All'assemblea Onu si discute di questo. La Cina sembra pronta a discutere e l'India a parlare di tagliare le proprie emissioni - pur senza firmare un accordo internazionale. Qui l'ottima e informata cronaca Bbc. Le posizioni, forse, si avvicinano ed è un bene per tutti noi. Nella seconda settimana di dicembre, a Copenhagen si terrà la conferenza mondiale. In questi giorni si discute all'Onu. Qui il discorso di Obama sul clima. Il presidente ha il problema di far approvare una buona legge al Congresso. Un'altra volta. Ma non era un repubblica presidenziale quella Usa? E non era il modello efficiente per eccellenza?
22 settembre 2009
E venne anche il momento del clima
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10 settembre 2009
Commenti americani
La migliore sintesi del discorso obamiano ci sembra, per ora, quella di David Corn su Mother Jones. Se avete poco tempo per andarvi a guardare la stampa Usa, prendetevi questa.
Il quesito finale di Corn è quello che ci poniamo tutti: può un dicorso cambiare il corso di un processo legislativo complesso dove tutti si sono già posizionati dentro le proprie trincee? L'intervento di Obama era diretto all'opinione pubblica (soprattutto a quella più speventata dall'idea di un cambiamento dello status quo) e ai Congressmen; adesso va misurata quanto l'abilità retorica di Obama abbia prodotto in termini di consensi (partirà l'ondata di sondaggi per vedere quanto Obama riesce a spostarne) e quanto, soprattutto, Obama e i suoi uomini sapranno fare nei corridoi del Congresso per persuadere, minacciare, convincere, aggredire.Per vincere, insomma, ben sapendo che il sistema istituzionale americano è una via di mezzo tra Bisanzio e il MedioEvo europeo dei principi e delle gilde. Intanto la Casa Bianca, contemporaneamente al discorso del presidente, ha articolo una sua proposta - ancora piuttosto generica, ma sua - di riforma. In molti chiedevano che il presidente fornisse questo canovaccio. Lo trovate qui.
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Non sono il primo a promuovere questa causa, sono determinato a essere l'ultimo
I titoli sembrano essere positivi (anche Politico, che non è esattamente liberal). Obama ha parlato 47 minuti ed è stato interrotto da un deputato republicano della South Carolina che ha gridato you lie. Per come è ridotta lo Stato del Sud, feudo del G.O.P., farebbe bene a stare zitto. Obama ha sfidato il Congresso, spesso incapace di agire, paralizzato dai suoi veti e non popolare tra gli americani. Funzionerà lo stratagemma? Sarà stato capace di convincere la middle class spaventata dalle tasse e gli anziani impauriti dall'idea di perdere la loro copertura sanitaria? Ecco il discorso, più tardi le reazioni.
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8 settembre 2009
Obama, la sanità, gli anziani e il voto del 2010
Se cercate una spiegazione all’impasse politico che ha attanagliato l’amministrazione Obama per tutta l’estate, guardate i sondaggi per il governatore della Virginia. O per i posti in Congresso del Nevada e negli altri Stati tradizionalmente repubblicani o moderati che il presidente ha portato ai democratici nel novembre del 2008. Senza che i repubblicani abbiano fatto nulla per guadagnare terreno, il pendolo punta dalla parte del partito dell’elefante. Un fatto fisiologico dopo una vittoria tanto grande come quella di Obama, ma andatelo a spiegare ai senatori e rappresentanti che se sbaglieranno voto sulla riforma sanitaria rischiano di restare a casa. Per carità, non è tutta qui la difficoltà del re degli oratori, ma l’agenda politica di ciascun presidente non può fare a meno di giocare le partite più difficili nei momenti in cui si è abbastanza lontani dalle elezioni. E in questa estate del 2009, le lancette dell’orologio si avvicinano in maniera pericolosa alla distanza simbolica di un anno dal voto di mezzo termine (novembre 2010).
E’ per questo che il presidente aveva marcato stretto la leadership parlamentare del suo partito perché approvasse la riforma sanitaria prima dell’estate ed è per questo che domani si presenterà davanti ad una sessione bicamerale del Congresso per parlare della legge più difficile da far approvare al Congresso degli Stati Uniti d’America. (per continuare clicca qui)
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31 luglio 2009
Una birra in compagnia...rassegna Usa del mattino

Una rapida scorsa ai siti che portano le notizie della notte americana.
1. Cominciamo con l'hangover da summit della birra. Il professor Gates e il sergente Crowley che lo ha arrestato davanti a casa sua, seduti nel giardino delle rose con il presidente e Joe Biden, che è alla casa Bianca perché è uno navigato e per piacere a quelli come Crowley. Il summit era un tentativo di lavorare simbolicamente a un America post-razziale e di riparare alla gaffe fatta da Obama quando si è scagliato contro la polizia. Politico sostiene sia stato un successo. The Nation propone una lettura più seriosa sul tema dei rapporti razziali. Speriamo non abbiano bevuto troppo. Qui Politico racconta cosa ha detto Crowley alla fine dell'incontro. Sono parole intelligenti (le avà scrite Axelrod?), i due si incontreranno ancora. Potere del luppolo.
2. Una curiosità: Politico racconta che la scorsa settimana quattro amministratori delegati di quattro gruppi industriali sono stati a pranzo alla Casa Bianca. Lo staff ha preso le loro carte di credito e ha fatto loro pagare il pranzo. Non male, è per evitare conflitti di interesse, dicono. Il cerimoniale non sarà contento, non è consuetudine
3. New York Times e Washington Post stamane e probabilmente solo per qualche ora, aprono con la stessa notizia - un caso raro. Il fondo pensato per finanziare il passaggio da auto inquinanti a quelle un po' meno inquinanti (la rottamazione, la chiamiamo noi) ha già esaurito le risorse a disposizione. Segno di un successo, molte auto verrano comprate tutte assieme dando un po' di respiro all'economia (non necessariamente alle big three, ma sicuramente al settore auto, che sia GM o Toyota, che le auto che vende in Us le produce negli Stati del Sud). Segno di un problema: il programma sta avendo successo e sarebbe impopolare sospenderlo. Inoltra la legge è in vigore e chi, in questi giorni, compra e vende usando i benefici deve vedersi garantito il bonus.
4. Due importanti notizie economiche. La prima è la solita: le compagnie di Wall street che hanno ricevuto soldi pubblici, hanno speso dollari in bonus. Per la precisione, nove banche che hanno ricevuto soldi, hanno distribuito a 5mila loro dirigenti bonus da un milione l'uno di media. Quando si dice la meritocrazia. La notizia l'ha diffusa Andrew Cuomo, attorney general dello Stato di new York e (you betcha) destinato a un futuro politico. La seconda è che AIG, nonostante i soldi pubblici ha ancora parecchi guai. Perché, perché le singole compagnie parte del gruppo, per anni hanno gonfiato i bilanci facendo affari con le loro omologhe AIG. Una bomba a orologeria questa delle assicurazioni?
Quando si dice che Washington a bisogno di una riforma e che la politica è spesso una cosa sporca. La Camera dei rappresentanti ha approvato il bilancio della Difesa. Ricordate gli F-22? Bene quelli non ci sono nemmeno nel testo approvato ieri. Un emendamento del molto onorevole John Murtha, potente deputato della Pennsylvania, maestro del pork barrel spending (La pratica di inserire nelle leggi spese inutili e/o nascoste) e tra i più feroci oppositori della guerra in Iraq, ha inserito nella legge di spesa una serie di sistemi d'arma che il Pentagono vuole smettere di comprare. Ovvero, a prescindere dall'idea che ciascuno ha delle spese militari, a Washington, queste sono anche inutili e non in linea con le idee della Difesa. Perché? Perché quegli elicotteri si producono nel mio Stato e quei missili nel tuo e assieme facciamo la maggioranza. Obama aveva promesso il veto sulle spese militari inutili (in realtà sull'F-22). Vedremo.
Sanità, difficoltà nei sondaggi, primi sei mesi di attività. Domani e per due giorni l'amministrazione si incontra per un summit di lavoro che guarderà al passato e penserà il futuro. Servono idee, certezze e qualche trovata geniale.
Altre segnalazioni: un lungo pezzo di The Nation sul sogno infranto californiano, l'annuncio di una nuova strategia afghana in preparazione da parte del generale McChrystal (dal Washington Post, c'è bisogno di registrarsi, credo), un commento da The New Republic, mensile liberal, sulle scelte di Obama fino ad ora.
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12 luglio 2009
L'ora della verità per Cheney?
Il vicepresidente avrebbe ordinato di nascondere alcune attività Cia ai comitati del Congresso che ricevono le informazioni riservate. Se la notizia verrà confermata, i democratici avranno trovato l'appiglio per colpire il loro nemico pubblico numero 1, l'unico esponente della passata amministrazione - con Karl Rove - che discuta pubblicamente, criticandola, la politica Obama. La notizia è sata fornita dall'attuale direttore dell'agenzia, Leon Panetta al Congresso. I democratici preparano un'indagine formale sull'accaduto. Erano mesi che qualcuno, nel partito di Obama, cercava appigli per perseguire Cheney. La volontà iniziale era quella di indagare le torture, ma se c'è qualcos'altro che consente di processare l'ex vice presidente, ai dem va bene lo stesso. L'attacco a Cheney potrebbe aiutare a far diminuire un poco la pressione dall'amministrazione.
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19 giugno 2009
La guerra della Sanità

Ecco due minuti di videoblog di Michael Tomasky sulla riforma sanitaria. Inutile dire che il tema cruciale è la quantità di pubblico prevista nella riforma. L'idea cruciale è quella di creare una compagnia assicurativa pubblica che entri nel mercato sanitario e competa con i privati, contribuendo all'abbassamento dei premi. Il problema è che con tanta presenza di pubblico in economia, i democratici hanno paura di esagerare. Tomsky prevede che una parte della proposta verrà ridimensionata su spinta della lobby sanitaria e dell'opposizione. Qui lo schema definitivo sul tema proposto dal New York Times: diverse opzioni, chi le sostiene, quanto costa cosa e come si paga. Una considerazione che vale per molte delle questioni in discussione a Washington potrebbe essere la seguente: il rischio grosso è un annacquamento di ciascuna delle scelte dell'amministrazione Obama, che già tendono ad essere morigerate. Sanità, ambiente, regole sono temi cruciali e servono scelte chiare, ben costruite. Il passaggio in Congresso - pensate alle nostre leggi finanziarie, a come entrano e, poi, a come escono dalle Camere - rischia di stravolgerle. Il senatore preoccupato perché il suo è uno Stato conservatore, quello che prende i soldi dalla lobby, ecc. potrebbero lavorare a diluire le riforme. Sarebbe un peccato.
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27 febbraio 2009
Le tasse, il budget e i poteri del presidente di guerra
Lo avete letto tutti. I titoli sono un'esagerazione, ma il messaggio politico è quello: tasse ai ricchi - ovvero fine dei benefici voluti da George W. - tasse a chi inquina e più tasse alla corporate America in cambio di più copertura sanitaria ed energie rinnovabili. E poi la lotta agli sprechi e alle spese inutili che i membri del Congresso infilano in qualsiasi legge approvino (pork barrel spending si chiama nel gergo politico americano). Robin Hood? Probabilmente no, ma è interessante che anche il primo budget di Obama sia tanto ambizioso.
Noi ci siamo fatti un'idea sul perché. Obama è come un presidente di guerra, la situazione è così catastrofica che gli consente margini di manovra impensabili fino a sei mesi fa. E così, invece di muoversi al centro, si muove nella direzione che ritiene più utile per il Paese. Il crollo del sistema creditizio e la crisi dei subprime sono un po' come l'11 settembre per Bush, e in questo caso attribuiscono dei poteri speciali a un presidente che ha vinto molto bene le elezioni e si è circondato di gente autorevole e potente. La lettura più tattica, vera anche quella, è che proponendo al Congresso una legge molto ambiziosa, riuscirà a portare a casa una legge decente.
E' una tattica diversa da quella che aveva (e ha) il centrosinistra nostrano, che media tra sé e sé prima di contrattare, per arrivare così in Parlamento con una legge che fa schifo (e poi non la approva). Obama preme sul Congresso sapendo anche di essere lui, almeno fino a questo momento, quello popolare. I democratici gli andranno dietro, ma fino a che punto? Per stare più tranquilli, i liberal di MoveOn, i bloggers e i sindacati hanno deciso di organizzare una campagna per portare progressisti a Washington nelle elezioni di midterm del 2010. E le lobby dei settori che verranno colpiti dalle riforme di Obama si preparano invece a combattere, spendere soldi contro le riforme.
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25 febbraio 2009
Obama ieri: governo e intervento pubblico/2
Bam's Bold Game: An enormous Bet on Big Government (Dick Morris sul New York Post):
WITH a speech to match the most eloquent os State of the Union Addresses, with strains of FDR and JFK and a touch of Winston Churchill thrown in, President Obama has clearly staked his presidency on the outcome of the economic crisis.
Whether or not you agree with his prescription for recovery (I don't), it's clear that he's not hedging his bets. If it works, his place in history is assured. If it fails, so is his early retirement.
The speech made it apparent that the Obama administration's response to this crisis will either go down in history as a success that Americans will admire for decades, or become a case study in economic failure that students and scholars will study and pick apart for generations.
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Obama al Congresso
"We have lived through an era where too often, short-term gains were prized over long-term prosperity; where we failed to look beyond the next payment, the next quarter, or the next election. A surplus became an excuse to transfer wealth to the wealthy instead of an opportunity to invest in our future."
Qui il discorso di Obama al Congresso, qui il video e qui la cronaca del Washington Post, qui il commento - fin troppo entusiasta, ma molto approfondito - di David Corn, che definisce il discorso di "sinistra - centro".
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24 febbraio 2009
L'offensiva di Obama, oggi al Congresso
Oggi Obama si riprende la scena. Il primo mese della sua presidenza è stato aperto il porta- foglio: per le banche (tan- tissimi tan- tissimi sol- di), per rilan- ciare l'economia con il famoso stimulus (tantissimi soldi), per il settore automobilistico (tanti soldi), per chi non ce la fa con il mutuo (tanti soldi). Tutti dicono che ne dovrà tirare fuori molti altri, che ha rinunciato ad alcune importanti misure di carattere sociale ma che era tempo di fare (secondo l'Economist il saldo è positivo proprio per via della rapidità d'azione, ma Obama ha già perso l'innocenza).L'altro ieri i giornali (qui il New York Times) hanno annunciato cosa farà Obama oggi al Congresso, che si riunirà in seduta congiunta per ascoltarlo: il presidente terrà un discorso programmatico, quasi uno "State of the Union", per rimettere al centro del dibattito politico i temi di campagna elettorale. Si parlerà pochissimo di politica estera, molto di crisi (ovviamente), di politiche per l'istruzione, energia e sanità. Cerchiamo di ricordarci tutti di cosa si è parlato in America negli ultimi otto anni, dai codici arancioni per la sicurezza alla "società dei proprietari" (base di partenza, il possesso della casa acquistata con quei bei mutui che facevano negli Usa). Obama, ancora una volta, dovrà dosare la verità (spiegare al paese quanto è grave la situazione) con la speranza: quella che alla fine del calvario le sue politiche funzioneranno (ecco un bell'editoriale di Dionne sull'importantissimo discorso di oggi).
Il nostro giudizio? La "road map" di Obama è un percorso molto lungo, il treno può sempre deragliare. Però ci sono molti argomenti giusti, proposte che potrebbero rendere l'America il paese civile che oggi non è.
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15 febbraio 2009
Come la Svezia?
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12 febbraio 2009
L'accordo sul piano c'è. Chi ha vinto?

Il dibattito sull'accordo raggiunto tra Camera e Senato sul piano anti crisi è fittissimo sulla stampa online americana. Se per giorni abbiamo seguito la discussione sull'efficacia dal punto di vista della crisi, oggi siamo alla politica. E' un grande successo di Obama? E' un suo ridimensionamento? Occorre o no cercare la bipartisanhip o menare sul GOP? Il NYT apre proprio con queste domande. Il titolo è esplicativo: questo compromesso è una minaccia alla agenda del presidente. Usa Today, che, ricordiamolo, resta il più venduto giornale degli States, segnala le lezioni imparate da Obama al primo scoglio. Eccone quattro: gli amici causano problemi come i nemici, i repubblicani stanno male ma non sono morti, la campagna non finisce mai e non c'è nessuna nuova Washington. EJ Dionne mette il dito nella piaga: non c'è un centrismo buono, non è efficace, non crea consenso, non risolve la crisi. Dionne è cattolico e non necessariamente un liberal. Slate dice che Obama ha dovuto scegliere e ha scelto l'urgenza di intervenire. Goldberg, sulla National Review, attacca i centristi. E' una posizione sui generis per un media moderato.
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10 febbraio 2009
A chi dobbiamo la crisi? Obama picchia duro sul GOP
Addio bipartisanship: il presidente, nella sua prima conferenza stampa nel prime time (nella notte italiana) ha attaccato chi si oppone al suo piano anti-crisi con argomenti ideologici. "Nemmeno F. D. Roosevelt avrebbe dovuto far qualcosa", secondo questi alfieri dell'economia privata e degli spiriti animali. Ecco la pagina di Huffington sulla quale trovate caricati diversi video della press conf.
La scorsa notte il Senato ha votato sulla norma procedurale che impedisce il filibustering con 60 voti a favore. A questo punto, anche senza il voto dei repubblicani che hanno votato a favore sulla procedura, il pacchetto passerà. Il voto è previsto per la notte di martedì (il pomeriggio a Washington). Poi si torna alla Camera e il tutto diventa legge. Il voto di tre senatori repubblicani è costato una riduzione del piano e l'aumento degli sgravi fiscali.
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19 novembre 2008
Carriera finita per Ted Stevens. Democratici a quota 58 in Senato
Il nuovo conteggio dei voti in Alaska ha determinato la vittoria di Mark Begich, sindaco di Anchorage, Alaska, sul vecchio bandito Ted Steven. Appena condannato per corruzione, si era ripresentato e ce l'aveva quasi fatta. Stevens, ma ce ne sono altri, su entrambi i fronti, è quanto di più simile ci sia nella politica americana ai nostri re delle preferenze. Gente radicata su territori marginali, potente, corrotta e capace di far piovere soldi sul proprio collegio. Stavolta ha perso, era ora. Ecco il quadro di The Nation sulla maggioranza democratica al Senato. Con due seggi ancora in ballo (recount in Minnesota, dove l'ex comico Al Franken ce la potrebbe fare e nuovo voto in Georgia, dove quando un candidato non supera il 50% si va al secondo turno), teoricamente c'è la possibilità di superare i 60 voti e rendere la maggioranza a prova di filibuster (il nostro ostruzionismo). Molto improbabile, a dire il vero.
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27 ottobre 2008
Il Grand Old Party trema per il Congresso

A giudicare dai sondaggi, la gara in Congresso è un disastro per i repubblicani. Scandali, presidenza Bush, facce vecchie non sono un messaggio che si vende bene. Dall'altra parte, la strategia dei 50 Stati di Dean ha pagato. Lo stato delle cose, oggi, vedrebbe un Senato diviso 59 a 41 (oggi i dem hanno un voto di vantaggio). In cinque, sei seggi, il risultato è in bilico. Se la bilancia arrivasse a 60, sarebbe un disastro: in Congresso si fa il filibuster, il nostro ostruzionismo, e contro 60 senatori non si può fare (ovvero l'aula può votare 60 a 40 la chiusura del dibattito, impedendo a un gruppo, o a un singolo senatore, di parlare all'infinito). Nella tabella ripresa dal National journal, un po' acciaccata dall'ingrandimento, i risultati del partito dei presidenti vincenti da Kennedy in poi. Reagan fu quello che ottenne il risultato migliore anche nell'elezione di deputati e senatori. Ecco un pezzo da American prospect che racconta la situazione delel campagne senatoriali al Sud. Anche la, i democratici sperano di prendere qualche seggio in aree del Paese un tempo impensabili.
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29 settembre 2008
Repubblicani contro Bush: bocciato il piano Paulson, democratici furiosi

La notizia la sapete tutti. La maggioranza dei repubblicani e una parte non indifferente dei democratici ha bocciato il piano salva banche. Le borse sono crollate come solo dopo l'11 settembre 2001. E scriviamo che ancora scendono.
Paulson è corso da Bush e ila leadership democratica davanti alle telecamere. Il commento è semplice: mettono l'ideologia davanti agli interessi del Paese (è una frase di Barney Frank, capo della commissione credito, uno dei negoziatori). Una deputata della California gli aveva dato ndirettmente ragione durante il dibattito in aula: "State sotterrando Reagan", aveva più o meno urlato. L'accusa del GOP è anche a Nancy Pelosi, che illustrando la legge, sarebbe stata troppo ideologica. I negoziati del fine settimana avevano infilato controlli sulla spesa prevista e l'operato del Tesoro, diviso in tre tronconi il finanziamento, posto un limite ai premi per i manager, consentito allo Stato di fare profitti nel caso i titoli spazzatura acquistati ne avessero prodotti (cosa possibile, venivano acquistati sotto prezzo) e persino pevisto qualche aiuto a chi non riesce a pagare il mututo (si prevedono due milini di pesone a rischio sfratto entro l'anno). Troppo per l'ideologia mercatista di alcuni repubblicani, troppo poco (o troppo, a seconda) per un terzo dei democratici. Per i commenti della stampa Usa aspettiamo domani. Non credo nessuno sappia bene cosa dire. certo, la campagna presidenziale più appassionante da decenni, lo diventa, purtroppo, ancora di più.
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14 settembre 2008
Pure il Congresso?
Secondo un sondaggio Gallup, si riduce fortemente anche il vantaggio democratico al Congresso che finora era stato dato per scontato: magari McCain poteva anche arrivare alla Casa Bianca ma si sarebbe dovuto confrontare con una camera, e soprattutto con un Senato, a forte maggioranza democratica. Fino a poco tempo fa si discuteva solo se il partito dell'asinello avrebbe raggiunto quota 60 senatori, così da poter bloccare l'ostruzionismo repubblicano. Oggi il vantaggio tra gli elettori registrati è sceso al 3% (era a doppia cifra fino a poche settimane fa) ma, ancora più preoccupante per i democratici, tra i "likely voters" cioè quelli che con più probabilità andranno a votare, i repubblicani sono in vantaggio di 5 punti. Per ora però, come si vede da electoral vote di cui riproduciamo la tabella qui a fianco, non ci sono ripercussioni sulla ripartizione dei seggi. Come si evince da questo articolo di RealClearPolitics più che altro i candidati repubblicani stanno riducendo il fossato che prima li separava dai loro avversari. In realtà, molto più semplicemente, l'elettorato repubblicano torna ad essere mobilitato e si comincia a vedere nei sondaggi. Bisognerà capire se durerà fino a novembre.
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30 luglio 2008
Il vecchio senatore dell'Alaska, l'inchiesta e la maggioranza democratica
Il senatore Stevens è il più longevo tra quelli repubblicani. Il grande e spopolato Stato è un suo feudo e lui è un principe del pork barrel spending, le spese pubbliche, inutili o meno, che gli hanno consentito di mantenere il suo seggio tanto a lungo. Con la sua incriminazione, i democratici ottengono due risultati: possono sperare di strappare il seggio tra i ghiacci e, con esso, avvicinarsi, pericolosamente, alla maggioranza di due terzi in Senato. Così almeno pensano al Washington post
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19 giugno 2008
Non solo Casa Bianca. Un punto sul Congresso
Non c'è solo lo scontro Obama-McCain a catalizzare l'attenzione degli americani. A novembre, come sempre, si vota anche per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato (ogni due anni si rinnova un terzo). Dopo la mezza valanga democratica del 2006, il partito organizzato da Dean punta a nuovi passi in avanti in entrambe le Camere. La possibilità c'è per un motivo semplice, precedente alla disaffezione nei confronti dei repubblicani: se i seggi senatoriali Usa sono quas a vita, il ricambio è minimo, stavolta in tanti non si ripresentano, per paura di perdere o per raggiunti limiti fisici. In uno scontro senza incumbent (il senatore uscente) è più facile strappare un seggio al partito avversario. La campagna per le presidenziali condotta dal senatore dell'Illinois in tuti gli Stati, una novità assoluta, aiuterà parecchio i candidati in seggi difficili. Ma dove sono i seggi in ballo? E quanti sono? Il Time fa un elenco, il politologo star Tv Larry Sabato un riepilogo, ma il miglior sito in materia, per quant non professionale, resta quello di un informatico americano che vive in Olanda.
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