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2 dicembre 2008

Ancora analisi del voto

I repubblicani stanno messi male per almeno 3 ragioni, ce lo spiega Albert Hunt di Bloomberg. Primo, la loro campagna contro l'immigrazione gli ha alienato il voto delle minoranze il cui peso sul totale dell'elettorato è cresciuto del 3% in 4 anni. Secondo, le loro posizioni conservatrici sui gay e l'aborto gli hanno alienato i giovani, che sono l'elettorato del futuro e anch'essi hanno votato per Obama più di quanto avessero fatto per Kerry o Gore. Terzo, Obama ha sfondato anche nei suburbi e negli "exurbs" (i suburbi più lontani dal centro città) che oramai sono etnicamente più misti e sono abitati più da giovani. I vecchi abitanti moderati di questi posti, poi, sono stanchi delle battaglie ideologiche dei repubblicani. Michael Tomasky ha scritto un bell'articolo sulla New York Review of Books in cui discute di due libri molto importanti usciti di recente sulla demografia elettorale americana. Importante il suo ragionamento sul tema annoso del rapporto tra democratici e "white working-class". Non è vero che il problema è con la classe di reddito: è con la classe di istruzione, sono solo i bianchi meno istruiti a non votare molto democratico. E sono sempre di meno. Sempre sulla stessa rivista, Elizabeth Drew da la sua versione del presunto centrismo di Obama: ha a che fare con la sua personalità riflessiva ma ciò che ha messo in moto con la campagna, le migliaia di persone mobilitate, gli servirà per far passare il suo programma. Staremo a vedere.

5 novembre 2008

Aggiornamento del mattino: i risultati

Missouri e North Carolina sono ancora too close to call, troppo vicini per poter dichiarare un vincitore. In Missouri è avanti The Mac per qualche 6mila voti, in North Carolina Obama per 11mila. Vedremo. Se il Missouri finisse al repubblicano, queste elezioni sarebbero speciali anche per questo: lo Stato ha sempre votato il presidente eletto. Se Obama prende la N.C. sarebbe clamoroso, due Stati del Sud finiscono nelle mani dei democratici (il seggio al Senato dello Stato lo hanno vinto loro, dopo uno spot vergognoso della repubblicana).
In termini di voti, Obama ha preso sette milioni di voti in più. Non ho il tempo di guardare i dati, ma credo che sia un risultato di quelli pesanti. In termini percentuali siamo 52 a 46, con il 2% sparso tra quel genio di Ralph Nader, il libertario Barr e frattaglie varie (oppure non contano ancora i due Stati non assegnati, non so). L'Ohio è il dato più clamoroso: mentre in Indiana, Florida e Virginia, i due candidati sono molto vicini, lo Stato di Joe the Plumber ha votato molto Obama. I blue collars tornano a casa, metteteci anche i dati di Michigan, Pennsylvania, Indiana e scoprirete che, forse, i Reagan democrats sono un fenomeno del passato.

I dati non sono ancora definitivi

Ci sono ancora stati che devono essere assegnati; in Missouri e North Carolina il distacco è troppo esiguo e i dati non sono definitivi. Nel frattempo, raccoglieremo i dati dei network e delle società demoscopiche per farci un'idea di chi ha votato Obama. La Cnn ieri sera proponeva un primo dato interessante: i neri avrebbero votato, più o meno, nella stessa percentuale del 2004. Adesso va osservato il dato del voto giovanile, quello della minoranza ispanica (soprattutto in stati come il Colorado e il New Mexico) e va analizzato con attenzione - ma per quello veramente ci vorrà tempo - il voto degli swing states come l'Ohio. Proveremo a fare delle ipotesi - che verranno confermate o confutate nel prossimo futuro - per capire se l'identikit dell'elettore democratico offre indizi sul potenziale della nuova coalizione democratica.

Intanto guardate con attenzione gli exit polls (divisi per razza, età, educazione..) del New York Times.

21 ottobre 2008

Votate, votate, votate?

In Florida, uno stato dove il voto non viene mai contestato, è cominciato il voto anticipato. Sì perchè come abbiamo già scritto in America si può votare anche prima del 4 novembre e in queste elezioni parecchia gente ne approfitterà. L'affluenza, come ci racconta il Sun Sentinel, si prevede parecchio alta. In Ohio invece si continua a litigare sugli elettori nuovi registrati che qualcuno stima in 9 milioni a livello nazionale e in 600 mila solo lì. Forse, come ci racconta il Washington Post, è questa la vera arma finale dei repubblicani: escludere i nuovi elettori dal gioco. Blair Levin sul New York Times invece ci spiega che cosa fu l'effetto Bradley che oggi viene citato a proposito della razza: lui che lavorò per il candidato nero alla carica di governatore della California ci racconta di come decisivi furono un referendum che voleva restringere l'uso delle armi e una grande mobilitazione dei repubblicani per portare nuova gente a votare. Questo, come avrebbe detto un personaggio di "Quelli che il calcio..", solo per la precisione.

24 settembre 2008

Allora sai che facciamo? Un bel sondaggio

Un giornalista del Washington Post lancia la provocazione: le elezioni noi americani non riusciamo ad organizzarle perchè partecipa poca gente, perchè il "collegio elettorale" favorisce le minoranze organizzate rispetto alle maggioranze schiaccianti e perchè le macchine per votare semplicemente non funzionano. E allora qual'è la soluzione? Fare un bel sondaggio, scegliendo per benino il campione e facendogli fare anche un corso per capire veramente i problemi su cui dovrà votare. Secondo lui è un sistema molto più democratico e rappresentativo di quello attuale. E' una provocazione, si sa, ma vale la pena rifletterci su e leggersi le risposte che gli danno i lettori. D'altronde, la fobia della truffa elettorale produce anche conversazioni radiofoniche come questa, dove si paventa la cancellazione per legge del voto dei 12 milioni di nuovi democratici iscritti al voto. Promettiamo di verificare se le cose che sono scritte lì sono vere anche solo in parte. Perchè se sono vere c'è da avere parecchia paura.

22 settembre 2008

Già partiti?

Per chi pensasse che manca ancora tanto tempo per le elezioni, beh, non è proprio così. In 244 hanno già votato nella contea di Fairfax, in Virginia, poco distante dalla capitale e da oggi in tutto il loro stato, in Georgia e in Kentucky si può cominciare a votare, sia per posta che di persona. E' quello che si chiama "Early voting": è permesso in 34 stati, in moltissimi non bisogna neanche spiegare perchè si decide di votare un mese e mezzo prima. Se nel 2000 voto così il 15% degli elettori, quest'anno la cifrà potrebbe raddoppiare. In Florida, dove sono molto bravi a contare i voti come imparammo nel 2000, l'Early Voting potrebbe coinvolgere il 40% degli elettori. In pratica, come ci spiega USA TODAY, le elezioni sono già cominciate e per circa un elettore su 3 tutta la campagna che ci sarà da ora in poi sarà sempre più inutile.

16 settembre 2008

Cambia la mappa? Forse non tanto

Ecco la mappa aggiornata stato per stato da Real Clear Politics. Se va così Obama vince di poco ma vince. Rispetto al 2004 si prende l'Iowa, il Colorado e il New Mexico. Il problema, come nota Andrew Romano su Newsweek, è che non sembra esserci quel ridisegno della mappa elettorale americana di cui tanto si era parlato. Anzi, dai sondaggi post-convention repubblicana emerge come molti stati repubblicani dichiarati prematuramente in bilico (es. Montana e Georgia) sono ora più rossi mentre il vantaggio di Obama in stati come la Pennsylvania o il Michigan si assottiglia. Questi ragionamenti però si basano molto sui sondaggi immediatamente post-convention, il bounce non è detto che duri per sempre. Basta vedere ai dati sulla Virginia (stato rosso) per capire che più passano i giorni e più la partita torna aperta. Forse, poi, dopo l'effetto Palin ci sarà anche quello dovuto alla crisi economica. E.J. Dionne scrive giustamente che la lotta anti-elite è stata prima un'arma di Roosevelt (alcune sue frasi citate nell'articolo andrebbero ricamate sul cuscino) e poi delle guerre culturali dei repubblicani. Funziona ancora riproporre quel modello lì in un momento in cui fallisce tutto il fallibile?

11 settembre 2008

La demografia democratica

Oggi è l'11 settembre e i due candidati faranno i bravi senza attaccarsi, come avrebbe sempre voluto la grande stampa (vedi il Washington Post) e come prometteva Obama agli inizi della sua campagna. Poi ci si è accorti che non si porta la gente a votare senza parlare mai male dell'avversario: un po' com'è successo in Italia dove il centrosinistra che non ha mai chiamato per nome Berlusconi ha perso milioni di voti verso l'astensione, ma ancora non se n'è accorto. Negli USA invece le notizie sono di tutt'altro segno. L'ex stratega della campagna elettorale di Mondale (democratico che perse piuttosto male negli anni '80) ha imparato a fare i conti e in un magnifico articolo ci spiega che: l'effetto Palin sparirà presto; non bisogna guardare i sondaggi post-convention; se vanno a votare anche solo un po' più di giovani e neri in alcuni stati chiave Obama può colmare il gap che Kerry aveva con Bush 4 anni fa; che le nuove registrazioni in massa ai democratici ci sono proprio negli stati chiave (come Ohio e Pennsylvania) dove la battaglia per le primarie è stata più dura. Certo, bisogna proprio non guardarli i sondaggi post-convention: per esempio in New Mexico sembrerebbe che Obama si sia mangiato un grosso vantaggio nei confronti di McCain nel corso dell'estate, in Virginia la situazione è sempre in bilico ma ora pende un po' di più verso McCain. Il campionato è lungo e ci sono ancora molte partite da giocare.

10 settembre 2008

Will I vote? Qualche nota sul voto giovane


Potrebbero essere una chiave per la vittoria democratica alle elezioni, ma, fa notare Slate, dovevano già esserlo nel 2004. Non fu così, perché allora i giovani votarono di più, ma anche i non giovani. Andrà così anche stavolta? Forse no. Questo articolo su Slate dice, tra le altre cose che: nel 2006, un midterm carico di significato, ma pur sempre un midterm, i giovani hanno fatto la differenza in Montana e Virginia (due terreni cruciali anche stavolta); che spesso in molti non si registrano per difficoltà e dimenticanza, ma stavolta Obama ha messo su un'operazione apposta. Ecco una ricca analisi di Time (un numero di febbraio, quello della foto), una di E. J. Dionne e, per finire, il sito di Circle, organizzazione che si occupa di educazione civica e voto giovanile. Molti dati specifici e sintetici.

3 settembre 2008

Elezioni, le idee dei pandits in diretta (o quasi) dall'università del Minnesota. Brutte notizie per il G.O.P.


La mattina di oggi, qui all'Hubert Humphrey institute era dedicata alla poltica estera, al grande Medio oriente. Un tema complicato e articolato, domani c'è Kissinger e oggi ha parlato Lieberman, alla fine faremo un riassunto Qui sotto il post con i link ai riassunti della giornata e alla diretta o differita. Intanto però vale la pena ricordare alcune cose dette dagli esperti di sondaggi e analsiti di politica. In due giorni, qui hanno parlato Larry J. Sabato il mago delle previsioni, Charlie Cook analista in voga, Andrew Kohut direttore del Pew research centre , Thomas Mann (che nome coi fiocchi) della Brooking institution e Vin Weber, ex deputato e presidente di una fondazione pro-democrazia nel mondo. L'impressione generale di questi para scienziati della politica, che di questi tempi sono sempre in Tv e sui giornali, è quella di un clima disastroso per i repubblicani. Sabato racconta di un sms appena arrivato da un ex ufficio stampa di un senatore conservatore. C'è scritto: "ma dal vivo è così disastroso come sembra in televisione".
Mann ricorda come alla convention di Denver il clima fosse elettrico, gli oratori scelti azzeccati e la gestione della comunicazione del messaggio perfetta (e questo è la grande capacità di Obama). "Qui invece hanno dato Palin in pasto alla stampa e la scelta ha attirato l'attenzione per due giorni, mentre il focus deve essere il candidato". Quanto alle scelte bipartisan che i due promettono, a Mann non è sembrato di vedere grande convergenza nelle due platee. Se McCain dovesse parlare di alcuni temi sui quali ha lavorato con i democratici, nei termini in cui ci ha lavorato, la platea non sarebbe affatto contenta". Un ottimo esempio è l'immigrazione: il senatore aveva scritto una legge moderata con l'odiato Kennedy.
Sabato: "La struttura complessiva di queste elezioni pende verso i democratici. Non è solo Bush. Ciclo politico, economico, la guerra, otto anni di presidenza repubblicana...quando ha vinto Bush senior c'era stato Reagan, l'economia tirava ed eravamo in pace. McCain può solo giocare a fare l'underdog, tirare i dadi a ogni turno e sperare vada bene. Palin è un lancio di dadi, una scommessa. L'unica debolezza possibile di Obama resta la razza. Nel 1989 abbiamo eletto il primo governatore nero in Virginia. Nei sondaggi e persino negli exit polls aveva 10-15 punti di vantaggio, ha vinto di due-tre punti".
Cook è d'accordo: "Per ragioni generazionali questa elezione cambia il ciclo politico. Credo che siamo alla fine dell'epoca Nixon, ci ha pensato Bush a spostare le nuove generazioni. La partecipazione dei latinos, che crescerà e sembra propendere per i democratici è un altro fattore. L'unico problema grosso di Obama sono i bianchi over 50"
Andrew Kohut crede che la scelta di Palin non servirà a convincere le donne, che votano in maggioranza democratico comunque, poi spiega che l'elettorato delle primarie democratiche è raddoppiato. "Una causa è la partecipazione dei giovani alle elezioni, una novità cominciata nel 2004. Guardare a quanto crescerà questo segmento, quanto i latinos e quanti afroamericani voteranno è una chiave per sapere chi vincerà".
Vin Weber (conservatore): "A McCain sarebbe stato utile fare il Sarkozy, che per farsi eleggere ha sconfitto anche De Villepin, l'uomo del suo schieramento legato al presidente impopolare. Peccato che nessun candidato repubblicano delle primarie fosse l'uomo di Bush". Una piccola notazione: Sarkozy aveva preparato la sua strada per almeno un paio d'anni. Weber parla anche di Change: "La gente lo vuole, ma poi non vuole che le cose cambino, vorrebbe solo che andassero meglio. Ecco, McCain deve cercare di spiegare che lui è agente di cambiamento, ma a destra e spaventare l'elettorato con i possibli cambiamenti di Obama". Mann non concorda, gli americani sono pragmatici, se vedono che una misura funziona, migliora le cose, la adottano.
In italiano, questa possibilità si chiama perdita di egemonia del pensiero conservatore e reaganiano - con i democratici che hanno detto addio al loro messaggio liberal dei '70 e dopo otto anni, o forse sedici, hanno trovato, forse, una nuova chiave.
Dall'università è tutto. Domattina - per chi legge le notizie sulla convention.


13 giugno 2008

Nel mondo di Barack

Barack Obama suscita grandi speranze nel mondo soprattutto, secondo il Pew Center, in Europa ed in Africa. Tra gli elettori USA, due fattori giocano a suo favore: il primo è che più il surge funziona in Iraq e più facile e più politicamente sostenibile è la sua posizione sul ritiro, come sostiene Charles Crain. Il secondo fattore è che i democratici vanno davvero forte e forse possono permettersi anche un candidato così "difficile": secondo E.J. Dionne, i sondaggi della Gallup dimostrano che anche se non dovesse convincere tutti gli elettori democratici ce la farebbe comunque, perché i repubblicani sono sotto il 30% e perché lui va bene tra gli indipendenti. I sondaggi in questa fase valgono poco, però già si comincia a pensare a chi saranno i suoi uomini: ecco le previsioni dell'Economist. Time ragiona sulla possibilità che si scelga un vice con background militare, tra i nomi spiccano Webb e Clark. Nel frattempo, il mondo è distratto dall'importante sentenza su Guantanamo e trascura un affare non da poco: le trattative con il governo Maliki per impiantare della basi USA permanenti in Iraq, di cui ci parla al-Jazeera. Chissà se il ritiro voluto da Obama riguarda anche questo...

21 maggio 2008

Un nuovo ciclo per la politica Usa? Un'intervista con Arnaldo Testi



Ecco una lunga intervista con Arnaldo Testi pubblicata stamane su Liberazione (e ribattezzato Armando dal sottoscritto imbecille). Testi è professore di Storia degli Stati Uniti a Pisa ed ha appena pubblicato "Il secolo degli Stati Uniti" (il Mulino). Quali coalizioni, il bipolarismo e la corsa al centro, i partiti e la loro organizzazione sono alcuni dei temi toccati. Ecco il testo completo

4 maggio 2008

Per i repubblicani, al Congresso arrivano solo schiaffi: perso un altro seggio

Se la presidenza è tutta da giocare al Congresso va come deve andare da pronostico: i repubblicani prendono solo schiaffi anche in collegi un tempo sicuri. Nel giro di due mesi si sono tenute due elezioni suppletive alla Camera dei rappresentanti, ieri l'ultima in Louisiana. In entrambi i casi un democratico ha sottratto il collegio al partito repubblicano. Don Cazayoux, candidato democratico, ha vinto in un seggio che il GOP conservava da 33 anni, dove nel 2004 George W. Bush aveva sconfitto Kerry con 19 punti percentuale di vantaggio. Nelle elezioni di mid-term del 2006 i repubblicani hanno perso 30 seggi e la maggioranza. Il Congresso resterà saldamente nelle mani dei democratici anche nel 2008, comunque vadano le presidenziali. In questo seggio i repubblicani hanno provato a nazionalizzare la campagna elettorale: molti soldi spesi per dire che Cazayoux era il cavallo di Troia di Obama.

25 aprile 2008

E adesso tutti in Indiana e South Carolina. E se già fosse tutto finito?

La notizia è breve ma interessante perché dice qualcosa dello stato reale della corsa democratica. Gabriel Guerra-Mondragon, ambasciatore in Cile ai tempi dell'amministrazione Clinton e importante raccoglitore fondi della campagna di Hillary, è passato a raggranellare fondi per Barack Obama. Le sue motivazioni non hanno a che vedere troppo con le scelte politiche o gli interessi, Guerra-Mondragon spiega di essere amico dei Clinton ma di essere “prima di tutto" membro del partito democratico. E secondo lui, l'ex first lady non ha possibilità di superare Obama. Meglio cominciare a lavorare per le presidenziali dunque. Il senatore dell'Illinois vende come certa la sua vittoria con la campagna di massa e in 50 Stati di registrazione al voto. Il messaggio non è solo un tentativo di dire “Mi sto già occupando del voto vero, quello di novembre", la volontà sembra essere quella di confermare di essere un fattore di cambiamento e partecipazione. La strada potrebbe non essere breve o infernale, per lui e per i democratici, il 6 maggio si vota in Indiana e North Carolina. Il terreno di scontro vero è il primo dei due Stati, nel secondo Obama ha un buon margine di vantaggio - che pure si è andato assottigliando. Tra l'altro l'ultimo sondaggio in North Carolina precede la vittoria di Clinton in Pennsylvania, che certo male non può averle fatto. Il territorio conteso sembra essere comunque l'Indiana, dove Clinton aveva almeno dieci punti di vantaggio fino a metà aprile. Poi Obama è passato in vantaggio, prima di 5 punti, poi di 3 e infine di un solo punto (gli ultimi due sondaggi registrano la vittoria di Clinton). L'analisi di Politico sul perché l'Indiana è un posto dove entrambi hanno buone possibilità di farcela.

23 aprile 2008

Due facce due razze

Christopher Beam su Slate prova a ragionare incrociando il voto in Pennsylvania con le risposte date ad alcune domande degli exit poll. I risultati sono interessanti: il 75% dei bianchi che avevano dichiarato che la razza era importante per scegliere il candidato ha poi votato, guarda caso, per la candidata bianca. In tutto è il 13% dell'elettorato: bianco, che valuta la questione razziale e che ha votato per la Clinton. Che guarda caso ha vinto con un margine del 10%. E' presto per dire che questa è una tendenza, ma bisognerà starci attenti. Nel frattempo, il Washington Post dimostra sempre dati alla mano che la prolungata battaglia per le primarie democratiche rischia di far perdere per strada molti elettori al partito dell'asinello: più di un quarto di chi ha votato Clinton voterebbe repubblicano se venisse nominato Obama mentre il 20% si asterebbe. Anche qui, non è detto che la tendenza si confermi, ma è bene tenerci un occhio.

Only in America


Quando si dice in queste primarie democratiche stanno votando tantissimi elettori come mai si era visto, è anche un po' perché si provano tecniche nuove di partecipazione, come quella nella foto.. Si insegue l'elettore anche dal barbiere! La foto è "rubata" da From the Field, dove trovate altri approfondimenti sulla Pennsylvania. Su Osservatorio Usa i discorsi dei due candidati dopo il voto: come detto la Clinton rafforza le sue ragioni ("solo io posso vincere nei grandi stati in bilico che garantiscono la vittoria a novembre"), ma ricordiamoci che in queste primarie gli indipendenti non potevano votare. Obama è in testa come numero di delegati e tra poco vincerà in scioltezza in North Carolina (che però è uno stato dove i repubblicani a novembre dovrebbero vincere facilmente). Poi l'Indiana, il 6 maggio, sarà di nuovo molto importante. Lì la Clinton è data leggermente in vantaggio.

Ancora lei

Hillary Clinton vince in Pennsylvania con un margine che lascia pochi dubbi: il 10%, poco più di 200.000 voti in una primaria che ha visto triplicare l'affluenza alle urne. Clinton riduce il suo distacco da Obama e rimane in corsa, ma non abbastanza per poter sperare di superarlo nel calcolo nazionale del voto popolare. QuI delegati non sono ancora stati tutti assegnati, un conto importante per capire come è andata la Pennsylvania è anche questo: quanto si è ridotto il gap tra i due? Ora, come dice il Washington Post, la vera battaglia è sui superdelegati: la Pennsylvania conferma l'argomento di Clinton che solo lei può vincere i grandi stati industriali, un refrain sul quale farà leva per convincere i maggiorenti del partito di essere la candidata giusta per la Casa Bianca. Teoria confermata dal guru di George Bush, Karl Rove, su Newsweek. Gli exit poll confermano che Obama ha rimontato leggermente in molte categorie, dagli anziani alle donne ma non abbastanza per superare Clinton. L'ex first Lady ha invece trionfato tra gli elettori cattolici, che in Pennsylvania erano molti di più che in Ohio.

22 aprile 2008

Pennsylvania 22 aprile 2008/2


Un secondo approfondimento in italiano. O meglio un articolo uscito oggi su Liberazione, un po' di ripetizioni rispetto al precedente e una forma letteraria (si fa per scherzare) diversa. Il tema è il solito: coalizioni e territori per tentare di strappare più voti e/o più delegati (che alla fine contano quelli).

17 aprile 2008

L'errore di Obama/2

Il "bittergate" di Obama è lo tsunami di questa settimana; ieri i giornalisti dell'Abc, tra cui un ex-dell'entourage di Bill Clinton come George Stephanopoulos, hanno colpito duro Obama senza infierire più di tanto su la Clinton. Questa storia mette in difficoltà Obama più di quella del reverendo Wright: fino a ora si è presentato come l'uomo nuovo contro l'establishment, adesso rischia di diventare l'ennesimo liberal che non capisce il popolo. Sarebbe un colpo molto forte, che metterebbe a rischio l'aura di santità e novità di Obama. Il voto della Pennsylvania fornirà lumi.

Il capolavoro di Obama sarebbe stato quello di allontanare dal centro della scena il tema dei "valori", indebolendo la presa culturale di una coalizione conservatrice in crisi per colpa dell'economia e della guerra in Iraq. Gli autori americani che si sono occupati di questi temi (i "value voters", i "Reagan democrats" ecc. ecc.) sono molti: Texeira, Kuhn, Frank, Krugman, Schaller, Bartels (vedi qui sotto) e i democratici si trascinano dietro questa discussione da molto tempo. Negli ultimi due anni il dibattito si è riaperto grazie a "What's the Matter with Kansas?" di Thomas Frank. Il dilemma è il più grande di tutti: come, e con chi, i democratici possono vincere le elezioni? Quali gruppi sociali saranno determinanti e con quali parole d'ordine? Puntando su quali aree del paese? Rileggetevi qui la rassegna di Marco Polo. E ancora l'articolo di Timothy Noah che appare su Slate, anch'esso citato su Marco Polo. Nell'articolo di Noah trovate la guerra a colpi di paper (scaricabili) tra Rich e Bartels.

16 aprile 2008

Suggerimenti americani

Dopo le elezioni del 2004, vinte nettamente da George Bush, molti americani di sinistra cominciarono a pensare che forse era il caso di emigrare in Canada. Un po' quello che pensano molti italiani oggi: forse è il caso di prendere un aereo di sola andata. I democratici americani che non hanno preso l'aereo non se ne sono pentiti perchè solo 2 (due) anni dopo l'affermazione di quella che sembrava una granitica maggioranza repubblicana, i democratici avevano conquistato di nuovo la maggioranza al Congresso. Dietro questo successo, che poi è la base da cui ripartono le speranze democratiche per le elezioni di novembre, c'era una strategia molto complessa che mirava ad un nuovo radicamento del partito anche nelle zone dove era tradizionalmente debole. E poi, già si vedevano le avvisaglie di quella rinascita del populismo americano che ha fatto più volte capolino in questa campagna per le primarie. Il tutto, tanto per tirarcela un po', era raccontato in un articolo che due degli autori di questo blog avevano scritto tanto tempo fa per la rivista Quale Stato. Sarà il caso di imparare anche questo dagli Stati Uniti? Ai posteri l'ardua sentenza.