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21 ottobre 2009

Quasi accordo sull'Iran, quasi stallo sul processo di pace

Sul nucleare iraniano sembra che si sia vicini ad un accordo che permetterebbe all'amministrazione Obama di guadagnare tempo prezioso: una parte consistente dell'uranio verrebbe arricchito in Russia ed in Francia. Ci sono dei ma: bisogna vedere se l'Iran accetta e bisogna capire a che velocità verrebbe trasferito il materiale, onde evitare che gli iraniani giochino sporco mandandone un po' all'estero ma rimpiazzandolo subito per costruire una bomba. Sul processo di pace arabo-israeliano le cose vanno a rilento, come era lecito aspettarsi. Gli israeliani dicono che si è vicini ad un accordo ma attenzione: l'accordo sarebbe solo su cosa mettere alla base del negoziato e non sulla direzione dello stesso. Si partirebbe infatti dalle risoluzioni Onu 242 e 338, cioè da Adamo ed Eva. I palestinesi si aspettavano il congelamento degli insediamenti, ma Netanyahu sembra averla avuta vinta. Il problema è che su questo fronte l'amministrazione Obama misura tutta la debolezza americana in questo momento: non può permettersi di forzare la mano più di tanto con i recalcitranti alleati israeliani. C'è poi un'altra mina su questo fronte: la gestione del rapporto Goldstone che accusa gli israeliani di crimini di guerra. Il governo Netanyahu vuole addirittura cambiare le regole e affermare il diritto "all'autodifesa contro gli atti di terrorismo". Più o meno quanto sostenuto per giustificare tutte le passate operazioni militari dello Stato ebraico. Nel frattempo il neocon israeliano Michael Oren, oggi ambasciatore a Washington, snobba la conferenza di J-Street, la nuova lobby pro-Israele ma anche "pro-pace". A chi volesse saperne di più su come vanno le cose nei Territori Occupati suggeriamo la lettura di "Time for Responsibilities", il diario dell'ultima missione dei pacifisti italiani.

9 ottobre 2009

Il Nobel al primo della classe


Ci sono voluti pochi secondi per scatenare il dibattito in rete. Prima sui blog, poi sulle pagine curate dalle firme dei media che contano. L’argomento è più o meno sempre lo stesso: «Il Nobel per la pace a Obama è preventivo», un incoraggiamento dato dai membri del comitato alle belle parole pronunciate qui e la dal presidente democratico. Il discorso de Il Cairo, quello all’Onu, le parole sulla razza. Voli pindarici redatti da un bravo speech-writer e, per adesso, non molto di più.
C’è poi chi parla del secondo premio anti-Bush dopo Al Gore e chi di medaglia ad un presidente Usa per non comportarsi da scriteriato cowboy. In molti, tra gli analisti Usa ci spiegano che il Nobel può essere controproducente per le aspirazioni internazionali della presidenza.
La lista di «se» e «ma» è infinita. Obama è l’uomo dell’Afghanistan, il presidente delle guerre, non ha chiuso la base di Vicenza e non ha fatto abbastanza per l’Honduras dopo il colpo di Stato con il quale il golpista Micheletti ha deposto il presidente eletto Zelaya. E che dire dell’ambiente? E del difficile e non risolto dialogo con l’Iran o della catastrofica situazione in cui versa quello che una volta si chiamava “processo di pace in Medio Oriente”. Su tutti questi temi Obama non ottenuto risultati. E poi si appresta ad aumentare il contingente afghano.
Ciascuno di questi commenti, astiosi o ironici che sia, ha più di un fondamento. I guerrieri - che di guerrieri si trattava - Arafat e Rabin vinsero il premio con Peres dopo aver avviato un processo di pace, mentre Mandela e de Klerk hanno saputo mettere alle spalle decenni di galera e odio razziale. Il premio veniva dato ad una visione accompagnata da risultati. Per spiegare la logica di questo, forse, occorre guardare alla lista degli ultimi premiati - qualcuno ricorda che l’ultimo è stato il diplomatico finlandese Martii Ahtisaari? Alzi la mano chi sa perché. Occorre poi ricordare che a dare il premio sono dei politici norvegesi che hanno vissuto la Guerra fredda e la minaccia nucleare sul confine tra est e ovest, sviluppando una sensibilità speciale in materia, così come sull’ambiente e la cooperazione. Tra gli ultimi premiati ci sono due personalità provenienti da Paesi semi dimenticati - il banchiere dei poveri Yunus e l’ambientalista del Kenya Wangaari Maathai - Al Gore per la campagna sul clima (risultati?), Mohamed El Baradei, presidente dell’Aiea che ha cercato di smussare gli angoli con l’Iraq, prima, e con l’Iran, poi. Si tratta di storie relativamente piccole o di approcci alle grandi questioni planetarie, come il premio all’Ipcc, la commissione Onu sul clima. Queste personalità hanno, in un modo o nell’altro, alzato la voce e lavorato per far prendere coscienza alla società globale delle enormi sfide che la attendono. Obama, che piaccia o meno, è uno di questi. In meno di un anno ha provato a far rientrare lo scontro di civiltà con il mondo islamico, firmato dei trattati nucleari con la Russia, restituito (a parole) un ruolo all’Onu, portato il suo Paese a discutere di emissioni di gas serra. E poi sta accompagnando gli Stati Uniti attraverso una crisi durissima e senza inventare nemici. Il Nobel per la pace è probabilmente esagerato, come esagerate sono le reazioni: Obama non è il miglior presidente possibile, perché un presidente così non esiste.

2 ottobre 2009

Un'apertura sull'Iran?

Ieri incontro fondamentale sull'Iran a Ginevra. Prima di tutto, a latere della riunione ufficiale il sottosegretario Burns ha parlato per ben 45 minuti con Saeed Jalili, il capo-negoziatore iraniano. E' il colloquio più lungo da quando le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero a causa del rapimento dei diplomatici americani a Teheran tra il 1979 ed il 1981. Poi ci sono state significative novità nell'incontro ufficiale: primo, il sito di sviluppo nucleare di Qom appena scoperto sarà aperto alle ispezioni dell'AIEA; secondo, si è raggiunto un accordo per rivedersi a breve; terzo, ma non meno importante, sembra che l'Iran abbia accettato di portare in Russia il 90% del suo materiale fissile. In altre parole, l'accordo potrebbe essere che gli occidentali non chiedono più di fermare l'arricchimento dell'Uranio ma questo avviene in maniera controllata (sotto l'egida russa) e per scopi pacifici. Una soluzione discreta per gli Usa che vedrebbero svaporare la minaccia nucleare imminente anche se solo grazie alla cooperazione russa. Obama però incasserebbe il notevole risultato di aver messo sotto controllo un programma che va avanti fin dai tempi dello shah (vedi questa infografica del Financial Times). La linea iraniana, almeno a livello ufficiale, sembra un po' più conciliante di quanto ci si potrebbe aspettare, ecco l'intervista del ministro degli esteri Mottaki a CFR.org. Bisognerà vedere però se è solo uno strumento per guadagnare tempo e arrivare al punto di non ritorno in cui la bomba sarà quasi pronta.

30 settembre 2009

Domani a tavola con l'Iran

Domani per la prima volta Usa e Iran si parleranno veramente e ufficialmente. A Ginevra si riuscono i 5 grandi del consiglio di sicurezza, più la Germania e, appunto, gli iraniani. La situazione attuale è un vero rompicapo: la soluzione militare, anche solo da parte israeliana, è impraticabile come spiega Cordesman sul Wall Street Journal; Russia e Cina non aderiranno mai al tipo di sanzioni "invalidanti" che vogliono gli Usa e cioè il boicottaggio nella raffinazione del petrolio e il divieto d'accesso ai mercati finanziari; la leadership attuale non ha molta voglia di aprire un dialogo a tutto campo, nè chi lavora per Obama sembra aver condiviso questa opzione. E' la critica dei coniugi Leverett che condussero a suo tempo le trattative per l'invasione dell'Afghanistan (fu fatta in cooperazione con Teheran): l'amministrazione non ha fatto nulla di concreto per aprire un dialogo simile a quello che Nixon ebbe con la Cina. Bisognava per esempio sospendere i programmi a favore del cambio di regime a Teheran, tuttora finanziati da Washington. Rischia che alla fine i neocon ritornino sulla ribalta semplicemente perchè Ahmadinejad, Kim Jong-il e Chavez sono ancora in giro e i democratici non hanno trovato la maniera per trattarli diversamente.

24 settembre 2009

Sono solo simboli, certo, ma il consiglio di sicurezza Onu...

L'unico organo davvero decisionale dimorato al Palazzo di vetro di New York ha adottato una risoluzione che la Bbc chiama storica (alla pagina trovate uno speciale, con diverse cose tra cui i filmati degli interventi di diversi leader): si tratta di un invito generale e generalizzato al disarmo nucleare. Il Consiglio era presieduto da...indovinate un po'? Il presidente Obama. Il passo è solo simbolico, ma che Russia, Cina e Stati Uniti votino per il disarmo è davvero una frattura storica. L'Onu, che è un edificio anni 60, con una gestione e un'organizzazione anni 60, per una volta manda messaggi importanti dalla sua sede decisionale. Normalmente sono le singole agenzie sui temi specifici o l'Assemblea a votare mozioni, non il consiglio.
Possiamo sicuramente sbagliare, ma il fatto che all'Onu sia stata spedita Susan Rice, la consigliera in politica estera più vicina a Obama già durante la campagna elettorale, era già un segnale che l'Onu poteva e doveva, nelle intenzioni del presidente, acquisire maggior centralità specie per quelle grandi sfide planetarie che converrebbe a tutti affrontare assieme: povertà, ambiente, pandemie, disarmo. L'adozione della risoluzione è anche il segno che Rice sta lavorando bene e che con la Russia, sulla questione nucleare, gli Usa stanno facendo un lavoro di prospettiva. Altro argomento, oggi all'Onu sarà divertente: parlano Chavez, Nethanyau, Shakasvili e il presidente iracheno Talabani.

23 settembre 2009

Afghanistan, si cambia?


Il New York Times pubblica un articolo nel quale si segnala la possibilità che gli Usa cambino drasticamente strategia nella guerra afghana. Un cambio c'è già stato nei mesi passati, dopo l'offensiva anti-talebana e la scelta di spostare le truppe verso le zone abitate, per proteggere quelle, anziché incalzare gli studenti di religione nelle loro valli montane. Il generale McCrystal ha anche chiesto più attenzione ai rapporti con i civili (una nuova forma di relazione con la società, che serva a reneder meno odiosa la presenza straniera: la classica ricetta dei contingenti italiani). Oggi però si parla di qualcosa di davvero nuovo. Il Nyt dice sia un'idea di Joe Biden: meno truppe, dedite a dare la caccia ai gruppi legati ad al Qaeda. E che i talebani e l'Afghanistan si fottano. Ovvero, torniamo alla natura originaria della presenza Usa laggiù. Sarebbe molto popolare, negli Usa e altrove, si risparmierebbero molti soldi e vite umane...ma, con la situazione regionale così cambiata dal 2001 ad oggi, possono gli Usa permettersi di non rimanere in quel quadrante della Terra? Sarà interessante vederlo. Comunque non sarà una scelta dei prossimi giorni. Aspettatevi scintille con il Pentagono e i generali. “Maledetti colletti bianchi di Washington", imprecava John Wayne ne "I berretti verdi".

Un vertice (quasi) fallimentare

Ieri Obama, Netanyahu e Abu Mazen si sono incontrati negli Stati Uniti. Vi avevamo parlato in precedenza della possibilità che tra l'assemblea generale dell'Onu e il G-20 di Pittsburgh Obama pronunciasse un discorso "risolutivo" sul processo di pace. Non è stato così e non sarà così a breve. Ecco la sintesi dell'incontro fatta da Ha'aretz: Obama si è mostrato molto nervoso con le parti e ha avvertito che la "finestra di opportunità" si sta chiudendo. Forse però la strategia dell'amministrazione sta semplicemente mostrando la corda (ecco il riassunto di quanto fatto finora). Questa prevedeva da una parte di bloccare la crescita degli insediamenti israeliani e dall'altra di ottenere i primi gesti di riconoscimento da parte del mondo arabo. Obama però, dopo aver vinto le sue elezioni, ha perso alcune di quelle importanti in Medio Oriente: non solo in Iran è andata male ma anche in Israele si è formato un governo molto spostato a destra, il cui primo ministro ha basato la sua carriera politica sul rigetto dello Stato palestinese. Non c'è più il campo della pace israeliano da cui difendersi se si vuole bloccare il processo negoziale. Anzi, come fa notare l'editorialista Akiva Eldar, il quadro politico israeliano è ostile agli accordi: Netanyahu deve guardarsi dal movimento dei coloni e dall'estrema destra che sostiene il suo governo. I palestinesi, dall'altro lato, pagano un decennio di errori: la seconda intifada, la consegna di Marwan Bargouti agli israeliani, la corruzione e l'incapacità di rinnovare Fatah dopo la morte di Arafat e infine il colpo di Stato a Gaza che ha diviso in due i territori. Il cambiamento sta arrivando ora, forse troppo tardi: l'inclusione della nuova guardia nella leadership del partito nazionalista laico, la creazione (con l'aiuto americano) di forze di sicurezza efficienti e un debole progresso economico in Cisgiordania. L'unico lume di speranza in questo quadro è il progetto del primo ministro (della Cisgiordania) Fayyad che mira alla costruzione di strutture statali entro due anni. Chissà che i palestinesi non imparino dagli israeliani la politica dei fatti compiuti.

17 settembre 2009

Afghanistan, sei morti e una discussione che non c'è mai stata


La notizia di oggi è che, siccome il nostro esercito occupa un Paese nel quale sul 90% del territorio opera una guerriglia nemica, questa ha fatto sei morti e quattro feriti tra i soldati italiani. E' una bruttissima notizia, come tutte quelle che riguardano le guerre. Da stasera sentiremo parlare di eroi, di assassini, di necessità di rimanere (La Russa) e di necessità di pensarci (Calderoli). Oppure di andarsene senza se e senza ma (la sinistra)....Il Pd non dirà quasi nulla, oppure tutte queste cose assieme.
Quel che nessuno dirà e che nessuno sa è cosa stia capitando in Afghanistan. I nostri giornalisti sono sempre embedded e ci mostrano: a) corse sulle jeep in perlustrazione b) soldati che fraternizzano con gli afghani c) funzionari locali che dicono che siamo tanto bravi. Eppure oggi ci sono sei morti e nessuno, ma proprio nessuno è in grado di dire come uscire, a che punto, perché e con quali risultati. A differenza che negli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, ci si divide urlando, ma non si analizzano le ragioni di un evidente fallimento strategico e politico. Da noi non si è parlato del governo Karzai, dell'oppio, del processo politico ed elettorale in tilt, della riorganizzazione dei talebani, della loro forza nel reclutare anche non fanatici, proprio a causa di una presenza straniera invadente e dell'arroganza diffusa dei funzionari di un governo che appare piuttosto un protettorato. Le soluzioni non sono semplici. Qui un documento semi riservato dell'amministrazione Obama su priorità e strumenti di valutazione della situazione. Le priorità: "disrupting terrorist networks in Afghanistan and especially Pakistan, working to stabilize Pakistan, and working to achieve a host of political and civic goals in Afghanistan." Se noi siamo li per quello sarà giusto parlarne e capire come. Oppure continueremo a rispondere a Washington mandando dieci soldati in più, ma senza farlo sapere all'opinione pubblica. L'Afghanistan non è la Crimea (dove Cavour mandò a morire soldati in cambio di un posto alla conferenza di pace), servono idee, interventi civili e franchezza con l'opinione pubblica italiana che, come rilevavano i Trasatlantic trends 2009 la settimana scorsa, è stufa di una guerra nella quale facciamo finta di non essere.
Quella qui sopra è una mappa dell'Afghanistan, basta scorgerla per capire la situazione. Volete guardare com'è cambiata la situazione? Andate sul sito dell'Internazional council on security & developement a questa pagina.

Via lo scudo antimissile. Addio guerra fredda?

La Casa Bianca ha annunciato che non piazzerà le sue batterie anti missile in Repubblica Ceca e Polonia. La mossa si può interpretare in diversi modi, probabilmente tutti veri. Qui la conferenza stampa al Pentagono.
1. Il capo del Pentagono Gates sta rivedendo l'organizzazione delle forze armate Usa: meno armi fine di mondo, più contronsurrezione. Ecco che, in un anno di ristrettezze economiche, lo scudo perde di interesse.
2. Gli Usa hanno disperato bisogno di Mosca nella partita iraniana e un poco anche in Afghanistan. Dopo aver siglato il patto per la riduzione delle armi nucleari, ecco un nuovo segnale distensivo nei confronti del Cremlino.
3. Tra i due Paesi la tensione è sulla Georgia e Ossezia. Ecco che un inutile scudo ai confini dell'ex blocco sovietico non fa che aumentare la tensione nell'area senza essere utile a nulla (salvo voler tornare alla politica del riarmo in competizione con la Russia, ma non avrebbe senso per varie ragioni). A proposito di Georgia, per capire che il luogo è diventato importante a causa di oleodotti e gasdotti che ci passano, basta guardare i giornali economici. C'è una quantità enorme di pubblicità su i nuovi distretti industriali, i tax breaks, etc.
4. L'Europa, specie quella dell'est, non è più il centor del mondo: perché mettersi a fare a braccio di ferro in un punto inutile del pianeta? A questo proposito: chi sarà davvero scontento saranno i governi polacco e ceco, disperatamente alla ricerca di un protettore anti-russo e incapaci - non del tutto a torto - di scrollarsi di dosso l'idea che Mosca abbia comunque un'attitudine espansia verso le sue ex colonie.
La questione è desitnata a infuocare il dibattito sulla politica estera: i nostalgici della Guerra fredda e i conservatori faranno scintille. Pensate anche a chi è, in campo democratico a gestire la Georgia: il vecchio Biden.

12 settembre 2009

Toh, chi si rivede

Il governatore del New Mexico, Bill Richardson avrebbe dovuto essere tra i pezzi pregiati dell'amministrazione Obama. Poco dopo essere stato nominato, era stato incriminato per un affare di soldi elettorali (o simili). Ieri è stato prosciolto, ma il suo posto a Washington nel frattempo è stato occupato. Richardson è stato tra i primi sostenitori importanti del presidente durante le primarie, è governatore di uno Stato conquistato dai democratici, è un latino ed uno dei migliori diplomatici su piazza. Lo stile è quello Carter, posti difficili, gatte da pelare, conoscenza dei meccanismi di altri posti (è stato ambasciatore all'Onu). Pochi giorni fa l'archivio fotografico Reuters mostrava delle sue foto a La Havana. Ufficialmente un viaggio per promuovere i prodotto agricoli del New Mexico...ma siamo seri. Nella foto, è addirittura con il diavolo in persona. Richardson sta forse lavorando su Cuba e visto che nel suo Stato si vota nel 2010, chissà che non finiscano per trovargli un posto a DC.

9 settembre 2009

Un altro fronte difficile: il Medio Oriente

Mentre l'America (e anche un po' il mondo) attende il discorso di stasera sulla riforma sanitaria, è bene fare il punto sulle attività dell'amministrazione sul processo di pace. E' questo uno dei pochi fronti sui quali il presidente può sperare di raggiungere qualche limitato successo che produca poi un sensibile miglioramento della posizione nella regione. Massimo Calabresi su Time ci spiega perchè Obama è così interessato a portare a casa qualche risultato: la minaccia di sanzioni contro l'Iran, nel caso piuttosto probabile che fallisca l'apertura al dialogo proposta dagli Usa, non è credibile se gli arabi filo-occidentali non la sostengono. Ma allo stesso tempo è difficile che questi paesi sostengano la politica americana se questa si dimostra inefficace nel bloccare gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, una vera ipoteca contro qualsiasi speranza di nascita di uno Stato palestinese. Il quotidiano conservatore Jerusalem Post la vede in un'altra maniera: Obama si è alienato le simpatie del mainstream israeliano con la sua campagna contro gli insediamenti con il risultato che ora il ministro laburista (ma piuttosto guerrafondaio) Ehud Barak ha approvato una nuova ondata di costruzioni. Il fatto è, però, che l'asse si è veramente spostato negli Stati Uniti. Basta vedere l'editoriale di oggi del New York Times: un imprenditore palestinese spiega come la politica dei posti blocco israeliana abbia fermato lo sviluppo palestinese e che, nonostante quest'anno il PIL sia cresciuto del 7% (ritmi cinesi o indiani) è solo un rimbalzo momentaneo rispetto al meno 34% registrato dal 2000 in poi. Insomma, conclude l'editorialista-imprenditore, non esiste l'alternativa tra sviluppo economico e processo di pace. E' proprio per questo che sarà cruciale l'iniziativa americana che verrà pubblicizzata o durante il G-20 di Pittsburgh oppure all'assemblea dell'Onu: dalla velocità con cui procederà il processo di pace dipenderà in parte il negoziato con l'Iran e, a cascata, le possibilità di successo americano in Afpak.

7 settembre 2009

In Afghanistan non squillano i telefoni

Ricordate questo spot di Hillary Clinton durante la campagna per le primarie? Un telefono squillava alle 3 del mattino e doveva esserci un presidente pronto a prendere le decisioni difficili, Hillary era in grado, Barack no. Ora lui fa il presidente e lei la Segretaria di stato ma il problema è un altro: come scrive giustamente lo storico Andrew Bacevich sul Los Angeles Times, la questione non sono le crisi improvvise ma quelle che, come l'Afghanistan, peggiorano lentamente di giorno in giorno senza che la presidenza sappia farci granchè. Bacevich propone realisticamente di cominciare ponendosi una domanda diversa dal classico "come vinciamo" e cioè: quali alternative abbiamo alla guerra per perseguire i nostri limitati interessi nazionali in questo paese? Intanto, continuano i conteggi elettorali e si trasformano in una triste gag: come segnala il New York Times, ci sarebbero molte urne finte in giro per il Paese piene di voti per Karzai. Certo se l'attuale presidente vincesse leverebbe parecchie castagne dal fuoco agli americani e a noi.

3 settembre 2009

Un PD che vince (e i problemi per Obama)

11 anni fa alcuni fuorisciti dal Partito LiberalDemocratico (LDP, centrodestra, al governo per 55 anni) si unirono ad alcuni ammiratori nipponici del nostro Ulivo per fondare il Partito Democratico del Giappone. Poco a che vedere con il nostro PD, tanto che la stampa informata definisce il DPJ come un partito centrista e basta.
Uno dei migliori conoscitori italiani del Giappone, Francesco Sisci, spiega le implicazioni interne ed internazionali di questo cambio di governo a Tokyo: mentre sul fronte interno si tratterà di scrivere un nuovo patto sociale (anche il Giappone, tra l'altro, è afflitto dal precariato su larga scala), su quello esterno si tratta di venire a patti con il nuovo ruolo della Cina su scala asiatica. Il nuovo governo di Tokyo punta quindi a ricostruire una dimensione continentale e a fare da ponte tra Obama e la Repubblica Popolare. Per ora ci si muove con poca esperienza, basta leggere la cronaca dei primi atti di politica estera di Hatoyama, il futuro premier. In discussione il rapporto con gli Usa ma, in prospettiva, un Giappone di nuovo dotato di un progetto non farebbe che comodo all'amministrazione. E poi dei democratici che vincono non si trovano mica dappertutto: se ci vogliono 11 anni dalla fondazione vuol dire che il PD italiano può farcela nel 2018.

27 agosto 2009

Un mese di tempo per il processo di pace

Questa faccia non si trova molto spesso sui nostri giornali: è quella di Salam Fayyad, primo ministro dell'ANP, o meglio dell'autorità che governa oggi la Cisgiordania, perchè Gaza è nelle mani di Hamas. Secondo il New York Times, Fayyad avrebbe preparato un piano per arrivare concretamente ad uno stato palestinese entro due anni. Secondo il Guardian invece, tra poco meno di un mese Obama farà un grande discorso sul processo di pace in cui, affiancato da Netanyahu e Abu Mazen, dirà alcune cose: gli israeliani fermano parzialmente la costruzione degli insediamenti; gli arabi stabiliscono timide relazioni commerciali con Israele; si fissa un'agenda di due anni per i colloqui di pace. Il discorso ci sarà o all'Onu oppure al G-20.
Il tutto sarebbe parte di uno scambio con Netanyahu sulla politica iraniana: le concessioni sugli insediamenti sarebbero la contropartita per un nuovo giro di sanzioni più dure contro Teheran. Netanyahu sembra che si sia mostrato più aperto nella tappa londinese, parte del suo viaggio in Europa.
Sembra però la ricetta per il prossimo fallimento: Russia e Cina non aderiranno alle sanzioni contro l'Iran; Netanyahu non propone un vero blocco ma cerca di far passare la linea della necessità di avallare la "crescita naturale" degli insediamenti; i palestinesi non possono accettare, nell'anno elettorale, l'ennesimo "processo" che non porta mai alla pace. D'altronde anche Bush aveva promesso entro il 2005 lo stato palestinese, poi aveva spostato la scadenza al 2008. Forse a decidere veramente saranno i gesti sul terreno: il processo avviato da Fayyad e magari avallato dalla "nuova guardia" di Fatah da una parte, la costruzione degli insediamenti dall'altra. E in mezzo la politica mediorientale di Obama a pezzi.

29 luglio 2009

Caos afghano, due segnalazioni

Il dibattito italo-afghano è quel che è. Politica interna di bassa lega. Non si parla di che succede, non sappiamo cosa, né come. Ogni tanto vediamo delle immagini di una bara che torna e in altri casi ci mostrano soldati che danno caramelle o inaugurano scuole. Non esattamente informazione di guerra. Il generale Fabio Mini fa eccezione, ecco un'intervista a Liberazione. Ed ecco un quadro della situazione afghana costruito cercando qua e la tra i rapporti pubblicati dai think-tanks.

27 luglio 2009

Riecco il G2

Non ci si fa in tempo a concentrare su una cosa - la riforma sanitaria, Pelosi ripete che proverà a farla passare - che boom, ci sono novità su altri fronti. Migliorano le relazioni tra Siria e Usa, con l'inviato Mitchell che chiede a Damasco di essere coinvolta appieno nei colloqui di pace per il Medio oriente (oggi è a Tel Aviv). E soprattutto, a Washington, Obama si incontra con il vicepremier cinese Wang Qishan. In due giorni si parlerà di tutto, dalla Corea nucleare, all'ambiente. Il centro, del quale magari non sapremo tutto e subito, sarà l'economia. Gli Usa sono vitali per l'export cinese e la Cina è essenziale per sostenere il debito americano e per rifornire i consumatori Usa di merci a buon mercato (che con la crisi sono più important che mai). Robert Reich, nel suo Supercapitalism ha dedicato un passaggio interessante al consumo cinese a poco prezzo. Obama, nel suo discorso, ha spiegato quanto importante sia la Cina per gli Usa in un mondo senza frontiere come il nostro e così avevano fatto, in un articolo congiunto, il Segretario al Tesoro Geithner e Hillary Clinton. Il primo parla correntemente cinese - come il segretario al commercio, Gary Locke, americano-cinese di terza generazione. Nel loro articolo, i due pezzi da novanta dell'amministrazione spiegano che rispondere alla crisi, al riscaldamento globale e pensare un ordine mondiale sicuro sono le priorità per i due giganti. Una parola....

16 luglio 2009

La medicina per la Sanità (e il ritorno di Sarah Palin)

Ieri la commissione Help (sanità, educazione, lavoro, pensioni) del Senato ha varato la sua ipotesi di riforma sanitaria. La Camera ne ha una sua. Sono molti simili dal punto di vista del meccanismo per allargare la platea delle persone con il diritto alla salute (obbligo per i datori di lavoro, penale per chi non lo fa da usare per finanziare il meccanismo pubblico, assicurazione pubblica rivolta a individui e piccole imprese in competizione con quelle private per abbassare i prezzi). I due testi costano uguale ma divergono sul come si finanziano: quello del Senato è più moderato e prevede risparmi enormi - difficili da ottenere in quella misura - quello della camera prevede una tassa sulla ricchezza. Sopra i 280mila dollari si paga una tassa sulla quota di reddito eccedente (chi guadagna 290mila paga la tassa per la saluta solo su 10mila dollari). Ci sono tre fasce e tre aliquote, dall'1% al 5,4% per chi guadagna sopra un milione (che si vede tassato all'1% il reddito eccedente la prima fascia, al 2,qualcosa quello della seconda e al 5,4% per la terza). Si tratta di una tassa progressiva ma molto moderata: al massimo, l'ultra milionario, pagherà 9mila dollari l'anno. Obama vuole una legge entro le vacanze di agosto. Se ci riesce porta a casa metà vitoria nel midterm 2010.
Sarah Palin, che si è dimessa a sorpresa dalla carica di governatore dell'Alaska circa una settimana fa, torna a farsi sentire. Sulle dimissioni si è detto di tutto: dagli scandali che inseguono Palin alla volontà di diventare il cane da guardia del GOP, fare quella che ringhia e vedere se dura abbastanza da candidarsi al Senato o alle primarie e provare a diventare presidente (heaven help us). Per darsi un tono, Palin ha scritto questo articolo sul Washington Post nel quale spiega che l'energy bill fa schifo. La sua politica energetica la ricordiamo urlata nei comizi: drill, baby, drill, trapana, ragazzo, trapana. Funzionava come slogan col doppio senso ma non molto di più.

Per finire, Hillary Clinton ha dato questo discorso al Council on foreign relations. I maligni dicono che lo ha fatto per rimarcare che c'è anche lei. I buoni parlano di ottimo discorso di politica estera. Non abbiamo ancora fatto in tempo a leggerlo.

12 luglio 2009

Obama sull'Afghanistan

Qui il video dell'intervista concessa alla britannica Skynews. La bataglia afghana è di tutti, degli europei quanto nostra, spiega il presidente. La novità negli accenti è nella frase: dopo le elezioni (di agosto) dovremo spendere di più in ricostruzione, sviluppo, traning e costruzione dello Stato e meno sul piano militare. Frasi dette molte volte, ma ad agosto manca poco e con ogni probabilità le offensive pakistana e americana di queste settimane hanno davvero dato un colpo ai talebani.

11 luglio 2009

Obama comes home

Un po' di sana retorica per il discorso del primo afroamericano divenuto presidente degli Stati Uniti. Ecco il testo del discorso. Il ricordo di Martin Luther King, il padre, il sangue, la libertà e la necessità di prendere in mano il proprio futuro. Obama è in Ghana per premiare il Paese dove la transizione la democrazia è avvenuta in maniera soft e l'alternanza ha funzionato senza guai. Il viaggio in Africa è il tentativo di fare egemonia planetaria e sfilare il continente più povero alla Cina, che in questi anni ha investito miliardi di dollari.
C'è di più: Susan Rice, l'esperta di politica estera del senatore Obama in campagna elettorale e attuale ambasciatore all'Onu, crede molto nella necessità di affrontare i grandi temi della povertà, del debito, dell'acqua e così via. Tra radici, csentimento, politica, il viaggio di Obama è davvero significativo. A casa, lo aspettano guai con il Congresso e con l'economia. Sarà interessante osservare il ritorno.
Nota interessante: la Casa Bianca ha prodotto una sintesi del discorso e la sta mandando via twitter, sms e altro a quanti più africani è possibile.

1 luglio 2009

Quota 60 in Senato, ambiente e “pork barrel spending" e Chavez vs. Obama


1. Il risultato finale era molto meno importante di quello della Florida nel 2000, ma stavolta la Corte Suprema (del Minnesota) ha dato ragione ai democratici: il riconteggio, i ricorsi e la battaglia giuridica hanno assegnato il seggio senatoriale al partito di Obama (qui potete ascoltare il superconservative Rush Limbaugh definire il recount uguale a quello dell'Iran nel suo show radiofonico). Al Franken è il nuovo senatore dello Stato del nord dove i repubblicani avevano tenuto la convention. Mentre ai dem è riuscito di strappare il seggio del Colorado, qui è andata diversamente. Il rivale di Franken, un ex comico piuttosto liberal, era Norman Coleman, fino a ieri una figura pesante del Grand Old Party. Il dato cruciale è che il partito di Obama raggiunge quota 60 senatori ed ha una maggioranza a prova di filibustering (ostruzionismo). Su Al Franken: potrebbe diventare uno dei nemici preferiti del GOP, scrive Matthew Cooper su Atlantic. Certo, la maggioranza democratica ha dato prova di riottosità e dunque un voto in più è cruciale ma non blinda Obama (è pur vero che di fronte a una possibile vittoria cruciale del Gop su uno dei grandi temi il partito dovrebbe ricompattarsi). Un fatto comunque importante ora che al Senato arrivano le leggi sull'energia e comincia il difficile dibattito sulla riforma sanitaria. A proposito si sanità, ecco un articolo da Slate che ci spiega perché i sondaggi sulla sanità non sono affidabili (in breve: se ti chiedo: “Pensi che tutti dovrebbero avere il diritto?" Tutti risponderanno si, se chiedo "Paghi troppo per l'assicurazione?" sarà lo stesso, non c'è coerenza del pubblico in una materia tanto complessa. Ergo: provare, trovare una maggioranza e aspettare di vedere che succede). E un commento a favore della nascita di un'assicurazione pubblica in competizione con i privati dal liberal The New Republic.
2. Qui sotto parliamo dell'energy bill. La legge non è malaccio, ma come spesso accade nella politica Usa (e nella Finanziaria italiana), nel testo si nascondono spese e aiuti a settori, Stati, categorie che hanno fatto pressione sul loro rappresentante (o che questi ha chiesto per corteggiare i suoi elettori. E' il prezzo per ottenere la maggioranza su un voto cruciale e difficile, ma non è la riforma della politica promessa da Obama. Ecco cosa dice il New York Times in materia. La pratica di inserire nelle leggi spese inutili e/o nascoste si chiama pork barrel spending. Il Washington post ci racconta di come il senatore delle Hawaii abbia consentito che una banca locale sull'orlo della crisi abbia ricevuto 135 milioni di aiuti federali senza rispondere ai criteri. Molti hanno lavorato per ottenere fondi alle banche locali.
3. Chavez accusa gli Stati Uniti di aver orchestrato il golpe in Honduras. E' un'accusa fuori tempo massimo. Un golpe da operetta, per quanto violento, non aiuta la causa di coloro a cui piacerebbe cambiare segno alla politica latinoamericana. La reazione di Obama e quella dei govenri moderati del continente lo dimostra. Ecco un articolo critico verso i democratici, troppo timidi e lenti nel condannare il golpe (da The Nation) - ma per quando ancora sulla prima del sito, dev'essere precedente alle parole del presidente, che sul passato modo di fare degli Usa è stato chiaro con gli iraniani, figuriamoci nell'ex cortile di casa. Qui il NYT difende Obama.