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28 ottobre 2008

Un po' di pessimismo?

I sondaggi continuano a sorridere a Barack Obama. Nella finestra che c'è sulla colonna destra di questo blog è ancora avanti 375 voti elettorali a 157 (sei indecisi), se la tendenza fosse questa, potrebbe perderne ancora molti e vincere comunque le elezioni. Lo stesso vale per le medie di Polster.com, che prende in considerazione un numero più alto di sondaggi: in questo caso Obama è in vantaggio 306 voti elettorali a 142. Nelle medie di Pollster gli indecisi sono 90, alcuni Stati davvero importanti (Florida, North Carolina) sono tra gli indecisi. Obama potrebbe perdere quelli e tutti gli altri indecisi e anche uno o altri due Stati al momento assegnati a lui (per diventare presidente servono 270 voti, due Stati importanti ancora in ballo, Ohio e Virginia ne contano 33, che sommati a quelli assegnati a McCain più i 90 indecisi dovrebbe fare 255, 15 in meno dei necessari). I conti tornerebbero, almeno in teoria. Due particolari: da un paio di giorni Obama non cresce più, non ha il vento in poppa come una settimana fa; il secondo motivo, più importante, riguarda la solita bontà dei sondaggi. John Nichols, su The Nation, ci ricorda che il senatore democratico è sempre andato uguale o un po' sotto i sondaggi e ci ricorda che in alcuni Stati c'è una percentuale di indecisi tale da capovolgere l'attuale andamento dei sondaggi.

9 ottobre 2008

Ohio

Un bel reportage del New Yorker dall'Ohio. Una vampata sindacale e operaia per i democratici e Obama? La tenuta dei Reagan Democrats e del populismo conservatore? Per il New Yorker l'Ohio (dove si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro) è soprattutto un luogo di disincanto e disaffezione verso la politica.

25 settembre 2008

Quando il gioco si fa duro.. si gioca in pochi campi

Prima di tornare sull'unico, vero grande tema di questa fine di campagna elettorale (la crisi e il crollo di Wall Street) una nota importante: in passato avevamo accennato all'ambiziosa strategia dei 50 stati di Obama, che richiamava quella del presidente del partito democratico Howard Dean.

Una strategia per competere in tutti gli stati, anche quelli dove i democratici sono naturalmente perdenti, con diversi obiettivi: impegnare i repubblicani su più fronti, avendo dalla propria più soldi, volontari, entusiasmo; guardare al futuro, a un partito più "compatto", più omogeneo nel messaggio e nell'identità in tutti gli stati; rafforzarsi dove i trend demografici mostrano grandi potenzialità per il partito democratico, come accade nell'ovest. Più in generale si trattava una strategia di rafforzamento "dell'apparato di partito democratico" (gli americani non userebbero mai un espressione del genere), non condivisa da tutti: una parte crede che risorse ed energie vadano utilizzate in pochi e strategici collegi elettorali che tradizionalmente garantiscono la vittoria in uno stato. Con l'avvicinarsi del 4 novembre si torna a questo approccio.

La notizia di un paio di giorno fa è che lo staff elettorale di Obama lasciava il Nord Dakota per spostarsi altrove, dandolo per perso dopo averci provato; osservando gli spostamenti di truppe e gli investimenti nella campagna elettorale (gli indicatori migliori della strategia elettorale di un candidato) si intuisce che nel prossimo mese e mezzo la campagna si concentrerà su: Michigan, Pennsylvania, New Hampshire, Virginia, North Carolina, Florida, forse la Georgia, ovviamente l'Ohio, Colorado, New Mexico e Nevada. Comunque non sono pochi gli stati nei quali si sceglie di giocare, ma ormai il dado è tratto. La strategia dei 50 stati, però, pagherà soprattutto al Congresso.

8 settembre 2008

Ancora Virginia e sondaggi

Qui accanto c'è una mappa elettorale con i dati stato per stato. E' aggiornato ogni giorno. Non riprende i sondaggi nazionali. Nei quali, oggi, McCain supera Obama per la prima volta. Presto per dire se è l'effetto convention, quello Palin o una tendenza destinata a durare. Vedremo tra una settimana se c'è da preoccuparsi - il GOP che abbiamo visto a Minneapolis era vecchio, di destra e senza idee, non sarebbe un bene trovarselo di nuovo al potere. In Virginia la registrazione è andata così, a livello nazionale, invece, ci sono 2 milioni di democratici in più e 340mila repubblicani in meno rispetto al 2004.

28 luglio 2008

A che punto è la corsa?

Pollster.com pubblica una cartina nella quale evidenzia lo stato geografico della corsa: secondo il sito, che è gestito da esperti e accumula dati su tutti i sondaggi, Obama sarebbe in vantaggio 282 grandi elettori a 147 (per 104 il margine di distacco dell'uno o dell'altro candidato è talmente piccolo da rimanere in ballo). Secondo questa cartina, la Florida e la Virginia sono alla pari, mentre hio e New Mexico sono democratiche. A Obama, insomma, non servirebbero né il Sud, né l'Ovest per vincere. Il sondaggio dei sondaggi nazionale prodotto dalla Cnn, regala ad Obama sei punti di vantaggio. Se così stessero davvero le cose, la battaglia sarebbe chiusa. Ma è luglio, le elezioni lontane e la campagna vera non è ancora cominciata. Ecco un pezzo sulla possibilità di Obama di raccogliere un pezzo di voto evangelico e un Robert Novak sulle possibilità di McCain di rientrare in partita. Ed uno sul senatore dell'Arizona e gli indecisi dal Wall street journal.

2 luglio 2008

Obama non va a Sud

Ancora sulle mappe elettorali. Ieri il New York Times ha pubblicato un intervento di di Thomas Schaller, autore del volume “Whistling Past Dixie: How Democrats Can Win Without the South”. Schaller contesta uno dei miti di questa campagna elettorale: secondo lui la mobilitazione democratica nel Sud non permetterà comunque di vincere in stati quali la Georgia, il Mississippi o la North Carolina. Nell'articolo, molto interessante, trovate i numeri e le argomentazioni a supporto della sua tesi (un esempio: non è vero che a Sud i neri votano meno dei bianchi e non è vero che si possono rovesciare i risultati elettorali del 2004 portandoli in massa ai seggi).

Discorso a parte per la Virginia, dove Obama potrebbe effettivamente vincere: lo stato del generale Lee non è più Sud per motivi socio demografici chiari, che riguardano l'espansione urbanistica ed economica del nord dello stato, divenuto ormai un polo di sviluppo dell'economia dei servizi che ruota attorno a Washington DC.

25 giugno 2008

Una nuova geografia del voto? Che succede se a Obama riesce una registrazione di massa

Ecco un'analisi del Chicago Tribune sullo sforzo della campagna democratica di cambiare la geografia delle presidenziali. Per sommi capi possiamo dire che da qualche decennio i democratici prendono le coste più il midwest (meno l'Ohio, quando perdono), mentre i repubblicani divorano il Sud (meno l'Arkansas o la Georgia quando hanno perso contro Clinton e Carter) e il West. Da decenni lo scontro è quindi limitato ad alcuni Stati. Quelli famosi sono Florida e Ohio, mentre il Missouri vota sempre con il presidente. Una delle incognite della campagna 2008 è relativa proprio a come e quanto lo sforzo di Obama di registrare e far andare a votare più gente funzionerà per mettere in gioco nuovi Stati. Il Chicago Tribune ne individua addirittura nove, Politico parla di 14 Bush States. Nei prossimi mesi uno dei giochi preferiti sarà proprio quello di aggiornare e cambiare l'elenco dei battleground states.

9 giugno 2008

Questioni di geografia: quale mappa elettorale?

Coalizioni, organizza- zione, contenuti e, soprattutto geografia. La demografia degli Stati cambia a gran velocità, il ruolo degli evangelici - determinanti per eleggere Bush - non è affatto scontato, il candidato afroamericano mobiliterà una porzione di popolazione che spesso non vota esattamente in massa e lo stesso farà con i giovani. E che ruolo giocherà la vicenda dei delegati di di Florida e Michigan? Penalizzerà Obama? E la paura del nero? Chi mobiliterà? E dove? La mappa elettorale degli Stati Uniti potrebbe essere destinata a cambiare molto più di quando non sia capitato negli ultimi decenni. Cominciamo con un assaggio: ecco uno schema rapido dei battleground states dal Washington Post, gli stati destinati a essere terreno di scontro tra Obama e McCain. Il pericolo, per i repubblicani è che sia Dean (per quanto riguarda il Congresso) che Obama, hanno intenzione di andare a giocare anche dove fino a quattro anni fa non avevano speranze.

19 maggio 2008

Bluegrass e Beaver al voto: Kentucky e Oregon chiuderanno la partita?

Altro giro, altra corsa. Lo sanno tutti, Hillary è in enorme vantaggio in Kentucky e Obama ha un buon margine in Oregon. Uno è uno Stato bianco rurale, collocato a cavallo tra il midwest e il Sud. Con tutto quello che questo significa in termini di conservatorismo, diffidenza verso i neri, che a differenza di altri Stati dell'area, qui non sono nemmeno un pezzo rappresentativo dell'elettorato. Il Kentucky è un altro di quegli Stati che era solidamente democratico fino alle lotte per i diritti civili, quando tutto il Sud ha abbandonato il partito di Lyndon Johnson per il Grand Old Party. Ha scelto i suoi democratici negli anni 70 e 90 - l'ex governatore delle Georgia Jimmy Carter e quello dell'Arkansas Bill Clinton - ma poi ha eletto George W. a larga maggioranza. Nei sondaggi sulle presidenziali elegge McCain con più di dieci punti di scarto. Contro Clinton e contro Obama. L'Oregon è il contrario esatto: uno Stato che cambia rapidamente a cavallo tra San Francisco e Seattle, pieno di giovani, università, economia avanzata e tanti produttori di birra. Se ci fosse anche un 20 per cento di afroamericani sarebbe la tana di Obama, ma in Oregon i neri sono solo il 2%. Domenica scorsa, a Portland, il senatore ha radunato 75mila persone. Un record per la città. In Oregon, sebbene con margini relativamente piccoli, Gore e Kerry hanno vinto (il sentimento anti guerra in Iraq è forte). Anche nei sondaggi per il 2008 Obama e Clinton battono McCain.
La partita del voto in questi due stati non è comunque quella di chi e come si vince. A Obama mancano 16 delegati per raggiungere la maggioranza assoluta dei delegati e, comunque vada, la otterrà. Obama ha fatto sapere che comunque vada non si proclamerà vincitore, ma a quel punto altri superdelegati si schiereranno e - forse - l'estenuante esercizio democratico delle primarie sarà finito. A meno che Hillary non decida di andare avanti premendo sul comitato ristretto del partito chiamato a dirimere la vicenda dei delegati di Florida e Michigan. Nel comitato Clinton può contare su molti amici, ma una decisione troppo favorevole all'ex first lady farebbe infuriare i sostenitori di Obama. Il comitato si riunisce il 31 maggio.

5 maggio 2008

Il voto della North Carolina, profondo Sud (che cambia)


Domani si vota anche in North Carolina, lo Stato con più delegati in palio prima di Denver. Già regno di cotone, tabacco e tessile, oggi lo Stato oscilla tra declino industriale e rilancio tecnologico. Con ceti dinamici ed emergenti e tanti nuovi poveri, come altrove. Ecco la nostra scheda di approfondimento

Domani le primarie dell'Indiana: ma che posto sarà mai questo Indiana?

Qui un nostro breve identikit elettorale dell'Indiana. Dategli un'occhiata e aspettate di vedere cosa accadrà domani.

4 maggio 2008

Guam, il caucus lo vince Obama (per 7 voti)

Sono solo quattro delegati per 170mila abitanti. L'isola di Guam è lontana dagli Usa e famosa per i fanghi anti-cellulite, presa durante la guerra nel Pacifico con il Giappone e non ha gran peso politico. Ma vota. Hanno votato in poco più di 5mila e il risultato è stato 2264 Obama, 2257 Clinton. Il margine è talmente esiguo che i voti verranno ricontati. In origine si pensava a una vittoria larga di Clinton. Scarto minimo e due delegati per uno, ma la persona nominata presidente del partito locale e il suo vice - due superdelegati - sono con il senatore. Il primo aveva già garantito il suo sostegno (ma è diventato superdelegato) e il secondo aveva dichiarato che avrebbe sostenuto il vincitore del caucus. I sette voti, se verranno confermati, pesano per questo.

25 aprile 2008

E adesso tutti in Indiana e South Carolina. E se già fosse tutto finito?

La notizia è breve ma interessante perché dice qualcosa dello stato reale della corsa democratica. Gabriel Guerra-Mondragon, ambasciatore in Cile ai tempi dell'amministrazione Clinton e importante raccoglitore fondi della campagna di Hillary, è passato a raggranellare fondi per Barack Obama. Le sue motivazioni non hanno a che vedere troppo con le scelte politiche o gli interessi, Guerra-Mondragon spiega di essere amico dei Clinton ma di essere “prima di tutto" membro del partito democratico. E secondo lui, l'ex first lady non ha possibilità di superare Obama. Meglio cominciare a lavorare per le presidenziali dunque. Il senatore dell'Illinois vende come certa la sua vittoria con la campagna di massa e in 50 Stati di registrazione al voto. Il messaggio non è solo un tentativo di dire “Mi sto già occupando del voto vero, quello di novembre", la volontà sembra essere quella di confermare di essere un fattore di cambiamento e partecipazione. La strada potrebbe non essere breve o infernale, per lui e per i democratici, il 6 maggio si vota in Indiana e North Carolina. Il terreno di scontro vero è il primo dei due Stati, nel secondo Obama ha un buon margine di vantaggio - che pure si è andato assottigliando. Tra l'altro l'ultimo sondaggio in North Carolina precede la vittoria di Clinton in Pennsylvania, che certo male non può averle fatto. Il territorio conteso sembra essere comunque l'Indiana, dove Clinton aveva almeno dieci punti di vantaggio fino a metà aprile. Poi Obama è passato in vantaggio, prima di 5 punti, poi di 3 e infine di un solo punto (gli ultimi due sondaggi registrano la vittoria di Clinton). L'analisi di Politico sul perché l'Indiana è un posto dove entrambi hanno buone possibilità di farcela.

22 aprile 2008

Pennsylvania 22 aprile 2008/2


Un secondo approfondimento in italiano. O meglio un articolo uscito oggi su Liberazione, un po' di ripetizioni rispetto al precedente e una forma letteraria (si fa per scherzare) diversa. Il tema è il solito: coalizioni e territori per tentare di strappare più voti e/o più delegati (che alla fine contano quelli).

21 aprile 2008

Pennsylvania, 22 aprile 2008


Tutto, ma proprio tutto, quello che serve per capire le primarie della Pennsylvania di domani. Cosa c'è in gioco sotto ogni punto di vista. Leggete la nostra scheda in approfondimenti.