speso una somma ingente in spot televisivi conquistando una porzione di opinione pubblica non trascurabile. Usano la paura dei già-assicurati di perdere il proprio dottore ed il proprio livello di assistenza in cambio di tasse più alte. Starà al presidente, e al suo partito, contrastare questa campagna e coniugare i vari elementi all'interno della propria coalizione.
Al momento sembra che ci sia un primo compromesso (troppo moderato per l'ala liberal dei democratici) su un piano che costerebbe relativamente poco, darebbe meno sussidi ai poveri per farsi l'assicurazione, costringerebbe meno società a farla per i propri dipendenti e ammorbidirebbe l'entrata sul mercato dell'assicurazione pubblica.
Un cammino complicato quello di Obama: deve far passare il piano attraverso le forche caudine dei repubblicani e dei democratici conservatori ma allo stesso tempo la riforma deve produrre dei cambiamenti tangibili per la sua base sociale. Altrimenti il rischio è quello di spaventare e compattare i nemici senza dare nulla di concreto ai propri sostenitori. Una strategia che il centrosinistra italiano conosce bene: se fate mente locale ricorderete il destino delle "lenzuolate" - solo 3 estati fa, ma sembra un decennio.

30 giugno 2009

Notizia vecchia ma buona: prima approvazione per la legge sul clima

In teoria si trattava di uno degli architravi della politica economica in salsa Obama. Poi sono collate le borse, è arrivata la recessione ed è saltato in aria il modello indebitati e consuma. E così l'investimento in tecnologie ambientali non è più al centro del dibattito politico Usa. Prima o poi lo sarà perché, su questo non ci piove, per smetterla di invadere un Paese del Medio oriente ogni tre anni, rilanciare l'industria dei trasporti (se non solo dell'auto) e cercare di disinquinare un poco, gli americani dovranno imparare, copiare, innovare e provare a diventare il centro propulsore della rivoluzione verde come lo sono stati di quella informatica. La notizia è che La Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato con 219 voti e 212 contrari una legge che pone severi limiti ai gas inquinanti e prevede una riduzione delle emissioni dell'83% entro il 2050 (l'analisi dell'Associated press e quella di Time) Il provvedimento, che ora passa al Senato, non ha avuto il voto di 44 deputati democratici. Miopia, opposizione interna, moderatismo non meglio spiegabile se non per opportunismo. La legge è moderata ma affronta il tema in maniera generale e somiglia a cose che in Europa si sono già fatte nel tempo e a piccoli passi (in Europa non si negava l'effetto serra, né si sperava di salvare l'industria dell'auto producendo SUV).
Il presidente americano ha parlato di "passo coraggioso e necessario che getta le premesse per la creazione di nuove industrie e milioni di posti di lavoro, riducendo la pericolosa dipendenza dal petrolio straniero". Il pacchetto di 1.200 pagine prevede anche un passaggio graduale alle energia pulite. I critici sostengono che obiettivi così drastici porteranno alla perdita di milioni di posti di lavoro nei prossimi anni, i sostenitori che ci sarà un passaggio di posti di lavoro da settori aretrati a nuovi settori. La legge impone alle società di servizi elettrici di offrire una percentuale crescente di energia da fonti rinnovabili, dall'eolico al solare. Nuove regole anche per il settore edilizio, con misure per migliorare l'efficienza energetica e ridurre i consumi. Già, che fine ha fatto il piano casa di SB?? Non serviva come strumento straordinario per rilanciare l'economia? La politica Usa non è particolarmente veloce, ma già in questi giorni il Dipartimento dell'Energia ha fissato nuovi parametri di efficienza energetica per gli edifici pubblici: risparmio di soldi, meno consumi, meno inquinamento.
Ultimo tema, la politica. Vista la riottosità del partito, l'approvazione della legge è considerata un successo di Obama. Negli ultimi giorni, il presidente e Pelosi si erano dati un enorme daffare (ecco l'analisi di Politico). A proposito di politica: Paul Krugman chiama coloro che hanno votato no, traditori del pianeta. Ma si sa, il premio Nobel dell'economia è un pazzo estremista.

29 aprile 2009

100 giorni e 60 senatori

Oggi sono 100 giorni che Barack Obama è alla presidenza. Un inizio impegnativo sia per i problemi che ha dovuto affrontare sia per le iniziative messe in campo: il pacchetto di stimolo dell'economia, l'estensione dell'assicurazione sanitaria ai bambini poveri, l'equiparazione salariale tra donne e uomini, l'inizio della discussione sul servizio sanitario universale solo per citare alcune misure e trascurando del tutto la politica estera che merita un discorso a parte. Ecco la sintesi -analisi del Washington Post, che in un altro articolo spiega come sia stata proprio la battaglia sullo stimolo fiscale a determinare la strategia del presidente: ha capito che non poteva contare sul consenso bipartisan dei repubblicani e che era il momento di fare come aveva fatto nella campagna e cioè puntare direttamente a costruire consenso nel Paese. Poi, certo, all'epoca aiutò parecchio il voto di un senatore repubblicano della Pennsylvania: un tale Arlen Specter (nella foto) che votò a favore facendo infuriare il suo partito. Da ieri questo uomo è proprio passato tra le fila dei democratici, rendendone a prova di ostruzionismo la maggioranza in senato. Una sveglia per i repubblicani, che secondo Dan Balz dovrebbero ora rendersi conto che stanno diventando un partito puramente conservatore e solo del sud del Paese. La stessa preoccupazione che mostra il Wall Street Journal, vicino proprio ai repubblicani, che spiega come nelle elezioni del senato del 2010 potrebbe andare anche peggio: molti dei seggi in palio sono in stati dove i democratici sono andati molto bene nel 2008. Si calcola un'avanzata di un paio di seggi, anche nel caso la situazione economica non migliori.

5 gennaio 2009

Notizie politiche di qualche rilievo


1. I democratici in Senato potrebbero essere 59. Così almeno sembra di capire dalle notizie di oggi. Al Franken, l'ex comico di Saturday night life e oggi opinionista molto liberal, dovrebbe aver vinto il seggio in Minnesota. Il riconteggio delle schede è stato completato e Franken dovrebbe averla spuntata per qualche scheda (il 4 novembre era il suo avversario ad avere il vantaggio, ma immediatamente erano state denunciate irregolarità). Brutto colpo per Norm Coleman, senatore uscente e possibile stella nascente del Grand Old party e per tutto il suo partito. La convention si è tenuta nel suo Stato e non aver vinto nulla, nel nordico Minnesota, è un pessimo risultato. Ecco l'AP da Huffington post.
Di Bill Richardson sono già pieni i giornali: il segretario al commercio designato rimane con un pugno di mosche. Si è dovuto dimettere a causa di una indagine relativa a un affaire capitato ad Albuquerque. C'è un'indagine su di lui, lui e Obama giurano che non c'è nulla ma che per consentire al dipartimento di funzionare l'ex governatore e sostenitore della (quasi) prima ora di Obama sceglie di farsi da parte. Politico spiega che il team Obama ha messo spalle al muro la gente di Richardson e non ha avuto nulla in cambio. L'amministrazione perde un pezzo che sarebbe stato interessante e utile in America latina.
Tim Kaine, governatore della Virginia, è stato messo alla testa del Dnc, l'organo organizzativo democratico portato alla statura di organismo dirigente da parte del predecessore di Kaine, Howard Dean. La scelta di Kaine, sostenitore di Obama e governatore del Sud, indica la volontà di perseguire la strategia dell'espansione della forza del partito in zone non tradizionali per i democratici.

5 dicembre 2008

"Il partito di Obama" e la riforma della sanità

L'espressione che vedete tra virgolette nel titolo non è nostra ma della politologa Nadia Urbinati. Noi però come tutti i sapientoni l'avevamo detto già: Obama non butterà via la straordinaria mobilitazione e partecipazione che lo ha portato alla Casa Bianca. E infatti oggi il Washington Post ci racconta di come il vero mentore del nuovo presidente, Tom Daschle, stia mobilitando migliaia di sostenitori nel paese per riformare la sanità. A tutti viene inviata una mail chiedendogli cosa vorrebbero cambiare del sistema sanitario, se hanno da raccontare una storia, se vogliono fare delle proposte. Poi Daschle li incontra, ci parla, sente le proposte e si fa un'idea. Ascolta insomma, quello che il nostro centrosinistra fa solo quando non ha proprio nulla di dire. Il 13 e 14 dicembre in America tutti quelli che hanno partecipato alla campagna di Obama si incontreranno nelle case per decidere di come "portare il cambiamento a Washington e nelle proprie comunità". Da noi si discuterà, forse, ancora di PD del nord e, ahimè, di "questione morale nel PD". Stiamo per scrivere il capitolo del nostro libro intitolato "Maccaroni", in cui si parla del malato processo di americanizzazione della nostra politica. Se avete suggerimenti scrivete un commento qui sotto..

21 novembre 2008

Il partito di Obama

Giorni fa la campagna di Obama ci aveva spedito - come a tutti gli iscritti alle loro newsletter, non è che siamo speciali - un messaggio chiedendoci: e ora che abbiamo costruito questa meravigliosa macchina, cosa ci facciamo? Già, cosa ne sarà della macchina elettorale di Obama? E' una nuova e avanzata combinazione di orizzontalità dovuta ad internet e profondità dovuta all'impegno di milioni di militanti sul terreno. E. J. Dionne cerca di mettere un po' d'ordine: o la fonde col partito democratico (ma molti militanti obamiani sono anti-partitici e anti-politici) oppure ne fa una struttura parallela che fa un crea un nuovo modo di fare politica. Questo nuovo modo può essere uno strumento plebiscitario di sostegno al Capo oppure una rete di partecipazione politica diffusa. Staremo a vedere, intanto nel nostro libro cominciamo a chiederci se, oltre a cambiare il Capo, gli Stati Uniti ci hanno anche fatto vedere la politica del 21esimo secolo. Voi che ne pensate?

13 novembre 2008

I democratici e la crisi

Questo post è una piccola antologia delle opere di Alessandro Coppola, nostro "corrispondente" da Baltimora e dai disastri sociali americani. Partiamo dalla geografia: Obama ha vinto anche nel Midwest e nella "cintura della ruggine" della deindustrializzazione. Si diceva che gli operai non avrebbero mai digerito un candidato nero e "intellettuale". Forse da questo viaggio nel Midwest si capisce perchè non è andata così. La sintesi del programma ufficiale del partito democratico (americano) è una cosa che va letta perchè da l'idea del cambiamento di paradigma che c'è stato soprattutto sui temi economici e sociali. Sembra che se ne stiano accorgendo anche i democratici nostrani, quelli dello "shock riformista" - sù, smettetela di ridere. Perchè da ridere non c'è proprio nulla, la situazione economica americana è proprio nera ma nel terzo articolo capiamo perchè la crisi dell'industria automobilistica potrebbe diventare un'opportunità gigantesca per una riconversione ecologica dell'economia.

8 novembre 2008

Dopo la prima uscita

Sul sito del New Yorker un bel commento di George Packer: è ora che gli Obamas si mettano in testa che parlare con i media è bene, che controllare il messaggio nella maniera ossessiva in cui lo hanno fatto in questi mesi è male. Packer ha ragione, il livello di interlocuzione delle campagne presidenziali (e di quelle delle primarie) era basso: Biden ha tenuto una conferenza stampa, Palin nessuna. La stampa al seguito, affascinata dal candidato, era una legione di adoratori e gli altri non avevano granché accesso, specie dopo che la nomination è apparsa cosa fattibile. Chi scrive - che scrive per un giornale sfigato e straniero - ha avuto accesso a una sala stampa una volta sola. Conferenze stampa? Forget about it. Il problema non è il candidato ma il personale adorante. E' pericoloso, non fa bene al futuro presidente. Se la corte ti racconta che va tutto bene, non ti accorgi quando la luna di miele è finita.
Su The Nation, un'analisi di Nicolas Von Hoffman, la prima frase è, Obama distruggerà il partito democratico o questo distruggerà lui. Che vuol dire? Che i meccanismi di Washington triturano e che i giochi tra Congresso e Casa Bianca impediscono l'approvazione di riforme efficaci (spesso nelel leggi con un titolo x sono previste spese per titoli w, y, z). Von Hoffman suggerisce si andarci giù pesante e di usare la base che lo ha sostenuto come strumento contro il Congresso. Può essere un'opzione interessante, ma attenzione, la legione degli adoratori contro il Congresso è un rischio - salvo mettere in moto delle dinamiche organizzative diverse, tipo MoveOn, più staccate dalla campana stessa.

1 novembre 2008

Il governo Obama

Neanche ci sono state le elezioni, il cui esito sarà comunque incerto fino alla fine, che già si parla di chi sarebbe dentro il futuro Gabinetto Obama. Politico fa un primo toto-ministri. La figura chiave è il "White House Chief of Staff", la vera eminenza grigia di un presidente americano. Lì nel toto-ministri spiccano due figure: uno è Rahm Emanuel, uno dei democratici più centristi, l'altro è Tom Daschle, ex-senatore e, dicunt, l'uomo che più ha creduto in Obama e gli ha creato i contatti giusti a Washington. Ecco la biografia ufficiale di Daschle sul sito del think tank progressista CAP con cui collabora. Ne sentirete parlare ancora.

14 ottobre 2008

Deficit o non deficit? La battaglia tra i democratici

Torna il Big Government. David Brooks del New York Times ragiona attorno al tema del deficit, supponendo che alla Casa bianca siederà Barack Obama. Vale veramente la pena seguire il ragionamento.

Il deficit nel 2009 dovrebbe essere attorno al 5% del prodotto interno lordo, se non di più, ed è ovviamente destinato a crescere attraverso 4 sentieri. 1) Dopo quello per Wall Street, arriverà il turno del bailout per l'economia reale (settore automobilistico, compagnie aeree ecc. ecc.); 2) varo di pacchetti della più varia natura per lo stimolo dei consumi; 3) intervento pubblico per investire in infrastrutture e sostegno a sviluppo e ricerca in determinati settori, come quello dell'energia pulita; 4) riduzione delle tasse per la middle class, come promesso da Obama.

Eventualmente, un 5 punto: la riforma del sistema sanitario nazionale. Quel 5% di deficit in rapporto al Pil è quindi destinato a crescere, anche a seconda di chi prevarrà in un'eventuale amministrazione democratica, i "liberal" o "i conservatori fiscali" alla Rubin (l'ex Segretario al Tesoro dell'Amministrazione Clinton). Per Brooks - che ovviamente vede la cosa con grande allarme - vincerebbero i "liberal", in quanto maggioranza tra i democratici del futuro Congresso; inoltre la drammaticità del momento li aiuterebbe nel tentare di affossare per sempre la cultura economica liberista/conservatrice.

13 ottobre 2008

Hill&Bill a cavallo di Obama (e viceversa)



Non sembrava un comizio per il presidente Obama. C'era Joe Biden oggi a Scranton, certo, ma soprattutto c'era l'ex coppia reale. In fila, tra la gente diretta al palasport (campo da calcetto sintetico coperto, sono irlandesi da queste parti) non ci sono quasi neri o latinos. Tante magliette del sindacato, tante camicie a scacchi, tante spille Hillary sent me, la campagna messa su dalla senatrice per mostrare quanto pesa in certi Stati. La gente è qui per lei e lui, ma, a giuducare dalle chiacchiere fatte con un po' di gente, si è convinta a votare Obama. Non siamo nell'epicentro della crisi e nemmeno - a giudicare da Scranton, non abbiamo girato molto - in una città semi morta da deindustrializzazione come pure ce ne sono nel midwest e in alcuni Stati del Sud.
Cosa hanno detto i due? Semplice: andate a votare, fatelo per voi. America will rise from the ashes of the bushes (L'america risorgerà dalle ceneri dei Bush, che siginifica anche cespugli e quindi in inglese suona molto meglio, è una delle battute azzaccate). Bill parla del nipote e chiede alla platea "Che mondo gli lasciamo?". I due sanno parlare alla loro gente come pochi. Niente giovani, niente fighetti, niente diversità: questa è la vecchia America industriale che non sa bene dove andare ma si fida di Bill&Hill. Quando c'erano loro stavo meglio. Lo dice una signora sulla sessantina, che promette che andrà lo stesso a votare. Biden le è piaciuto. Da domani i Clinton batteranno Ohio, Florida e Virginia per il K.O. (una notazione personale, quanto suona strana la foto dei Clinton sul palco con la scritta Change?)

18 settembre 2008

Avete tempo da perdere? Leggete questi

Noi non ne abbiamo ancora avuto abbastanza. Ma di certo i due articoloni della New York Review of Books sul dopo convention varranno la pena di essere letti. Qui quello sui repubblicani, qui i democratici

11 settembre 2008

La demografia democratica

Oggi è l'11 settembre e i due candidati faranno i bravi senza attaccarsi, come avrebbe sempre voluto la grande stampa (vedi il Washington Post) e come prometteva Obama agli inizi della sua campagna. Poi ci si è accorti che non si porta la gente a votare senza parlare mai male dell'avversario: un po' com'è successo in Italia dove il centrosinistra che non ha mai chiamato per nome Berlusconi ha perso milioni di voti verso l'astensione, ma ancora non se n'è accorto. Negli USA invece le notizie sono di tutt'altro segno. L'ex stratega della campagna elettorale di Mondale (democratico che perse piuttosto male negli anni '80) ha imparato a fare i conti e in un magnifico articolo ci spiega che: l'effetto Palin sparirà presto; non bisogna guardare i sondaggi post-convention; se vanno a votare anche solo un po' più di giovani e neri in alcuni stati chiave Obama può colmare il gap che Kerry aveva con Bush 4 anni fa; che le nuove registrazioni in massa ai democratici ci sono proprio negli stati chiave (come Ohio e Pennsylvania) dove la battaglia per le primarie è stata più dura. Certo, bisogna proprio non guardarli i sondaggi post-convention: per esempio in New Mexico sembrerebbe che Obama si sia mangiato un grosso vantaggio nei confronti di McCain nel corso dell'estate, in Virginia la situazione è sempre in bilico ma ora pende un po' di più verso McCain. Il campionato è lungo e ci sono ancora molte partite da giocare.

31 agosto 2008

La piattaforma dei democratici...

...riassunta molto molto bene da Alessandro Coppola su Rassegna.it
E qui l'introduzione all'analisi dettagliata.

26 agosto 2008

La vera baraonda


Leggete il programma della convention del 25 agosto nel dettaglio: chi di voi sopravviverebbe a una baraonda del genere? Meglio la liturgia di un ingessato - e rassicurante - Congresso del Pcus. Qui troppa gente, troppe cose, persone, musica, video.. Prima di arrivare al nome clou della giornata - Michelle Obama - ci sono decine di interventi di sconosciuti e siparietti di ogni tipo. Onore ai reporter sul campo.

24 agosto 2008

Benvenuti a Denver


Eccoci a Denver, la città perfetta per una convention democratica con Obama candidato. Ricca, turistica, piena di palestre di yoga e di negozi che vendono local food, la città è ricca di quei giovani contemporanei che tanto si entusiasmano per Barack. A Sud ovest la pianura ricca di prateria e mandrie, in città qualche impresa hi tech e tanto turismo di passaggio verso le Rocky mountains (o Colorado springs, il Vaticano evangelico d'America, la città delle mega chiese e dei mega raduni). Uno Stato tradizionalmente repubblicano (ha vinto Bush due volte e persino Bob Dole contro il secondo Clinton), ma governato dal democratico Bill Ritter, che ha preso voti tra i contadini, così come in città. I democratici dell'Ovest sono pieni di queste figure politiche capaci di strappare voti ai repubblicani (anche in Virginia, dall'altro capo degli States, sta andando così) e queste figure sembrano essere il volto emergente del partito, distante dai politici newyorchesi o del New England caricaturizzati dai repubblicani.
Denver è felice di accogliere la marea festante dei delegati, molti soldi pioveranno sulla città per una settimana, tutti affittano i loro appartamenti a caro prezzo, la stampa parlerà dei suoi bar e ristoranti e, forse, entrerà, come si dice facilmente in America, nella storia. All'aeroporto anziane signore col cappello da mandriano fanno volontariato per i democratici, tutti sono gentili e attorno al Pepsi centre dove si svolgerà la convention, ferve l'attività, piovono volontari e cani poliziotto annusano l'aria. Domani arrivano tutti, lunedì si parte. Benvenuti a Denver.