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11 luglio 2009

La ripresa che non verrà

Da più di un anno, da quando la bolla dei subprime era scoppiata dando avvio alla crisi, gli economisti e gli analisti finanziari si stanno chiedendo se la crisi avrà la forma di una V o di una U: cioè se il precipizio sarà veloce quanto la ripresa successiva oppure se entrambi saranno lenti. Robert Reich, ex ministro del lavoro di Clinton e forse una delle poche voci "di sinistra" in America, ha un'altra versione: stando così le cose non ci sarà nessuna ripresa. Cioè non si tornerà mai alla situazione precedente in cui il reddito reale delle famiglie restava uguale o addirittura calava e si finanziava l'aumento dei loro consumi con il credito facile. Pensare di rimettere in moto quel motore di quelle economia è come cercare di far ripartire una macchina da buttare. Cosa sia la nuova economia Reich ancora non ce lo dice, ma di sicuro pone un problema piuttosto serio: cercare degli aggiustamenti potrebbe non avere senso. Un altro economista "eretico", il nobel Krugman, ragiona invece sui risultati del piano di stimolo: magri finora, ma ci vorrà tempo e invece di buttare a mare quanto già fatto forse bisogna fare un secondo giro. Ma anche qui, non si sa con quali soldi.
Non sono esattamente i termini del discorso che si sentono in Italia, per questo vale la pena leggerli e rifletterci su.

18 giugno 2009

Finanza e sondaggi.....

Ecco un articolo del Washington post che spiega per filo e per segno come e perché la riforma della finanza è deludente. Volcker avrebbe voluto il ritorno del Glass-Steagal act abolito da Clinton (quello che separa banche d'affari e di risparmio). Non è stato accontentato. Summers e Geithner pure prevedevano controlli più severi e regole più strette, ma lobbisti e congressmen potenti hanno fatto in modo di far saltare le parti più aspre della legge. L'articolo è fantastico, ci sono le date e i nomi di coloro che hanno fatto pressione. Alla fine, per chi non avesse letto altro, la riforma prevede molti poteri di controllo alla Fed, più poteri al governo in caso di crisi e una agenzia di difesa dei consumatori ad hoc. Siamo sinceri, il presidenti ha usato toni enfatici per una riforma decente ma non particolarmente coraggiosa. Il Time si chiede: ma questa riforma è abbastanza riformatrice?
E veniamo ai sondaggi: oggi anche il WSJ ne pubblica uno, che non diverge di molto da quello del NYT qui sotto. C'è preoccupazione sul deficit, ma in fondo sono trent'anni che la propaganda di tutti è sulla necessità di non spendere. E' normale che quando il buco cresce la preoccupazione aumenti. Il Pew pubblica una nuova rilevazione che continua a vedere Obama molto in alto su quasi tutto: in alcuni casi come la politica estera, anche in crescita (eccolo qua).

15 giugno 2009

Summers e Geithner sulla regole per la finanza e Reich sulla Sanità

Ecco l'articolo comparso sul Washington Post dei due boss dell'economia pubblica a Washington. La politica interna sembra essere concentrata su questo tema e sulla vicenda della riforma sanitaria. Certo, queste sono ore da politica estera. Qui invece, l'ex Segretario al lavoro di Clinton e professore di economia a Berkeley Robert Reich che sostiene che lo scontro sulla sanità è al via e che, in queste settimane, vedremo se e quanto Obama avrà la forza e the will di portare avanti il suo ambizioso progetto.

21 marzo 2009

Krugman contro Geithner: i nodi arrivano al pettine

Le idee degli zombie, coloro che pensano che non ci sia nulla di sbagliato nel nostro sistema finanziario, hanno vinto. Così il premio Nobel per l'economia ed editorialista del NYT sul suo blog. Dopo aver visto i dettagli del piano di riforma della finanza e del credito che verrà presentato la prossima settimana, Krugman protesta con forza. La speranza dell'economista liberal è che ci sia ancora qualcosa da fare. Nel suo blog, Robert Reich, professore a Berkeley ed ex Segretario al lavoro nei primi due anni di Clinton, spiega che il bailout non sta funzionando come dovrebbe (ovvero, le banche non hanno ripreso a prestare i soldi, che è il vero motivo per cui noi tutti e non solo azionisti e manager si devono preoccupare quando un sistema finanziario e creditizio collassa). Qui il blog di Reich, per leggere bisogna far scorrere i post, è un blog piuttosto primitivo. E per finire, ecco un commento-analisi sull'operato di Geithner sul Financial Times. Lui e Bernanke, più di altri, sono i registi di questa crisi. Non è chiaro se agiscano d'accordo, se e quale scontro sia in atto (non a noi, almeno, sepolti dal lavoro e senza abbastanza tempo per leggere). Di certo, Geithner è sotto attacco da parte dell'ala liberal vicina all'amministrazione.

2 marzo 2009

Vogliamo una società più giusta?

E' questa la domanda da farsi in questa crisi, secondo l'editorialista del Washington Post E.J. Dionne. Il piano di Obama, argomenta lui, non crea il socialismo: semplicemente redistribuisce il reddito e le spese come strada per uscire dalla crisi. I costi della sanità americana sarebbero comunque arrivati al 20% del PIL tra pochi anni, il problema quindi non è se aumentare la spesa sanitaria ma a chi farla pagare. L'aumento vertiginoso della spesa pubblica porterà la quota di PIL gestita dal bilancio federale al 23% tra il 2010 ed il 2014, poco meno del 2% in più rispetto allo scorso anno. Con questo, in fondo piccolo, spostamento l'amministrazione potrebbe redistribuire seriamente il reddito e impostare su nuove basi lo sviluppo del paese. Il Los Angeles Times affronta un'alta sfaccettatura della crisi: la reazione dei cosiddetti "millenials" e cioè i nati tra il 1978 e i primi anni novanta. Sono stati loro il motore di Obama e saranno loro tra i più colpiti dalla crisi. Per ora rimangono intramontabilmente ottimisti. E d'altronde, se questi sono i termini del dibattito negli USA, forse è anche lecito.

1 marzo 2009

La sepoltura di Reagan

Con la prima finanziaria di Barack Obama la Reaganomics viene seppellita sotto una montagna di dollari. Va in soffitta l'idea che la "classe media" (una cosa molto ampia in America) potesse stare bene solo con la detassazione dei ricchi e degli straricchi. Con una metafora abusata si diceva che la tavola di chi stava in alto doveva essere sempre imbandita, così che ci fossero più briciole per chi stava sotto. Sul significato storico di questo piano non ci sono molti dubbi: lo dicono repubblicani e democratici a Washington (con visioni diverse ovviamente) e lo dice forse con qualche rimpianto il giornale conservatore inglese Times. Sempre sullo stesso giornale il leader laburista Brown rinverdisce la special relationship anglo-americana su nuove basi: ora non si tratta più di fare l'Ulivo mondiale come ai tempi di Clinton ma di fare un "new deal globale". I maggiori punti all'ordine del giorno sono la stabilizzazione e la regolamentazione finanziaria mondiale ma anche la rivoluzione verde. Se funziona anche solo un po', potrebbe avere lo stesso ruolo che ebbe la "Carta Atlantica" di Roosevelt e Churchill. D'altronde il piano di salvataggio finanziario di questo autunno fatto da Brown aveva fatto da apripista per molte delle cose di cui si discute oggi in America. Che il vento sia cambiato lo dimostra il quadro dei gruppi di potere, ben disegnato dal New York Times di ieri: i democratici oggi hanno i think-tank, le organizzazioni di base e di massa nonchè gli appoggi di importanti aziende che una volta avevano i repubblicani. Ecco perchè la riforma della sanità questa volta potrebbe andare in porto. A rimpiazzare Daschle al "ministero della Sanità" pare arriverà Kathleen Sebelius, governatrice del Kansas. Nel frattempo tenete d'occhio la pagina della campagna sulla sanità del sindacato Seiu.

15 febbraio 2009

Come la Svezia?

Fare come la Svezia, così propongono Roubini e Richardson: nazionalizzare le banche, ripulirle e poi, ma solo poi, riprivatizzarle. Difficile che Geithner li ascolti, l'articolo è più che altro una provocazione per spostare il dibattito un po' più in là e però è indicativo del clima. Lo zar dell'intelligence Blair dichiara che la disoccupazione di massa indotta dalla crisi può essere una minaccia tanto grave quanto il terrorismo, la solita fantasia degli spioni? Al di là della futurologia, è tempo di primi bilanci. Il Los Angeles Times in base a come è andata sullo "stimolo" prevede tempi duri: i repubblicani hanno scelto di scommettere sul fallimento delle politiche democratiche e non collaboreranno. E invece l'agenda prevede il riordino del sistema finanziario, la riforma della sanità, la questione energetica e il cambiamento climatico. Tutti dossier pesanti ma il vantaggio è che finora i democratici in Congresso hanno sostenuto il presidente, cosa che non fecero nè con Carter nè con Clinton. Il Washington Post è più ottimista e nota che nelle prime 3 settimane Obama ha già vinto su 3 questioni non proprio secondarie: lo "stimolo" fiscale, la legge che permette l'uguaglianza di trattamento lavorativo per le donne e l'estensione dell'assistenza sanitaria ai bambini poveri.

29 gennaio 2009

Niente voti del GOP al piano economico. I dubbi, gli attacchi e le analisi

Il primo voto sul piano Obama per l'economia segnala l'impossibilità, per il presidente, di ottenere un consenso bipartisan sull'economia: nessun republicano ha votato a favore. La richiesta è la solita: tagliare le tasse, come ribadisce sul Wall street journal Rush Limbaugh, in una veste semi ripulita rispetto ai toni da guerra dei mondi che usa nello show radiofonico che lo ha reso famoso. La National review ha definito il pacchetto: da social welfare europeo. I repubblicani sperano che tutto fiisca male per piombare sulle spoglie di Obama e della maggioranza democratica nel mid term del 2010. Un calcolo brutto e anche pericoloso (se l'economia ripartisse, non prenderebbero un voto). Ecco il commento di Salon sull'atteggiamento del GOP (il titolo è No, we cant). Questa la analisi di Politico: i repubblicani non faranno filibustering (ostruzionismo) in Senato. Il pacchetto passerebbe comunque e loro avrebbero la colpa di ritardarlo. Non conviene mentre Obama è appena arrivato e gode della fiducia degli elettori. Resta il problema del mancato sostegno bipartisan. Essendo maliziosi si potrebbe sostenere che Obama tiene un tono conciliante a prescindere dalla disponibilità al confronto per mettere in difficoltà gli avversari. Certo è che in questo momento vanno fatte scelte e non si possono approvare leggi di spesa che dicano tutto e il suo contrario. Restano i dubbi sull'efficacia a breve termine del piano (per spendere soldi ci vuole tempo, pensate alle strade da ricostruire: trasferimento di denaro allo Stato X, progetto, appalto, avvio dei lavori). Ecco l'analisi sull'efficacia dal NYT.
Per finire un interessante novità da parte della Fed, comprerà, se sarà necessario, buoni del Tesoro a lunga scadenza. Un modo per immettere soldi nell'economia trasferendoli al pubblico. Ovvero, un modo per sostenere le politiche di stimolo del presidente. Sono cose che non si fanno da un trentennio, la BCE non potrebbe per statuto. E' nata negli anni del monetarismo spinto. E si vede.

26 gennaio 2009

Al GOP non piace lo stimolo, vorrebbero i tagli alle tasse (quelli sì che hanno funzionato)

L'abbronzatissimo leader della minoranza alla Camera Boehner promette che il suo partito non voterà il piano di stimolo. McCain chiede tagli alle tasse, lo stesso argomento che lo ha aiutato a perdere le elezioni. Il GOP è nel suo business as usual, con la consapevolezza che la crisi è così grave che far ripartire l'economia sarà molto difficile. Se il piano Obama non funzionasse, tra due anni, nel midterm, ci sarà di che approfittarne. Una strategia di lungo respiro e grande visione. Paul Krugman, che nello spettro politico sta proprio dall'altra parte, chiama quella repubblicana cattiva fede. EJ Dionne è d'accordo con noi - o viceversa, per carità - i repubblicani sperano nel disastro, è il titolo del suo articolo. Intanto qualche passo del nuovo presidente: prime bozze di idee sulle regole per la finanza e ordine sull'efficienza energetica per le auto (tutti gli Stati si dovranno adeguare ai criteri degli Stati più virtuosi. E Biden parla di nuovo aiuto alle banche (che il Nyt dice, potrebbero venire nazionalizzate)

4 gennaio 2009

Perché il GOP è alla frutta

Una spiegazione lucida e sintetica è quella di Paul Krugman (originale no? Se non ci fossimo noi a chi viene in mente di guardare la rubrica del nobel dell'economia sul primo giornale americano). Il tema non è attuale per l'Europa che guarda al Medio oriente con angoscia, ma tant'è. Secondo Krugman è la strategia del Sud, contraria ai diritti civili negli anni 60, che ha messo i repubblicani nei guai in cui si trovano. Redistribuzione attraverso le tasse voleva dire, a Sud, aiutare "quelli la" (i neri) e quindi si era contrari. Quella scelta era una continuazione della fiera opposizione al movimento per i diritti civili che ha consentito ai repubblicani di papparsi il Sud che fino ad allora era schierato con i democratici. Krugman trae anche una consclusione sulla possibilità che si apre per Obama: questo non è il 1993 e la retorica contro il big governement non sarà efficace come lo fu con Clinton. Le teorie economiche della destra si sono sgretolate. Anyway, ecco l'articolo.

7 dicembre 2008

Il più grande finanziatore di questa campagna

Nel libro che stiamo scrivendo vi parleremo con più dettagli di chi ha permesso anche finanziariamente la vittoria di Barack Obama: è un po' più complicato di come lo abbiamo letto sui giornali e anche di come l'avevamo capita noi. Complicata ed interessante. Per esempio, il più grande singolo finanziatore della recente campagna non è una grande multinazionale ma uno dei sindacati americani emergenti: la SEIU, che rappresenta prevalentemente i lavoratori dei servizi, spesso quelli dei settori tradizionalmente meno sindacalizzati. Ora fanno la campagna, tra le altre cose, per "tenere la riforma della sanità sulla mappa", in altre parole per far sì che il presidente non se ne dimentichi. D'altronde, come ci spiega con un po' di acredine il Wall Street Journal, 85 milioni di dollari di tutta la campagna elettorale venivano solo da questo sindacato mentre tutte assieme le confederazioni ne hanno versati 450. Tanto per far capire quanto sono potenti, quelli della SEIU avevano messo da parte anche 10 milioni di dollari per fare campagne negative contro chi non li ha aiutati. Il ruolo dei sindacati c'è sempre stato nelle campagne americane, soprattutto in quelle democratiche, il problema è cosa dicono quelle organizzazioni. Leggetevi l'articolo del WSJ e avrete delle sorprese.

6 dicembre 2008

Becerra for President

Finalmente i progressisti americani tirano un sospiro di sollievo: pare proprio che il deputato della California Xavier Becerra diverrà lo "Us Trade Representative" dell'amministrazione Obama (qui l'articolo di The Nation). Prima considerazione: due ispanici nei posti chiave che riguardano il commercio, Becerra e Bill Richardson, futuro Segretario al commercio. America latina, preparati.

Becerra è amato dai sindacati e dalla "sinistra" del partito: in quelle classifiche stilate da ogni gruppo per osservare la prossimità con i propri eletti, Becerrà raggiunge il 100% con l'Afl-Cio, entusiasta del suo lavoro da congressman. Fa parte del Congressional Progressive Caucus, ha votato a favore del Nafta appena arrivato in Congresso per poi fare autocritica, rappresenta una rottura netta con gli ultimi 20 anni di politica commerciale degli Stati uniti ma in realtà è anche un pragmatico, in pieno stile obamiano (non è Sherrod Brown, per intenderci, il bellicoso senatore dell'Ohio sulle barricate contro molti accordi commerciali americani). La nomina di Becerra sarebbe un sospiro di sollievo da parte dei sindacati, a fronte delle notizie sempre più preoccupanti a proposito della disoccupazione che arrivano dagli Usa.

26 novembre 2008

Inquietudini liberal

Addio alla Rubinomics con i protegé di Rubin. E' possibile? Le parole dicono di sì, i fatti non sappiamo. Obama si difende dalle critiche che gli piovono da "sinistra" dicendo che sarà lui, in persona, a garantire il cambiamento. Riporta Politico:

Obama referred to his team of advisers as "fresh thinking," adding that the “vision for change comes first and foremost…from me.” (...) “That's my job, is to provide a vision in terms of where we are going and to make sure, then, that my team is implementing it,” he said. “I think that when you ultimately look at what this advisory board looks like, you'll say this is a cross-section of opinion that in some ways reinforces conventional wisdom, in some ways breaks with orthodoxy in all sorts of ways.”


Una carrellata di dubbi, quelli che invece credono che sia "la corte a fare il re" (la battuta è di Vladimir Putin, ma era stata usata per Bush): Robert Borosage su Huffington Post; una rassegna di giudizi anche da Marco Polo, dove si esprime giusta preoccupazione su Christina Romer (la più a destra della nuova comitiva); David Corn su Mother Jones parla di Larry Summers.

23 novembre 2008

L'economia e Obama. Il lavoro è il tema del primo mandato

Qui il video dell'intervento di Obama sulla crisi economica; qui la trascrizione completa del testo. I dati sono impressionanti: in ottobre minimo storico dell'acquisto di immobili negli ULTIMI 50 ANNI; 540 mila persone hanno dichiarato di aver perso il lavoro, il dato più alto dal 1990; i posti di lavoro persi nel 2008 sono 1 milone e 200 mila.

Sappiamo che Obama presenterà un piano contro la disoccupazione che, evidentemente, è il primo punto della sua agenda presidenziale (al netto, sempre, di drammatici e incalcolabili eventi). Si chiamerà Economic Recovery Plan e avrà come centro propulsivo, ovviamente, la Casa bianca. Il governo sceglie dei settori dove investire e favorire investimenti privati: infrastrutture, scuole, economia verde, automobili più moderne che non utilizzino il petrolio

We’ll put people back to work rebuilding our crumbling roads and bridges, modernizing schools that are failing our children, and building wind farms and solar panels; fuel-efficient cars and the alternative energy technologies that can free us from our dependence on foreign oil and keep our economy competitive in the years ahead.


Queste righe sono la sintesi di un piano di sviluppo economico ancora da svelare completamente, a quante pare almeno 300 miliardi di dollari subito (forse il doppio, e vanno comprese le riduzioni delle tasse per salari bassi e middle class). Certo, una bella differenza con la "ownership society" di Bush o altre idee liberali e liberiste dal sapore ormai naif. Obama dice che creerà 2 milioni e mezzo di posti di lavoro, ma noi italiani abbiamo pessimi ricordi in fatto di promesse del genere.

Ma insomma, dove va questo Obama? Nella discussione su Obama "che governerà dal centro" dobbiamo considerare: 1) il centro si è spostato a sinistra; 2) la Right Nation è ormai culturalmente minoritaria e consumata, e questo in economia conta. Obama è un pragmatico, uno piuttosto furbo e prudente. Per esempio, pare potrebbe non cancellare la legge di Bush sui tagli alle tasse (per i ricchi), lasciandola andare a conclusione nel 2011, quando scadranno. Così potrebbe fare un bel po' di compromessi con la base parlamentare repubblicana. Le domande ora sono: quanto è veramente ambizioso? per cosa vuole passare alla storia? Forse c'è ancora molto da aspettare, e i segnali vanno cercati anche in piccole notizie. Una su tutte: Obama ha promesso di creare un White House office per le politiche urbane. E' una novità da seguire con attenzione.

19 novembre 2008

Ambiente, Paulson e Detroit. Di questo si discute

1. I democratici sono furiosi con il Segretario del Tesoro Paulson che non sta rispettando i patti. Incassati i 700 miliardi da spendere, Paulson si sta adoperando per salvare le banche (la sua lobby, quella da dove viene) e non sta rispondendo alle richieste di investire anche in salvataggio dei mutui, delle case automobilistiche. In più fa tutto con poca trasparenza. Quando tutto sarà finito - ovvero dopo il 20 gennaio - ne scopriremo delle belle, c'è da starne sicuri. Ecco la cronaca dell'audizione di Paulson in Congresso dal Washington Post.
2. L'amministrazione Bush sta provedendo a lasciare più guai possibili e a fare qualche altro danno. Di ieri la notizia di assunzioni di decine di dirigenti politici passati a posti di alto funzionariato. Da giorni si parla delle modifiche a una serie di normative ambientali per abbassare i limiti di inquinamento imposti dalla legge. Se le norme resteranno così sarà più facile aprire nuove miniere, trivellare, costruire strade nei parchi e, da ieri, anche inquinare l'aria. L'Epa, l'agenzia per l'ambiente di questo si sta occupando in questi giorni. Nonostantele proteste dei suoi funzionari locali. Ecco la cronaca del Post. Allo stesso tempo - e per fortuna - ieri Barack Obama, durante una conferenza con governatori di entrambi i partiti promossa da quello della California Schwarzenegger ha avvisato che l'ambiente resta la sua priorità. Crisi o non crisi. Dal Congresso, i repubblicani avvisano che faranno un'opposizione durissima a restrizioni eccessive.
3. Detroit: i capi dell'industria automobilistica Usa davanti al Congresso (sulla pagine del NYT anche i video dell'audizione) e la governatrice del disastrato Michigan chiedono che lo Stato presti 25 miliardi. Non sembrano essere riusciti a ottenerli in breve tempo. In molti sostengono che sarebbe una scelta sbagliata e che è meglio far fallire le big three (GM, Ford e Chrysler) per riaprirle e rilanciarle su basi nuove. Le opinioni sono bi partisan, l'ultima contro è di Mitt Romney, che dopo la sconfitta di McCain sta giocando molte carte per prendere la testa del suo partito (sta spendendo anche molto in Georgia per aiutare la corsa senatoriale ancora aperta). Qui il suo articolo: Fatele fallire, dal NYT.

13 novembre 2008

I democratici e la crisi

Questo post è una piccola antologia delle opere di Alessandro Coppola, nostro "corrispondente" da Baltimora e dai disastri sociali americani. Partiamo dalla geografia: Obama ha vinto anche nel Midwest e nella "cintura della ruggine" della deindustrializzazione. Si diceva che gli operai non avrebbero mai digerito un candidato nero e "intellettuale". Forse da questo viaggio nel Midwest si capisce perchè non è andata così. La sintesi del programma ufficiale del partito democratico (americano) è una cosa che va letta perchè da l'idea del cambiamento di paradigma che c'è stato soprattutto sui temi economici e sociali. Sembra che se ne stiano accorgendo anche i democratici nostrani, quelli dello "shock riformista" - sù, smettetela di ridere. Perchè da ridere non c'è proprio nulla, la situazione economica americana è proprio nera ma nel terzo articolo capiamo perchè la crisi dell'industria automobilistica potrebbe diventare un'opportunità gigantesca per una riconversione ecologica dell'economia.

23 ottobre 2008

Segni dei tempi: Greenspan smentisce se stesso

Due post economici di fila. Durante un'audizione in Congresso, l'ex presidente della Fed Alain Greenspan ha smentito se stesso, ammettendo che la crisi economica in corso lo costringe a rivedere alcune delle sue certezze sul funzionamento dei mercati finanziari. Greenspan, che nel maggio 2005 disse che «l'autodisciplina in genere si è dimostrata molto più efficace della regolamentazione governativa nel limitare l'assunzione dei rischi» oggi parla di necessità di regolare i mercati e della possibilità che chi vende titoli spazzatura legati ai mutui, impacchettandoli dentro altre offerte, sia costretto a tenerne una parte nel proprio portafogli. Ovvero, non solo vendere rischi spacciandoli per affari sicuri, ma anche assumersi rischi. Se lo dice pure Greenspan, vuol dire che siamo davvero a un svolta. Nel frattempo i dati sull'occupazione sono pessimi, diverse imprese preannunciano licenziamenti (Yahoo, Pepsi, General Motors) e le borse sono di nuovo in picchiata. Ecco Greenspan sul Washington Post.
Il dato interessante è che se il Congresso sta ascoltando tante voci così preoccupate che invocano una riforma dei mercati finanziari, è probabile che il prossimo presidente metta davvero mano a qualcosa. Si comincia con il supervertice internazionale convocato il 15 novembre con Bush. Quel giorno si saprà già chi è il nuovo presidente e, ci potete scommettere, le trattative le farà anche lui.

Le agenzie di rating? Giudicate voi

Avete presente quando al telegiornale spiegano che l'Italia è stata promossa dalle agenzie di rating? Il conduttore spiega che da categoria B adesso le nostre finanze pubbliche sono passate a categoria A-. Le agenzie di questo tipo sono quelle che in teoria fanno da osservatori imparziali dello stato di salute di un'impresa, di un Paese, di un ente locale e danno la loro valutazione. In teoria studiano il bilancio, guardano tutte le carte e alla fine dicono agli investitori, comprate, oppure, vendete . Bene le agenzie di rating che guardavano le carte a Wall street non facevano il loro lavoro. Se lo avessero fatto, qualcuno si sarebbe accorto che le grandi banche di investimenti come Lehman brothers stavano scherzando col fuoco. In questi giorni il Congresso Usa sta facendo delle audizioni e indagando per capire bene come si è sviluppata la crisi finanziaria e trovare delle forme di regolazione dei mercati. Tra le carte che il Congresso ha visionato, c'è un rapporto di un dirigente di Moody's (forse la più importante agenzia di rating del mondo) che dice ai suoi superiori: “Abbiamo venduto l'anima al diavolo" . Il concetto espresso, sotto il titolo "conflitti di interesse", è il seguente: tutti i nostri clienti, le finanziarie, le piccole banche, i fondi di investimento, non vogliono che abbassiamo i ratings di nessuno, hanno tutti soldi investiti e temono che l'abbassamento del rating di qualche grossa finanziaria, abbassi il valore delle loro azioni>. Quindi noi, anche se sappiamo che quell'impresa non ha i conti a posto, non lo diciamo. Una storia che esemplifica perfettamente la follia di avere agenzie pagate da imprese per farsi dare la pagella. Paghereste qualcuno per dirvi che siete un incapace? No? Non lo facevano nemmeno le banche. Infatti ottenevano voti alti. Ecco la storia da Mother Jones

16 ottobre 2008

I riformisti del futuro

"Una vera riformista", così McCain ha definito Sarah Palin nel dibattito di ieri sera. Battute a parte, è interessante sentire alcune delle cose dette da Obama sull'economia perchè presto le sentiremo dire anche ai riformisti di casa nostra, quelli veri del piddì. Per esempio, bisogna investire in sanità e stato sociale ora anche a costo di fare debiti perchè solo così si potrà risparmiare nel futuro. "Riforme e maggiori investimenti" sulla scuola vanno coniugati, non sono alternativi. Il libero commercio va bene, ma bisogna rinegoziare i trattati per proteggere i lavoratori e l'ambiente. "Accanto al piano di salvataggio finanziario serve il piano di salvataggio per la classe media". Si debbono tagliare i sussidi alle grandi imprese e chiedergli più soldi in tasse per poterle poi tagliare a chi guadagna di meno. Ed Obama le ha chiamate per nome le grandi imprese, dicendo anche quanti profitti hanno fatto. Insomma, meno ortodossia di mercato e più redistribuzione. Perchè Obama l'ha detto chiaramente: "bisogna spalmare la ricchezza". Ora che si dicono in America queste cose saranno permesse anche da noi?

Peppe lo stagnaro


Durante il dibattito di ieri sera John McCain si è rivolto a Joe "the plumber" per spiegargli come avrebbe risolto i suoi problemi. E' una persona che esiste sul serio, è quella che vedete in questa foto accanto a Obama: si chiama Joe Wurzelbacher e vive a Holland, Ohio. Joe ha detto a Obama che i suoi programmi in fatto di tasse lo avrebbero danneggiato, impedendogli di acquistare la società nellla quale è impiegato. McCain ha fatto divenire Joe il tema centrale del dibattito di ieri sera, rivolgendosi direttamente a lui e spiegandogli che McCain, da presidente, lo avrebbe sostenuto nei suoi progetti. Interrogato sulla vicenda, Joe ha trovato la faccenda "surreale".

La questione è la seguente: Obama vuole aumentare le tasse delle piccole imprese che guadagnano più di 250 mila dollari l'anno, che a suo dire sono solo il 5%. Per le altre, invece, una riduzione delle imposte. Evidentemente la società di Joe è in quel 5%. Obama ha definito questa sua scelta come un mezzo per la ridistribuzione di ricchezza. Joe non si è convinto.