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13 marzo 2009

Notiziario del mattino: i repubblicani si suicidano e altre storielle

1. Il governatore del Texas Rick Perry ha deciso che il suo Stato rifiuta i soldi del pacchetto di stimolo. Non ha intenzione di aumentare i sussidi ai disoccupati, lui. Due le possibilità: è un deficiente, nel suo Stato non ci sono disoccupati bianchi che votano per lui. Con l'arrivo della crisi, probabilmente se ne pentirà.
2. Il dibattito sui media sull'agenda liberale di Obama si infiamma. C'è chi spinge per questa, gongolando sorpreso da un presidente che si aspettava centrista e chi lancia i suoi strali quotidiani. Ecco qualche esempio: Michael Gerson si chiede, che fine abbia fatto il centrismo del presidente, questo spinge un'agenda di sinistra in tempi estremi così che nessuno se ne possa accorgere. Walter Shapiro su New Republic ritiene invece che sia giunta l'ora del Big governement.
3. Da the Atlantic un articolo sul mutamento di attitudine nei confronti del governo da parte degli americani. Non socialismo, ma cambio di attitudine. E' scritto dal direttore e da un vice del Pew research centre, è un'opinione, ma si regge sul lavoro di questo supercentro (molto serio) di sondaggi e ricerche.
4. Stesso argomento: il Centre for american progress sostiene che c'è un America progressista che nasce e cresce. Qui il link all'articolo di Ruy Texeira, sulla pagina i link al rapporto che spiega perché (le attitudini degli americani su molte questioni sono cambiate: lo dice anche il Pew e lo ricorda il libro dei curatori di questo blog, che oggi presentano il libro a benevento e ieri erano a Napoli).
5. Per finire una bella notizia da The Guardian: un ordine firmato da Obama rende quasi impossibile produrre cluster bombs.

19 novembre 2008

Ambiente, Paulson e Detroit. Di questo si discute

1. I democratici sono furiosi con il Segretario del Tesoro Paulson che non sta rispettando i patti. Incassati i 700 miliardi da spendere, Paulson si sta adoperando per salvare le banche (la sua lobby, quella da dove viene) e non sta rispondendo alle richieste di investire anche in salvataggio dei mutui, delle case automobilistiche. In più fa tutto con poca trasparenza. Quando tutto sarà finito - ovvero dopo il 20 gennaio - ne scopriremo delle belle, c'è da starne sicuri. Ecco la cronaca dell'audizione di Paulson in Congresso dal Washington Post.
2. L'amministrazione Bush sta provedendo a lasciare più guai possibili e a fare qualche altro danno. Di ieri la notizia di assunzioni di decine di dirigenti politici passati a posti di alto funzionariato. Da giorni si parla delle modifiche a una serie di normative ambientali per abbassare i limiti di inquinamento imposti dalla legge. Se le norme resteranno così sarà più facile aprire nuove miniere, trivellare, costruire strade nei parchi e, da ieri, anche inquinare l'aria. L'Epa, l'agenzia per l'ambiente di questo si sta occupando in questi giorni. Nonostantele proteste dei suoi funzionari locali. Ecco la cronaca del Post. Allo stesso tempo - e per fortuna - ieri Barack Obama, durante una conferenza con governatori di entrambi i partiti promossa da quello della California Schwarzenegger ha avvisato che l'ambiente resta la sua priorità. Crisi o non crisi. Dal Congresso, i repubblicani avvisano che faranno un'opposizione durissima a restrizioni eccessive.
3. Detroit: i capi dell'industria automobilistica Usa davanti al Congresso (sulla pagine del NYT anche i video dell'audizione) e la governatrice del disastrato Michigan chiedono che lo Stato presti 25 miliardi. Non sembrano essere riusciti a ottenerli in breve tempo. In molti sostengono che sarebbe una scelta sbagliata e che è meglio far fallire le big three (GM, Ford e Chrysler) per riaprirle e rilanciarle su basi nuove. Le opinioni sono bi partisan, l'ultima contro è di Mitt Romney, che dopo la sconfitta di McCain sta giocando molte carte per prendere la testa del suo partito (sta spendendo anche molto in Georgia per aiutare la corsa senatoriale ancora aperta). Qui il suo articolo: Fatele fallire, dal NYT.

21 luglio 2008

Obama, al Maliki e il ritiro dall'Iraq


Il premier iracheno e il candidato democratico giocano di sponda. Si era capito nei giorni scorsi, quando il governo di Baghdad aveva prima fatto saltare il tavolo sullo status delle truppe Usa nel Paese e poi siglato un accordo con Bush che prevede di stabilire una cornice temporale per il ritiro. Ieri Maliki ha rilasciato un'intervista a Der Spiegel nella quale appoggia il piano di Obama, senza appoggiare il candidato. Poi ha smentito su pressione dell'ambasciata Usa, ma come sempre in questi casi, la prima parola è quella che conta: il settimanale tedesco ha il nastro e la citazione è corretta (ecco la cronaca del New York Times e un commento-reportage da Baghdad di The Nation). Come spiega l'Associated press, con la sponda ad Obama, Maliki può alzare la posta con Bush e avere delle carte da giocare nel caso di una vittoria democratica alle presidenziali. Per fare il premier iracheno bisogna essere politici scaltri e Maliki è scaltro e duro. Di certo, la gaffe di McCain sul confine “Pachistano-iracheno" (confine che non c'è e che fa il doppio con la Cecoslovacchia, Paese del passato"), assieme alla presidenzialità del viaggio di Obama, hanno dato al democratico una patente internazionale coi fiocchi. Per essere uno bollato - Da Hillary prima, da McCain poi - privo di esperienza, ha saputo giocare bene le sue carte. Questo non vuol dire che saprà anche uscire bene dall'Iraq o sconfiggere al Qaeda smettendo di uccidere civili, come sta capitando con sempre maggior frequenza in Afghanistan. Ma per fare il presidente prima bisogna vincere le elezioni. E a fare quello Obama sembra molto bravo.

30 giugno 2008

Obama, la corsa al centro e la rivolta della comunità sul web

Il flip-flopping dei due candidati presidente, il loro cambiare posizione per guadagnare consensi che pensano di non avere, sta diventando una costante dei commenti sui media americani (ecco Newsweek e Paul Krugman sul NYT, che non ama Obama e paragona la sua svolta moderata a quella di Bill Clinton). Dalle tasse, alla ricerca del petrolio per McCain, dal finanziamento pubblico delle campagne al silenzio sulla sentenza della Corte costituzionale in materia di armi, per Obama. Il più grave e inaspettato (per quanto ci riguarda) è quello di Obama sul Fisa. Il senatore aveva condotto una battaglia contro e oggi annuncia un voto a favore in Senato. Su MyBarackObama.com, parte del sito dedicata ai visitatori che vogliono costruire far parte della community obamiana è in corso una piccola rivolta. Vota no, chiedono i sostenitri del senatore. Anche The Nation dedica un editoriale online alla faccenda. Interessante è il fatto che il senatore (o il suo staff) consentano il dissenso dentro al sito della campagna. Vedremo se arriverà anche qualche risposta credibile.

26 giugno 2008

Pena di morte e armi, quanto pesa la Corte Suprema

I 9 giudici hanno, nel giro di due giorni, emesso tre sentenze che hanno fatto notizia. Primo, hanno considerato che la pena di morte per lo stupro di un bambino è una pena eccessiva. Secondo, hanno ridotto la penale imposta alla Exxon per il disastro ambientale della Valdez in Alaska nel 1989. Terzo, notizia di oggi, ha sancito il diritto individuale a portare armi, cancellando la legge che a Washington, un tempo tra le città più pericolose d'America, limitava fortemente il possesso di pistole, cannoni e altri giocattoli. Due brutte sentenze e una, per quel che vale in un ambito così ristretto come quello delle sentenze capitali per un reato specifico (sono 2 i condannati a morte per la violenza su bambini), dignitosa. Armi e pena di morte sono tra gli ambiti nei quali, qualsiasi liberal europeo è destinato a rimanere deluso da qualsiasi candidato democratico. Obama compreso. Il senatore ha commentato negativamente la sentenza sulla pena di morte (“è l'ultima risorsa per i reati orrendi, come questo"), un brutto inizio, e ha mantenuto una linea equilibrista sulle armi da fuoco. In entrambi i casi ha il passato da senatore in Illinois da farsi perdonare, per modo di dire, dall'elettorato conservatore (e infatti i repubblicani gli hanno immediatamente dato addosso). E se vuole guadagnare gli swing states e andare oltre, su quei temi deve fare il moderato (detto in senso negativo). John Nichols, su The Nation, critica gli slalom di Obama ma, contemporaneamente fa un bagno di realismo: se vince lui, alla Corte Suprema andranno giudici (uno, due, dipende dalla salute) che emetteranno sentenze migliori sui terreni della morale religiosa, della pena di morte e delle armi. Che conseguenze politiche avrà la decisione? Ecco Cilizza sul Post. Per ricordare come la questione sia molto geografica e non necessariamente solo politica, va detto che Bloomberg, il sindaco ex repubblicano di New York è per il gun control e che la più importante campagna contro le armi porta il nome di Jim Brady un ex assistente di Reagan, ferito assieme al presidente nell'attentato del 1981.

10 giugno 2008

Obama e l'Italia

Oggi l'Arci organizza un'iniziativa a Roma su Obama e il futuro dell'America. Intervengono due direttori (Antonio Padellaro dell'Unità e Piero Sansonetti di Liberazione) e Anthony Sistilli, che rappresenta i democratici americani in Italia. Un po' di aria fresca, si spera, prima dell'arrivo di Bush a Roma mercoledì sera. Ecco il link. L'importante, comunque, è che se ne possa cominciare a discutere seriamente: il clima elettorale lo aveva impedito. L'appuntamento è in via dei Monti di Pietralata, 16.

2 giugno 2008

Vittoria per Hillary a Portorico, domani (a dio piacendo) finiscono le primarie

Siamo alla fine ma non ci si può giurare. La senatrice di New York domenica si è aggiudicata le primarie di Portorico, mentre oggi si vota in Montana e South Dakota - dove Obama è in vantaggio nei sondaggi. Già domani (o dopo) ci si aspetta che una pioggia di superdelegati si schieri con il senatore. Hillary però continua a minacciare di ricorrere contro la decisione del partito sulla distribuzione dei delegati del Michigan e promette che “non è finita fino a quando non è finita". E' possibile e probabile che lo sia entro un paio di giorni. I leader democratici al Senato e alla Camera, Reid e Pelosi, nonché Howard Dean, stanno premendo da giorni perché dopo il voto di domani i superedelegati dicano la loro. Manca poco, staremo a vedere.
Ora resta da vedere se la battaglia di mesi ha sfiancato Obama, se lo ha reso più solido come candidato, se il senatore ha ancora lo smalto mostrato fino alle primarie del Potomac. La seconda cosa da vedere è se Hillary porterà lo scontro alla convention e quanto l'atteggiamento della famiglia che ha dominato il partito negli ultimi anni non abbia fatto male alle prospettive di successo del partito stesso. Per questo dovremo aspettare qualche mese in più.

21 maggio 2008

Un nuovo ciclo per la politica Usa? Un'intervista con Arnaldo Testi



Ecco una lunga intervista con Arnaldo Testi pubblicata stamane su Liberazione (e ribattezzato Armando dal sottoscritto imbecille). Testi è professore di Storia degli Stati Uniti a Pisa ed ha appena pubblicato "Il secolo degli Stati Uniti" (il Mulino). Quali coalizioni, il bipolarismo e la corsa al centro, i partiti e la loro organizzazione sono alcuni dei temi toccati. Ecco il testo completo

3 maggio 2008

Sondaggi, superdelegati, commenti: a tre giorni dal nuovo voto regna la confusione

Martedì si vota in Indiana e North Carolina, il risultato è diventato all'improvviso incerto e la corsa che tutti sperano finisca presto, rischia di trascinarsi ancora. Nello Stato del Sud Barack Obama mantiene un certo vantaggio nei sondaggi - la media di Real clear politics è +7, gli ultimi due, Zogby e Rasmussen sono a +9. Il senatore teme di non portare a casa un risultato clamoroso come quello che avrebbe ottenuto se il reverendo Wright avesse tenuto la bocca chiusa. Una vittoria in stile South Carolina, con il pacchetto di delegati in più che regalerebbe, potrebbe consentire a Obama di perdere di misura l'Indiana senza troppi danni. Ma l'effetto Wright - che sembra davvero aver voluto fare uno scherzaccio alla sua ex pecorella convertita - c'è ed è pesante (Weekly standard e i media filo repubblicani ci si buttano a capofitto). Specie tra la solita schiera di colletti blu semi conservatori che storcono il naso all'idea di votare per un afroamericano. In Indiana le cose si sono complicate ancor di più: la media RCP è Clinton a +6, dopo che per due settimane i due candidati erano alla pari. L'ultimo Zogby assegna però un punto di vantaggio a Obama. Torneremo domani sulle dinamiche socioeconomiche dei due Stati. Il paradosso di questa corsa è che, mentre il vento soffia verso Hillary, i superdelegati, che fino ad oggi hanno taciuto, scelgono Obama con sempre maggior frequenza: la volontà è quella di chiudere il capitolo primarie adesso. Nell'ultima settimana il senatore ha ottenuto il sostegno di due ex capi del Democratic national committee Joe Andrew (dell'Indiana, passato da Clinton a lui) e Paul G. Kirk, colmando il ritardo sul terreno superdelegates. Oltre alla controversia sul reverendo Wright, di cui sono pieni i media (un'analisi di come ha condizionato i sondaggi), l'altro tema di scontro è la proposta McCain/Clinton di detassare la benzina per le vacanze. Una classica berlusconata, tutti, dagli economisti alla politica di entrambi i partiti l'hanno giudicata una sciocchezza (un commento del Washington post e un'analisi di Slate), ma è la classica proposta quattro soldi in tasca da domani e potrebbe pagare. Sulla bipartisanship della proposta e sulla sua inutilità Obama ha mandato in onda più di uno spot. E per finire questo lungo post riassuntivo, una lunga analisi di The Nation sulla centralità di razza e genere nelle primarie democratiche e un commento molto duro di Michael Tomasky, direttore dell'edizione americana del Guardian sulla campagna di Hillary Clinton che, a detta dell'editorialista, sta usando tutti gli arnesi peggiori della destra repubblicana pur di vincere la partita.

16 aprile 2008

Al Boss piace Obama: Springsteen appoggia il senatore. Stanotte sfida Tv tra i candidati

Sarebbe stato meglio avere Jon Bon Jovi in New Jersey, ma per parlare all'America bianca e operaia (della Pennsyl- vania) non è male neppure “the Boss" Bruce Springsteen che ieri ha scritto una lettera ai suoi fans per convincerli ad andare a votare Obama perché “immagina l'America che ho cantato per 35 anni". Fino ad ora gli endorsements politici importanti per Obama non hanno funzionato troppo: non Kennedy, non Kerry. Ha funzionato la superstar della televisione Oprah Winfrey, chissà che il Boss non dia una mano in the streets of Philadelphia. Stanotte un altro dibattito, questo blog ha l'ardire di prevedere che sarà come quello di Myrtle beach, in South Carolina, quando i due si insultarono parecchio. Hillary parlerà della Florida, dei commenti di Obama sugli operai e Obama la paragonerà a McCain. Scommetiamo? Per chi ha satelliti o affini il dibattito viene trasmesso da ABC alle 8 eastern time, ovvero alle 2 di notte. Il sito del network dovrebbe darlo in diretta.

9 aprile 2008

Caos democratico: Pelosi propone di rivedere il processo delle primarie (per il 2012)


L'impasse democratico e i vantaggi che il Grand Old Party rischia di ricavarne preoccupano le teste d'uovo del partito. Ed è già cominciata la discussione sulla prossima volta. Secondo la speaker della Camera bisogna ridurre in futuro il numero dei superdelegati per diminuire la loro influenza negli equilibri della convention democratica. "Credo che se diminuiamo il loro numero, ci assicuriamo che
tutti sappiamo sin dall'inizio che ruolo avranno, allora avremmo un processo più aperto" ha detto la democratica in un programma di Mtv registrato alla Georgetown university di Washington. "Forse dovremmo rivedere l'intero processo elettorale per le presidenziali, forse pensare a delle primarie regionali, trovare un modo più ordinato di svolgerle" ha aggiunto la Pelosi, riferendosi anche alla corsa degli stati ad anticipare il voto (che ha prodotto i guai di Florida e Michigan). A dire il vero l'intervento di Pelosi è anche un velato attacco alla campagna di Clinton e al ruolo che l'ex first lady spera di far svolgere ai superdelegati durante la convention. Dal canto suo, Hillary ha ripreso a battere sulla Florida, segno che i sondaggi degli ultimi giorni (meno vantaggio in Penn. e abisso di ritardo in N. Carolina) rischiano di far ridiventare nasty la campagna appena lasciata dal powerpointer Mark Penn.
Dopo il caos di quest'anno, il partito repubblicano ha già deciso (loro possono già pensare a queste cose): un comitato ha approvato un piano per far votare prima gli stati piccoli e poi quelli grandi per le primarie del 2012, con quelli grandi divisi in gruppi regionali che si alternerebbero nei calendari ogni quattro anni (se il Sud vota per primo una volta, la volta dopo vota il nord e il sud passa ultimo). I primi resterebbero Iowa, New Hampshire e South Carolina.

7 aprile 2008

Commercio sì, commercio no. Il Nafta e il voto dei sindacati industriali


Hillary Clinton ha sempre sostenuto che l'Accordo di libero scambio con Messico e Canada è cosa buona e giusta. Fino a quando non ha fatto campagna elettorale in Ohio, dove la gente - e tutta la pattuglia di superdelegati dello Stato in attesa di dare un endorsement proprio a partire da una promessa di revisione del trattato - è convinta che il Nafta sia stato una pessima cosa per l'America. In Pennsylvania il tema è tornato di moda: altro Stato industriale un po' mal messo, nuovo scontro. Obama ha tuonato contro i trattati, ma in passato non aveva mai detto granché. Ma che effetti ha avuto il Nafta? Oggi compaiono due commenti su due tra i più autorevoli quotidiani Usa, il Washington post contro, il New York Times, invece spiega che l'apertura delle frontiere è stata un vantaggio. E un vecchio post di America2008 con dei link di analisi sugli effetti del Nafta.

1 aprile 2008

Il pacchetto Paulson, cambiare tutto perché non cambi nulla?


Da due giorni i media economici discutono delle proposte di regolamentazione dei mercati finanziari avanzate da Henry Paulson, segretario al Tesoro Usa. In estrema sintesi - e senza nessuna competenza degna di questo nome - un'amministrazione che ha lasciato passare Enron, la bolla immobiliare e i subprime, propone di dare alla Fed più poteri ispettivi, di mettere tutte le forme di banca sotto il controllo di Bernanke e di abolire una serie di agenzie che si pesano i piedi a vicenda. La comunità finanziaria è proccupata, probabilmente più per il segnale di intervento nel suo regno che non per gli effetti reali di un pacchetto che non vedrà mai la luce. La preoccupazione di Wall street è che il prossimo presidente possa usare Paulson come scusa per regolare davvero la finanza (“Lo voleva fare Bush, noi proseguiamo"). Businessweek ha parlato di Bernanke come di un rivoluzionario riluttante, dedicandogli una copertina Lenin-style (qui sopra), ma non si tratta di una stroncatura: è un po' l'idea pragmatica degli americani: “se si deve intervenire che lo si faccia". Ecco la lettura del pacchetto paulson tutto sommato positiva dell'Economist, la stroncatura di Paul Krugman, quella di Slate e il commento di The New Republic.

29 marzo 2008

Barack Obama sulla regolamentazione dei mercati

Ancora sul New Deal e la regolamentazione dei mercati

A Paul Krugman non piace Barack Obama. Lo scrive anche oggi Marco D'Eramo su il Manifesto. Anzi, D'Eramo sostiene che agli economisti di sinistra in genere non piace Obama. Ecco due risposte a Krugman e D'Eramo, interessanti perché vengono da due media che negli Stati Uniti sono considerati di sinistra. La prima viene dalla rivista dei liberal American prospect, la seconda da Mother Jones. Lo spunto è il discorso di Obama sull'economia di giovedì scorso (il video è qua sopra)

5 marzo 2008

America2008 says...

Di nuovo in tour e alla radio. Oggi America2008 commenta il voto di Texas e Ohio e analizza le campagne di Clinton e Obama alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, a Novoli al corso di Analisi del linguaggio politico. Stamane abbiamo commentato i risultati su Radio Onda d'Urto di Brescia e questo pomeriggio (replica stasera alle 21) siamo stati ospiti a Jefferson Ming su Radio24, la trasmissione quotidiana condotta da Stefano Pistolini che indaga Usa e Cina nell'anno delle presidenziali e delle Olimpiadi di Pechino

1 marzo 2008

Dove va il Texas repubblicano?

Con 23 milioni di abitanti, otto milioni e passa di ispanici e quasi tre milioni di afroamericani il Texas è tra gli Stati che pesano nelle primarie. Martedì potrebbe regalare il colpo finale di Obama alla campagna di Clinton o restituire slancio all'ex first lady. Come molti altri Stati del Sud il Texas è stato un incubo democratico dagli anni di Reagan in poi: il presidente Bush è stato governatore, i due senatori sono repubblicani e 19 dei rappresentanti pure (contro 13 democratici). Nelle ultime elezioni di mid-term un piccolo spostamento: il Grand Old Party ha perso due seggi alla Camera. I segnali di cambiamento ci sono: dei 7 milioni e 800mila elettori registrati quasi 698mila hanno già espresso il loro voto, più che tre volte tanto quelli che hanno spedito il loro voto per posta nel 2004. Nello stesso anno alle primarie avevano votato 840mila persone in totale, il segnale di una enorme partecipazione e grande mobilitazione democratica c'è. Nello Stato la popolazione aumenta, i centri urbani si popolano di gente venuta anche dal Nord e diventano più blu che in passato (Austin, Dallas lo sono già ora si parla anche di Houston). Su The Nation Mary Mapes arriva quasi a teorizzare un impensabile e incredibile rivincita democratica. Sarà difficile, ma se così fosse c'è un uomo che Obama o Clinton dovranno ringraziare. Di mestiere fa il presidente degli Stati Uniti.

13 febbraio 2008

Il Big Tuesday a Bologna

Domani 14 febbraio, alle 15, commento sul voto del Big Tuesday all'Università di Bologna. Il titolo è "Dopo il Big Tuesday. Le primarie e la corsa verso la Casa Bianca". L'iniziativa si svolge alla Facoltà di Scienze Politiche, presso la Sala dei Poeti. Partecipano Tiziano Bonazzi, Fabrizio Tonello e Federico Romero. America2008 sarà lì a presentare il suo lavoro e festeggiare San Valentino.

6 febbraio 2008

In gita al PD (quello italiano)

Domani due fieri rappresentanti di questo blog vanno alla sede nazionale del PD a Roma - alle 15, Via Sant'Andrea delle Fratte 16 - dove interverranno in un seminario di analisi del voto del Big Tuesday. L'iniziativa è organizzata con il Centro per la Riforma dello Stato e l'Osservatorio Geopolitico sulle Elites Contemporanee. Da Turigliatto a Fisichella, si offre a tutti lo stesso servizio. Contattateci numerosi.