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25 agosto 2009

Lezioni americane di mobilitazione progressista

Domani, e fino all'8 settembre, scendono in piazza i favorevoli alla riforma sanitaria: la versione forte, quella che include una polizza assicurativa pubblica. La mobilitazione è promossa, oltrechè da "Organizing for America" anche dalla grande campagna "Health Care for America Now" che mette insieme le due grandi centrali sindacali, le organizzazioni delle donne, quelle dei latinos e degli afroamericani nonchè il Center for American Progress, il grande think tank progressista. La lotta è contro i repubblicani ma anche contro i democratici conservatori, guardate lo spot che li prende di mira: in maniera populista ma forse efficace mostra come alcuni membri del Congresso, a causa di finanziamenti delle lobby che vengono quantificati al centesimo, si muovano contro la maggioranza della popolazione americana. Nel frattempo questa parte della coalizione democratica (in termini italiani diremmo che è l'ala sinistra) sembra aver trovato un leader naturale in Howard Dean: l'ex segretario del partito ha detto chiaro e tondo che rinunciare all'opzione pubblica è sbagliato. L'obiettivo è essere però il "centro" della coalizione: non contro il presidente ma contro quelli che vorrebbero "dirottarne" il programma. Infine, Paul Krugman scrive chiaro e tondo che serve una battaglia culturale contro gli zombie reaganiani. Anche qui, con argomenti di buon senso e con prove empiriche non con fumosa letteratura politica. Non sappiamo se vinceranno ma sappiamo che stanno combattendo al contrario di ciò che è successo da noi troppe volte: ci sono leader di partito che parlano chiaramente al momento della decisione, non 10 anni dopo; ci sono intellettuali che scrivono in maniera comprensibile e forniscono armi a chi fa politica sul terreno; c'è una coalizione ampia che raggruppa tutti i soggetti sociali a favore di una riforma; si mettono in campo tutti i mezzi di pressione sulla maggioranza parlamentare. Si parla al paese di una cosa concreta, non si rappresenta un mal di pancia per mostrare che si esiste. Avremo qualcosa da imparare?

30 luglio 2009

Sanità: appuntamento a settembre

I democratici hanno trovato un compromesso sia con la loro ala conservatrice (i blue dogs) che con i repubblicani moderati per discutere la riforma sanitaria a settembre. Una prima sconfitta per il presidente che avrebbe voluto che il primo voto dell'assemblea ci fosse già prima delle vacanze. E non a torto: come ci spiega il New York Times, i fautori dello status quo hanno già speso una somma ingente in spot televisivi conquistando una porzione di opinione pubblica non trascurabile. Usano la paura dei già-assicurati di perdere il proprio dottore ed il proprio livello di assistenza in cambio di tasse più alte. Starà al presidente, e al suo partito, contrastare questa campagna e coniugare i vari elementi all'interno della propria coalizione.
Al momento sembra che ci sia un primo compromesso (troppo moderato per l'ala liberal dei democratici) su un piano che costerebbe relativamente poco, darebbe meno sussidi ai poveri per farsi l'assicurazione, costringerebbe meno società a farla per i propri dipendenti e ammorbidirebbe l'entrata sul mercato dell'assicurazione pubblica.
Un cammino complicato quello di Obama: deve far passare il piano attraverso le forche caudine dei repubblicani e dei democratici conservatori ma allo stesso tempo la riforma deve produrre dei cambiamenti tangibili per la sua base sociale. Altrimenti il rischio è quello di spaventare e compattare i nemici senza dare nulla di concreto ai propri sostenitori. Una strategia che il centrosinistra italiano conosce bene: se fate mente locale ricorderete il destino delle "lenzuolate" - solo 3 estati fa, ma sembra un decennio.

5 marzo 2009

Risollevare la classe media attraverso i sindacati?

Sembra impossibile da credere, ma in America i sindacati sono messi peggio che in Italia: meno del 10% dei lavoratori del settore privato è iscritto. Alle cause del declino che abbiamo anche da noi (fine della centralità operaia e del fordismo, invecchiamento della popolazione, aumento stabile della quota di lavoratori disoccupati, immigrazione, precarità) se n'è aggiunta una molto pesante: l'attacco al diritto di organizzazione sindacale e di sciopero portato avanti durante il trentennio della rivoluzione conservatrice. Robert Borosage, uno dei capi del think-tank progressista Campaign for America's Future, spiega in questo articolo come per Obama il rafforzamento del sindacato sia parte del progetto di ricostruzione del tenore di vita della classe media. Solo attraverso le trade unions i lavoratori potranno tornare ad avere diritti e salari crescenti, invece che vederli diminuire come è successo durante gli anni della ripresa di cartapesta dell'amministrazione Bush. Una riflessione che bisognerebbe fare anche in Italia, dove il sindacato è sotto attacco a volte con gli stessi strumenti utilizzati nell'America di Reagan. A proposito di Reagan, The American Prospect sostiene (e non da sola in realtà) che Obama possa avere lo stesso ruolo simbolico che ebbe il presidente repubblicano perchè produce identità in chi lo sostiene. Anche qui, le riflessioni sull'Italia si sprecano..

1 marzo 2009

La sepoltura di Reagan

Con la prima finanziaria di Barack Obama la Reaganomics viene seppellita sotto una montagna di dollari. Va in soffitta l'idea che la "classe media" (una cosa molto ampia in America) potesse stare bene solo con la detassazione dei ricchi e degli straricchi. Con una metafora abusata si diceva che la tavola di chi stava in alto doveva essere sempre imbandita, così che ci fossero più briciole per chi stava sotto. Sul significato storico di questo piano non ci sono molti dubbi: lo dicono repubblicani e democratici a Washington (con visioni diverse ovviamente) e lo dice forse con qualche rimpianto il giornale conservatore inglese Times. Sempre sullo stesso giornale il leader laburista Brown rinverdisce la special relationship anglo-americana su nuove basi: ora non si tratta più di fare l'Ulivo mondiale come ai tempi di Clinton ma di fare un "new deal globale". I maggiori punti all'ordine del giorno sono la stabilizzazione e la regolamentazione finanziaria mondiale ma anche la rivoluzione verde. Se funziona anche solo un po', potrebbe avere lo stesso ruolo che ebbe la "Carta Atlantica" di Roosevelt e Churchill. D'altronde il piano di salvataggio finanziario di questo autunno fatto da Brown aveva fatto da apripista per molte delle cose di cui si discute oggi in America. Che il vento sia cambiato lo dimostra il quadro dei gruppi di potere, ben disegnato dal New York Times di ieri: i democratici oggi hanno i think-tank, le organizzazioni di base e di massa nonchè gli appoggi di importanti aziende che una volta avevano i repubblicani. Ecco perchè la riforma della sanità questa volta potrebbe andare in porto. A rimpiazzare Daschle al "ministero della Sanità" pare arriverà Kathleen Sebelius, governatrice del Kansas. Nel frattempo tenete d'occhio la pagina della campagna sulla sanità del sindacato Seiu.

7 dicembre 2008

Il più grande finanziatore di questa campagna

Nel libro che stiamo scrivendo vi parleremo con più dettagli di chi ha permesso anche finanziariamente la vittoria di Barack Obama: è un po' più complicato di come lo abbiamo letto sui giornali e anche di come l'avevamo capita noi. Complicata ed interessante. Per esempio, il più grande singolo finanziatore della recente campagna non è una grande multinazionale ma uno dei sindacati americani emergenti: la SEIU, che rappresenta prevalentemente i lavoratori dei servizi, spesso quelli dei settori tradizionalmente meno sindacalizzati. Ora fanno la campagna, tra le altre cose, per "tenere la riforma della sanità sulla mappa", in altre parole per far sì che il presidente non se ne dimentichi. D'altronde, come ci spiega con un po' di acredine il Wall Street Journal, 85 milioni di dollari di tutta la campagna elettorale venivano solo da questo sindacato mentre tutte assieme le confederazioni ne hanno versati 450. Tanto per far capire quanto sono potenti, quelli della SEIU avevano messo da parte anche 10 milioni di dollari per fare campagne negative contro chi non li ha aiutati. Il ruolo dei sindacati c'è sempre stato nelle campagne americane, soprattutto in quelle democratiche, il problema è cosa dicono quelle organizzazioni. Leggetevi l'articolo del WSJ e avrete delle sorprese.

2 dicembre 2008

Ancora analisi del voto

I repubblicani stanno messi male per almeno 3 ragioni, ce lo spiega Albert Hunt di Bloomberg. Primo, la loro campagna contro l'immigrazione gli ha alienato il voto delle minoranze il cui peso sul totale dell'elettorato è cresciuto del 3% in 4 anni. Secondo, le loro posizioni conservatrici sui gay e l'aborto gli hanno alienato i giovani, che sono l'elettorato del futuro e anch'essi hanno votato per Obama più di quanto avessero fatto per Kerry o Gore. Terzo, Obama ha sfondato anche nei suburbi e negli "exurbs" (i suburbi più lontani dal centro città) che oramai sono etnicamente più misti e sono abitati più da giovani. I vecchi abitanti moderati di questi posti, poi, sono stanchi delle battaglie ideologiche dei repubblicani. Michael Tomasky ha scritto un bell'articolo sulla New York Review of Books in cui discute di due libri molto importanti usciti di recente sulla demografia elettorale americana. Importante il suo ragionamento sul tema annoso del rapporto tra democratici e "white working-class". Non è vero che il problema è con la classe di reddito: è con la classe di istruzione, sono solo i bianchi meno istruiti a non votare molto democratico. E sono sempre di meno. Sempre sulla stessa rivista, Elizabeth Drew da la sua versione del presunto centrismo di Obama: ha a che fare con la sua personalità riflessiva ma ciò che ha messo in moto con la campagna, le migliaia di persone mobilitate, gli servirà per far passare il suo programma. Staremo a vedere.

20 novembre 2008

Forse serve la "Quarta Via"

Michael Lind una volta era conservatore, poi si è convertito e ora ci azzecca spesso anche se non sempre. Il suo lungo articolo su Prospect vale la pena di essere letto soprattutto dalla metà in poi. Lind non sembra valutare appieno la creazione di una nuova coalizione democratica, secondo lui si tratta sempre di un'alleanza tra ricchi bianchi istruiti e minoranze che taglia fuori la classe lavoratrice bianca. Non è così vero, come cercheremo di dimostrare nel nostro libro. La sua analisi però ha molto valore quando parla di elite democratiche: lui le vede come una combinazione tra i "New Democrats" della terza via Clintoniana e una "sinistra" fatta di movimenti su singoli temi: le minoranze, i neri, gli omosessuali, le femministe e gli ambientalisti. In politica economica i convertiti all'ideologia del mercato degli anni Novanta, secondo lui, non hanno gli strumenti per affrontare la crisi attuale mentre in politica estera dominano ancora i clintoniti fautori delle guerre umanitarie. Non è proprio così anche qui: c'è un consenso realista che è emerso e che potrebbe salvarci da questi personaggi. La vera sfida, come dice Lind, è nella capacità di Obama di emanciparsi da tutto ciò, proporre soluzioni ai problemi di oggi e ridisegnare il patto sociale americano. Insomma basta terza via, forse ne serve una quarta.
L'articolo lo consigliamo anche al nostro PD che, l'abbiamo sentito di persona qualche giorno fa, promette per uscire dalla crisi meno tasse e meno spesa pubblica. Auguri.

5 novembre 2008

I dati non sono ancora definitivi

Ci sono ancora stati che devono essere assegnati; in Missouri e North Carolina il distacco è troppo esiguo e i dati non sono definitivi. Nel frattempo, raccoglieremo i dati dei network e delle società demoscopiche per farci un'idea di chi ha votato Obama. La Cnn ieri sera proponeva un primo dato interessante: i neri avrebbero votato, più o meno, nella stessa percentuale del 2004. Adesso va osservato il dato del voto giovanile, quello della minoranza ispanica (soprattutto in stati come il Colorado e il New Mexico) e va analizzato con attenzione - ma per quello veramente ci vorrà tempo - il voto degli swing states come l'Ohio. Proveremo a fare delle ipotesi - che verranno confermate o confutate nel prossimo futuro - per capire se l'identikit dell'elettore democratico offre indizi sul potenziale della nuova coalizione democratica.

Intanto guardate con attenzione gli exit polls (divisi per razza, età, educazione..) del New York Times.

3 novembre 2008

I politici del 21esimo secolo

L'editorialista E.J. Dionne in un pezzo molto bello ci parla degli uomini politici e dello spirito del tempo. Quelli veramente grandi, riescono ad interpretarlo e ad anticiparlo. Obama, comunque vada, è riuscito ad interpretare la stanchezza per la politica, l'opposizione a Bush e lo scontento verso i democratici di molti americani e a coniugarli con la voglia di superare le divisioni degli anni '60 (e '70, '80, '90) di altri americani più centristi. Ha creato un movimento nella società e gli ha dato uno slogan e un logo che non sono mai cambiati. Ha messo insieme la politica sul territorio con i social network su internet. Ha raggranellato una quantità enorme di denaro dai piccoli come dai grandi.
Vada come vada, con lui abbiamo dato una sbirciata a come potrebbe essere la politica nel 21esimo secolo. Non esattamente la schifezza che sembra leggendo i nostri giornali...

27 ottobre 2008

Che ci facciamo coi militanti?

Tranquilli, non è un'intervista shock a Goffredo Bettini o ad Ermete Realacci quella che vi proponiamo. Non si parla dei militanti del PD ma delle "truppe di terra" della campagna di Obama.
I numeri sono impressionanti: 3 milioni di finanziatori, 5 milioni di volontari. Newsweek si chiede che fine faranno dopo le elezioni, se dovesse vincere il senatore dell'Illinois. Condizioneranno la sua politica come la base conservatrice ha fatto con Bush? Porteranno il nuovo presidente a fare cose che non piacciono ai suoi elettori non mobilitati?
Insomma, guarda che bel problema che è la partecipazione.

24 ottobre 2008

Un'altra onda

Il quotidiano La Repubblica proprio non ce la fa a non dare etichette, è più forte di loro. E così siccome ieri al corteo degli studenti di Roma qualcuno ha cantato le canzoni del Piotta ecco che il termine "l'Onda" è diventato il nome di tutto il movimento. Meglio così, si è fatto molto di peggio nel passato, almeno stavolta si guarda a cosa pensano gli studenti e non al colore delle loro scarpe. In America, quest'anno, gli under-30 in età da voto sono un quinto dell'elettorato. Solo Rock the Vote, una struttura di MTV, ne ha registrati più di 2 milioni per permettergli di votare. L'affluenza tradizionale di questa fascia di elettori è sotto il 50%, quest'anno si prevede che aumenti al 60-70 e che porti un 1-2% netto in più ad Obama. Chi vivrà vedrà, e chi sa cosa ne scriverà Repubblica. Intanto leggetevi l'interessante speciale sul tema del Financial Times.

18 giugno 2008

Obama, il suo blocco sociale e la fine del Clintonismo

Gli articoli buoni sulla campagna elettorale americana non per forza si trovano in inglese e all'estero. In tre interviste realizzate per Europa Marilisa Palumbo ci spiega di più chi è e cosa potrebbe fare il nuovo candidato democratico. Nella prima è andata nella tana del lupo e cioè nel think tank clintoniano per eccellenza dove si pensa che, al di là dei proclami, il senatore dell'Illinois porterà avanti il Clintonismo senza i Clinton. Nella seconda ha sentito Todd Gitlin, uno dei sociologhi più famosi e più di sinistra d'America, per capire quanto "Benedetto da dio" (questo il significato di Barack in Swahili) cambierà la politica di oltreatlantico. La risposta è: parecchio. Nella terza ha parlato con Ruy Teixeira, che insieme con John Judis ha scritto "The Emerging Democratic Majority" e che dice che se Obama non piace ai maschi lavoratori bianchi non è un dramma: sono sempre di meno anche se concentrati negli stati chiave. Si tratta di limitare i danni, come il senatore sta già facendo.

6 giugno 2008

Obama forte tra i latinos. I due rivali si incontrano

Non ha preso voti tra gli ispanici. O meglio, ha perso in diversi Stati contro Clinton, proprio a causa della mancanza di presa sul voto latino - California, New Mexico, Arizona e non solo sono Stati dove quel voto pesa in termini assoluti. Eppure, come rileva il Los Angeles Times, il candidato Obama (o i democratici in generale) è più forte di McCain in quel segmento di popolazione. Un duro colpo alle idee di Karl Rove, che con Jeb Bush in Florida, sposato a una messicana, aveva in testa di dare ai latinos un ruolo cruciale nella coalizione che avrebbe garantito una maggioranza stabile e duratura ai repubblicani. Purtroppo per Rove - e per fortuna nostra - la coalizione è andata in pezzi. A Washington, intanto, i due ex rivali si sono incontrati in gran segreto (un secondo resoconto). Non ci sono indiscrezioni, l'unica cosa certa è che, dopo aver ricevuto pressioni per lasciare la corsa (cosa che farà ufficialmente domani, sabato), Hillary non cerca più nemmeno la vicepresidenza.