Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post

2 ottobre 2009

Un'apertura sull'Iran?

Ieri incontro fondamentale sull'Iran a Ginevra. Prima di tutto, a latere della riunione ufficiale il sottosegretario Burns ha parlato per ben 45 minuti con Saeed Jalili, il capo-negoziatore iraniano. E' il colloquio più lungo da quando le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero a causa del rapimento dei diplomatici americani a Teheran tra il 1979 ed il 1981. Poi ci sono state significative novità nell'incontro ufficiale: primo, il sito di sviluppo nucleare di Qom appena scoperto sarà aperto alle ispezioni dell'AIEA; secondo, si è raggiunto un accordo per rivedersi a breve; terzo, ma non meno importante, sembra che l'Iran abbia accettato di portare in Russia il 90% del suo materiale fissile. In altre parole, l'accordo potrebbe essere che gli occidentali non chiedono più di fermare l'arricchimento dell'Uranio ma questo avviene in maniera controllata (sotto l'egida russa) e per scopi pacifici. Una soluzione discreta per gli Usa che vedrebbero svaporare la minaccia nucleare imminente anche se solo grazie alla cooperazione russa. Obama però incasserebbe il notevole risultato di aver messo sotto controllo un programma che va avanti fin dai tempi dello shah (vedi questa infografica del Financial Times). La linea iraniana, almeno a livello ufficiale, sembra un po' più conciliante di quanto ci si potrebbe aspettare, ecco l'intervista del ministro degli esteri Mottaki a CFR.org. Bisognerà vedere però se è solo uno strumento per guadagnare tempo e arrivare al punto di non ritorno in cui la bomba sarà quasi pronta.

24 settembre 2009

Sono solo simboli, certo, ma il consiglio di sicurezza Onu...

L'unico organo davvero decisionale dimorato al Palazzo di vetro di New York ha adottato una risoluzione che la Bbc chiama storica (alla pagina trovate uno speciale, con diverse cose tra cui i filmati degli interventi di diversi leader): si tratta di un invito generale e generalizzato al disarmo nucleare. Il Consiglio era presieduto da...indovinate un po'? Il presidente Obama. Il passo è solo simbolico, ma che Russia, Cina e Stati Uniti votino per il disarmo è davvero una frattura storica. L'Onu, che è un edificio anni 60, con una gestione e un'organizzazione anni 60, per una volta manda messaggi importanti dalla sua sede decisionale. Normalmente sono le singole agenzie sui temi specifici o l'Assemblea a votare mozioni, non il consiglio.
Possiamo sicuramente sbagliare, ma il fatto che all'Onu sia stata spedita Susan Rice, la consigliera in politica estera più vicina a Obama già durante la campagna elettorale, era già un segnale che l'Onu poteva e doveva, nelle intenzioni del presidente, acquisire maggior centralità specie per quelle grandi sfide planetarie che converrebbe a tutti affrontare assieme: povertà, ambiente, pandemie, disarmo. L'adozione della risoluzione è anche il segno che Rice sta lavorando bene e che con la Russia, sulla questione nucleare, gli Usa stanno facendo un lavoro di prospettiva. Altro argomento, oggi all'Onu sarà divertente: parlano Chavez, Nethanyau, Shakasvili e il presidente iracheno Talabani.

17 settembre 2009

Via lo scudo antimissile. Addio guerra fredda?

La Casa Bianca ha annunciato che non piazzerà le sue batterie anti missile in Repubblica Ceca e Polonia. La mossa si può interpretare in diversi modi, probabilmente tutti veri. Qui la conferenza stampa al Pentagono.
1. Il capo del Pentagono Gates sta rivedendo l'organizzazione delle forze armate Usa: meno armi fine di mondo, più contronsurrezione. Ecco che, in un anno di ristrettezze economiche, lo scudo perde di interesse.
2. Gli Usa hanno disperato bisogno di Mosca nella partita iraniana e un poco anche in Afghanistan. Dopo aver siglato il patto per la riduzione delle armi nucleari, ecco un nuovo segnale distensivo nei confronti del Cremlino.
3. Tra i due Paesi la tensione è sulla Georgia e Ossezia. Ecco che un inutile scudo ai confini dell'ex blocco sovietico non fa che aumentare la tensione nell'area senza essere utile a nulla (salvo voler tornare alla politica del riarmo in competizione con la Russia, ma non avrebbe senso per varie ragioni). A proposito di Georgia, per capire che il luogo è diventato importante a causa di oleodotti e gasdotti che ci passano, basta guardare i giornali economici. C'è una quantità enorme di pubblicità su i nuovi distretti industriali, i tax breaks, etc.
4. L'Europa, specie quella dell'est, non è più il centor del mondo: perché mettersi a fare a braccio di ferro in un punto inutile del pianeta? A questo proposito: chi sarà davvero scontento saranno i governi polacco e ceco, disperatamente alla ricerca di un protettore anti-russo e incapaci - non del tutto a torto - di scrollarsi di dosso l'idea che Mosca abbia comunque un'attitudine espansia verso le sue ex colonie.
La questione è desitnata a infuocare il dibattito sulla politica estera: i nostalgici della Guerra fredda e i conservatori faranno scintille. Pensate anche a chi è, in campo democratico a gestire la Georgia: il vecchio Biden.

7 febbraio 2009

E' un mondo difficile

Un po' di notizie sul mondo e gli Stati Uniti che avrete letto poco sui giornali italiani, d'altronde c'è di che occuparsi di Italia in questi giorni. Come sull'economia, il presidente e la sua amministrazione si stanno rendendo conto di quanto sia difficile la situazione. Cominciamo dall'Afghanistan: le cose in Kirghizistan vanno male. Cosa c'entra? Iniziamo col dire che questo è un paese centro-asiatico e che lì gli americani avevano impiantato una base molto importante per i rifornimenti alle truppe in Afghanistan. Bene, i russi hanno convinto i kirghizi a buttare fuori gli americani. La Clinton era un po' dispiaciuta, anche perchè negli stessi giorni gli americani hanno perso pure un altro grande canale di approvvigionamento attraverso il Pakistan. Come con i turni infrasettimanali di campionato, non ci sarà molto tempo per piangerci su: Hillary farà il suo primo viaggio in Asia e nel frattempo cerca di rifare amicizia coi russi, come ci spiega il sito della BBC. E poi ci sono state le elezioni irachene, di cui vi avevamo parlato in un post qualche giorno fa. L'affluenza è stata più bassa che nel 2005, ma sono andati a votare anche i sunniti. Non si votava invece nè in Kurdistan nè a Kirkuk, città ricca di petrolio e di conflitti tra "arabi" e curdi. I risultati ci dicono che sono cambiati i rapporti di forza tra gli sciiti ma che nessuno ora ha chiaramente il comando, sono possibili quindi nuove ondate di violenze. Tra i sunniti buon successo delle liste nazionaliste e tribali su quelle islamiche. Sarà un lungo e tormentato anno, che porterà alle elezioni politiche e, forse, anche all'inizio del ritiro americano. Ecco l'analisi del think tank realista CSIS. Sul sito del Center for American Progress invece si trova una cosa rarissima in America: un'analisi abbastanza dettagliata delle forze politiche di un paese cruciale per la politica americana, in questo caso l'Iraq.