Dick Cheney, che sta cercando di approfittare dello scontro Cia, Dipartimento di Giustizia sugli interrogatori dei terroristi, è tornato domenica a difendere le scelte dell'amministrazione Bush. Questo il video in cui il senatore repubblicano mette a tacere l'ex vicepresidente sulla tortura e il ruolo che questa ha avuto negli anni di Bush.
31 agosto 2009
McCain, Cheney e la tortura
20 ottobre 2008
The making of Sarah Palin
Come mai McCain ha scelto Palin? E' una domanda importante, perché dice qualcosa di come si pensa il candidato e cosa vuol essere il partito repubblicano. E anche sul personaggio candidato alla vicepresidenza. Ecco un lungo pezzo del New Yorker
che racconta come McCain è arrivato alla scelta. Tra le notizie quella che diversi circoli di destra hanno lavorato a questo risultato, testato il terreno nei mesi passati, andando in visita in Alaska, spinto per questa scelta attraverso dei blog. Il tentativo è quello di pescare qualcuno di diverso dai Good Old Boys di Washington e con le credenziali necessarie a motivare la destra religiosa. L'incaricato principale della ricerca di un vice, Adam Brackley, ha cominciato il suo lavoro nel 2007. Cercava una donna (allora l'avversario avrebbe dovuto essere Hillary Clinton) e con internet scoprì quanti siti di destra, quanti host radiofonici, parlassero bene del governatore dell'Alaska. Poi venne organizzato un viaggio di perlustrazione al quale presero parte William Kristol del Weekly standard, la rivista della destra repubblicana, un anchorman di Fox news e altri ancora. Questo è l'inizio della storia, chi ha tempo, può contiuare a leggere. Le sorprese, nella politica americana, non sono mai come sembrano, Palin non è uscita come un coniglio dal cappello di McCain.
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16 ottobre 2008
Forse ha vinto Obama, McCain ha fatto bene

Ha attaccato senza usare argomenti bassi. John McCain ha incalzato Obama, sostenndo che alzerà le tasse e parlando direttamente con Joe l'idraulico dell'Ohio. Obama ha aspettato. Grandi differenze nei piani di soccorso a Main street, che già si conoscevano, e sull'aborto. Alla domanda sui giudici da nominare alla Corte suprema, Obama ha parlato della difficoltà dell'aborto e della necessità che sia la donna a scegliere, McCain si è detto ferocemente contrario, accusando Obama di essere un estremista in materia (così come di essere contro il libero commercio). Ma sull'economia, dove il democratico era in vantaggio, McCain non ha saputo sfondare, è stato conservaotre come non mai prima, ma forse oggi questo non è un Paese per conservatori. "Ho esperienza, sono un leader" (o "lui farà lotta di classe con le tasse") non sono argomenti forti. Le accuse, assolutamente lecite, non basse, non hanno funzionato. E il pubblico interrogato dai network Tv ha deciso che Obama ha vinto il dibattito anche stavolta. Anche stavolta ai punti. Le idee migliori e la battuta migliore, dal punto di vista di un incontro sul ring l'avrebbe vinto McCain. Se il dibattito fosse stato più duro, teso, la battuta "Io non sono Bush, potevi correre contro lui quattro anni fa" avrebbe fatto più effetto. Ma Obama ha scelto di non attaccare, nemmeno Sarah Palin. Per come sono messe le cose, evidentemente (e per quanto valgono i sondaggi fatti un minuto dopo) ha vinto lui.
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13 ottobre 2008
Un piano per la crisi (e un po' di sobrietà)
Uno dei punti deboli di Obama e McCain nei dibatti è stata la vaghezza sulle risposte da dare al precipitare della crisi economica. Il repubblicano aveva annunciato un pacchetto di proposte, ora dice di aspettare ancora qualche giorno (forse mercoledì durante il dibattito). In compenso ha spiegato di sapere di essere indietro ed aggiuto di essere pronto a combattere. Obama ha invece detto qualcosa nell'Ohio in crisi. Tagli alle tasse per le imprese che assumono, credito alle piccole imprese, ricontrattazione dei mutui, moratoria di nove mesi per il riscatto delle case da parte delle banche. A Toledo, Obama è stato abbastanza populista (My plan is made of four letters: J-O-B-S, ha detto) ma anche ispirato. Dopo aver illustrato il piano ha parlato del futuro: basta spendere a credito, basta indebitarsi, usciti dalla crisi, gli americani dovranno reimparare a risparmiare. “Non tutti si indebitano perché scelgono di farlo, ma abbiamo visto cosa vuol dire per il Paese vivere così". Non basterà Obama a cambiare un'abitudine radicata nella società americana, ma che ne cominci a parlare è confortante. Un po' di finanza in meno e un po' di ambiente in più non sono un brutto programma. Qui il video del discorso di Obama a Toledo, alla stessa pagina anche il comizio di McCain.
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11 ottobre 2008
Storie di paese: abuso di potere di Palin, tegole sulla testa di McCain
Quando hanno scelto Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza non hanno studiato abbastanza il suo curriculum. E' una cosa che si fa, la politica americana tende a punire gli errori del passato (almeno quando si è candidati alla presidenza). La notizia che la commissione d'inchiesta dell'Assemblea dell'Alaska ha deciso che il pit-bull con il rossetto ha abusato di potere nel premere per il licenziamento del capo della polizia. Monegan, così si chiama, era stato licenziato, per contrasti su questioni di bilancio. Questa almeno la versione ufficiale, lui ha sempre sostenuto di essere stato vittima di una disputa interna alla famiglia e di pressioni indirette da parte del marito Todd e di altri collaboratori per spingerlo a licenziare un agente di polizia, Mike Wooten, ex marito dalla sorella della governatrice con la quale litigava per la custodia dei figli. Palin poteva licenziare Monegan, non ha abusato in quello, ma nel premere perché “crea conflitti di interesse tra i subordinati messi nella condizione di entrare in contrasto con i superiori o fare ciò che dovrebbero" (così più o meno recita il rapporto). L'Alaska è piccola, la gente mormora.
Il guaio per McCain è che la vicenda è cominciata prima della sua scelta. Ovvero, ha scelto d'istinto e non con giudizio. E' l'ultima tegola? Forse no, l'economia si mangia i titoli di giornale e la campagna McCain ha scelto di non collaborare con l'inchiesta dal momento in cui Palin è stata candidata. La risposta sta in un memo della campagan McCain che smonta il rapporto che sostiene essere un prodotto di sostenitori di Obama.
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10 ottobre 2008
Rancore repubblicano
La politica non è il tema del giorno. Wall street sta recuperando terreno dopo uno scivolone mattutino. Ma l'indice Dow jones resta molto sotto quota 10mila. Il panico si impossessa a ondate della Borsa, ma non dura a lungo. Si scivola senza precipitare. Il prossimo appuntamento cruciale è l'incontro della Banca mondiale a Washington, poi verrà il G8 straordinario. Volendo parlare di politica, il tema del giorno è il rancore della base del partito repubblicano ai comizi di McCain. I sostenitori del Grand Old Party non riescono a far pace con l'idea di subire una sconfitta e pensano sia giunta l'ora di tirare fuori le lame. Basta attacchi con i fiori, è ora di riprovare Barack Osama, scomodare il reverendo Wright ed evocare il socialismo. Le riprese di un comizio di McCain e Palin in Wisconsin girano sulle televisioni all-news da due giorni. McCain ricorda ai simpatizzanti repubblicani che Obama è un "prodotto della macchina politica di Chicago", ricorda che con i suoi "co-conspiratori" del Congresso è tra i responsabili della crisi finanziaria, ricorda che Obama non dice la verità sui suoi rapporti con l'ex weatherman Bill Ayers. Ci sono le accuse negli interventi dal pubblico. Obama è un terrorista!, Un maledetto bugiardo, stiamo per consegnare l'America ad un socialista! Così almeno urla un uomo "pazzo di rabbia" per il successo della campagna di Obama, "quando avete gente come Obama, Nancy Pelosi e il resto dei teppisti a comandare il Paese è giunto il momento di farsi fare una perizia psichiatrica". Qui il servizio Cnn con un'ampia sintesi del comizio del giorno. Il teatro non sembra allestito da McCain, costretto a oscillare tra una base che non gli somiglia e corteggiare l'elettorato moderato e indipendente che solo lui nel suo partito avrebbe le carte per attrarre. Una prova difficile da sostenere, come quella di dover prendere le distanze ma non troppo dalla presidenza Bush. Il rancore della platea, nota un lungo servizio di Politico sull'episodio è il segnale dell'odore di sconfitta che i repubblicani avvertono. In altre occasioni gli attacchi agli avversari sono scherzosi, li ridicolizzano. Non ieri.
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2 ottobre 2008
Che brutta cosa la politica.. uno scoop anti McCain
The Nation pubblica questo pezzo su uno degli advisor del senatore dell'Arizona che è stato pagato da interessi russi legati al Cremlino per sostenere il referendum di indipendenza del Montenegro. La tesi è: McCain usa toni duri contro Putin e Medvedev e poi utilizza consiglieri legati ai russi. Un tipico attacco da campagan elettorale. Un tipico esempio di come, a Washington, non sai mai con chi hai a che fare, chi stai pagando. Il mercato della politica (solo in spot si è passato il miliardo, alla faccia degli sfrattati da subprime) è ricco e i professionisti sono tanti e pronti a lavorare per chiunque. Il problema è la confezione del messaggio giusto, non il messaggio. Un esempio bipartisan? La campagna Obama sa benissimo (lo sa chiunque) che il piano Paulson è un'aspirina e che servono regole e interventi sulla società, ma lo dice timidamente. A Chicago hanno il vento in poppa e si limitano al minimo.
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27 settembre 2008
Chi ha vinto??
Come è andata? I pareri sono discordanti, ma di certo non è stato il dibattito Reagan-Carter del 1980, quando il futuro presidente demolì quello in carica. Era il dibattito sulla politica estera, quello in cui McCain doveva sperare di prendersi un vantaggio. Non andata così. I sondaggi dei grandi networks dicono che Obama ha vinto di un po'. I commentatori parlano di pareggio o di lieve vantaggio per McCain, che è sceso di parecchio nei sondaggi e deve recuperare - almeno quando si parla di Russia, Iran, Afghanistan. Per questo il senatore dell'Arizona è stato più aggressivo, incalzante. Obama doveva mostrare di essere uomo di Stato credibile e non ha colpito duro. Il risultato è stato un dibattito noiosetto. Qui il commento video di Chris Cilizza del Washington Post, sulla stessa pagina i video degli scambi sull'Iraq e quelli sull'economia (e anche tutti i 96 minuti di dibattito). Ecco Tomasky di Guardian America. Ecco The New Republic, giornale dei democratici liberal (qui il secondo), con due punti di vista diversi. E per finire, Andrew Romano, political blogger di Newsweek. Inutile dire che andando su NYT, Politico o qualsiasi altro sito segnalato in questo blog, troverete montagne di live coverage commentato e, tra qualche ora, riflessioni più accurate. Qualsiasi cosa dicono, l'ora e mezza di stanotte non sembra segnare una svolta. Il prossimo dibattito è quello Palin-Biden. Visti i personaggi sarà sicuro più divertente. E se Biden fosse in forma e Palin impreparata, quello potrebbe essere un momento clou. Viceversa, se Biden si rivelerà troppo aggresivo, Palin potrà giocare la carta della madre di famiglia aggredita.
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26 settembre 2008
Alta tensione: bailout e primo dibattito appesi a un filo
Nella notte americana è saltato l'accordo sul pacchetto di salvataggio per Wall street. La maggior responsabilità, sembra di capire, è dei repubblicani. Il pacchetto Paulson, che non è un bel pacchetto, pone più problemi a loro. Sarà un'amministrazione repubblicana a spendere soldi a palate, creando un precedente e rompendo con l'ideologia (ipocrita quando si guardano i conti lasciati da Reagan e Bush) dei conservatori. Il piano Paulson è brutto perché concede potere discrezionale al Tesoro, perché salva coloro che hanno prodotto la crisi e perché è un tentativo di tornare, per quanto possibile, alla situazione preesistente. Un tentativo di Pelosi e Frank democratico di spostarlo troppo, diciamo a sinistra, lo farebbe saltare (su questo i dem hanno posizioni diverse, perderebbero qualche voto e in Senato non possono). Ora il G.O.P. ha presentato una controproposta targata McCain. Così costringerebbero i dem a votare con Bush, prendendo loro le distanze. Le cronache narrano di una notte di urla al Congresso e alla casa Bianca.
Sullo sfondo ci sono le presidenziali. Questo atteggiamento repubblicano si spiega con la necessità di distanziarsi da Bush, non farsi dire dall'elettorato fedele che spendono e far prendere la responsabilità del pacchetto Paulson ai democratici. Se non funzionasse potranno accusare, se funzionasse, Paulson è dei loro e loro non hanno speso. Ancora in forse il dibattito - che si farà - anche questo un segnale delle difficoltà repubblicane, ampiamente registrate dai sondaggi. McCain prova a buttarla in caciara. Il Weekly standard, organo della destra, spiega che la sua è una mossa presidenziale. Ma dopo la figura fatta con David Letterman (vedi il video qua sotto), l'atteggiamento del senatore è poco credibile. Più tardi aggiornamenti e una qualche rassegna degli articoli sul web.
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23 settembre 2008
Il pacchetto Paulson, ovvero guai per tutti
In estrema sintesi il pacchetto proposto oggi al Congresso da Paulson e Bernanke (i due sono stati grilled, come si dice, dai senatori): prevede super poteri al Tesoro per comprare titoli a rischio dalle banche. Queste farebbero cassa e lo Stato americano si troverebbe con tanti titoli spazzatura. Già, ma chi fa i prezzi dei titoli? E perché Paulson chiede poteri così assoluti da violare la Costituzione? E basterà il pacchetto a far tornare la fiducia? Nessuno sa rispondere, ma tutti hanno problemi a votarlo. I democratici vogliono anche nuove regole e controlli per il mercato, soldi per l'economia e per le famiglie che non riescono a pagare i mutui, tetto di premi per i manager delle finanziarie. Alcuni repubblicani alcune di queste cose, altri si oppongono alla spesa da 700 miliardi. Tutti, ma proprio tutti hanno paura di votare una cosa che se non funzionasse aggraverebbe ancora la situazione delle casse federali. McCain e Obama sono nei guai. Cosa devono votare? Prendere le distanze dai loro partiti, nel caso le cose non andassero come gli conviene, o votare con il partito e prendere il rischio? I sondaggi indicano che in pochi si fidano del pacchetto Paulson. Ma l'elettorato non è esperto di finanza, risponde con la pancia, pronto a cambiare idea qualora il pacchetto funzionasse o, una volta votato, si rivelasse una catastrofe. Una cosa sicura è che i democratici non voteranno la legge senza il sostegno repubblicano. Sarebbe un rischio troppo grande da correre. Proveranno, magari, a votare un testo pieno di aiuti alla gente di Main street (opposta di volta in volta a Wall street e K street, la borsa e la politica). Se poi Bush deciderà di mettere il veto, la responsabilità sarà la sua. Il passaggio è di quelli delicati per tutti.
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17 settembre 2008
Phil Gramm, McCain, i subprime e Carly Fiorina
Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Phil Gramm, ex deputato del Texas ed ex capo della campagna mcCain è uno che non sa stare zitto. E nemmeno Carly Fiorina, la donna che ha disegnato la politica economica del senatore. L'ultima battuta sbagliata, ripetuta in due interviste consecutive, recita più o meno: "Né McCain, né Palin sarebbero mai in grado di gestire una corporation". Non è detto sia un difetto in assoluto, ma detto nei giorni dei fallimenti e del crollo di Wall street...
Parlando di economia, c'è da leggere l'editoriale del Wall street journal, è interessante perché è distante dalle posizioni di Obama, che dipinge come liberal, e sostiene che McCain non ha nessuna visione di economia e di come rispondere alla crisi.
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16 settembre 2008
La crisi finanziaria, il voto e il populismo americano
In questo bell'articolo Dionne ricorda che da circa un secolo le campagne elettorali si vincono utilizzando l'arma del populismo culturale; i democratici attaccano l'élite economica e i repubblicani i liberal delle università e di Hollywood. La scelta di Sarah Palin ha rafforzato la solita immagine repubblicana: il popolo vero dell'America contro i saputelli di Harvard che usano il governo per applicare le loro teorie astruse. Anzi, l'inesperienza è il vantaggio della Palin, perché è incorrotta, una ragazza pura che non conosce i trucchetti di Washington, esattamente come tanti milioni di americani. Dionne, insieme ad altri, sostiene che questa storia (in grado di spostare il tema del "change" dal campo di Obama a quello di McCain - i repubblicani evidentemente sono ancora i più bravi a inventare le sceneggiature per il pubblico elettorale) potrebbe finire con la crisi di Wall Street, così grande da riportare la realtà nel dibattito elettorale.
Ieri McCain (che adesso guida il gioco) è andato bene e male allo stesso tempo: bene perché è stato il più veloce ad attaccare le lobby corrotte di Wall Street (guardate assolutamente questo spot nel quale appare il palazzo della Lehman), male perché ha raccontato che "i fondamentali dell'economia vanno bene", e per gli elettori i fondamentali sono il loro portafogli, che è assai più vuoto di prima. Secondo Gaggi, sul Corriere di oggi, la velocità di McCain nell'attaccare Wall Street rafforza la sua immagine di repubblicano "diverso"; è l'occasione per presentarsi ancora una volta come Maverick, anche se i democratici dovrebbero trovarsi più a loro agio sui temi economici. Nei sondaggi McCain va ancora molto bene, ma sono precedenti al fallimento della Lehman (qui un altro link, a un articolo di Balz, sul ritorno dell'economia come tema principale della campagna elettorale).
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12 settembre 2008
Factcheck, Consulente di McCain in economia: il prossimo presidente dovrà alzare le tasse
Ecco un breve articolo dal sito del Time. La cosa è semplice: Douglas Holtz-Eakin, consulente di McCain sostiene che il piano Obama per le tasse rappresenta un taglio in dieci anni della pressione fiscale e che, per come sta messo il budget federale, chiunque vinca dovrà raccogliere più tasse.
Douglas Holtz-Eakin, a former Director of the Congressional Budget Office and current chief McCain economic advisor, is an honest man--which means he's something of a liability on the Straight Talk Express. A few months ago, he admitted to my colleague, Michael Scherer, that Barack Obama's economic plan would reduce taxes for most people. And now, in a forthcoming book by Fortune columnist Matt Miller, he makes it clear that the next President is going to have to raise taxes.
"If you do nothing on the spending side, you're going to have to raise taxes whether you're a Republican, a Democrat or a Martian," he tells Miller...and then he immediately makes it clear that the "spending side" part of the argument is nothing more than a political fig-leaf.
"It's arithmetic." Federal revenue today is 18.8 percent of GDP and federal spending is 20 percent. Holtz-Eakin observes that "the pressure are there" to lift spending [on entitlement programs, mostly] and taxes to 23 or 24 percent of GDP by around 2020, and to as much as 27 percent if health costs remain out of control.
Miller does the arithmetic: that's an annual tax hike of $550 to $700 billion, well beyond the range of any spending cuts that McCain has or might propose. (Those vaunted earmarks cost about $20 billion per year.)
It should be noted that Obama's proposed middle class tax cuts are nearly as foolish--and unlikely, in the long term--as McCain's, although Obama claims to pay for them by closing corporate loopholes and raising the top marginal tax rates to Clinton-era levels.
But it's John McCain who has opposed any and all tax increases, sort of--as I reported yesterday, McCain would tax employer-provided health care benefits. (He would also raise energy costs significantly with his cap-and-trade carbon emissions reduction program.)
Miller concludes:
So why does tax-cutting mania persist among Republicans, I asked Holtz-Eakin, the McCain adviser--given...that, as Holtz-Eakin himself explain to me, taxes soon have to go up substantially in any event?
"It's the brand," he said, "and you don't dilute the brand."
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Il mondo di Sarah Palin
"Non dobbiamo pregare perchè Dio sia al nostro fianco, dobbiamo pregare perchè noi siamo al fianco di Dio". E' tutto da guardare il pezzo dell'intervista di Sarah Palin all'ABC sul ruolo del Divino negli affari internazionali. Leggendo il resoconto complessivo dell'intervista che fa il Los Angeles Times viene fuori un quadro più completo. Primo, Bush ha fatto degli errori di gestione ma ora lei e John (McCain) proseguiranno la stessa guerra con maggiore efficacia. Poi quando le chiedono se è d'accordo con la dottrina Bush (la guerra preventiva) rimane perplessa e sembra non capire di cosa si sta parlando. Secondo, se Israele attacca l'Iran gli USA non dovrebbero intervenire. Terzo, bisogna allargare la NATO a Georgia e Ucraina e se la Russia le attacca stare al loro fianco. Non è detto che Sarah Palin sia destinata ad avere un ruolo rilevante in un'amministrazione McCain, ma le sue affermazioni rispecchiano quello che molti advisor repubblicani confessano di pensare in privato, e a volte in pubblico. Sempre sul Los Angeles Times, una rassegna dei temi legati alla guerra al terrorismo dove i due candidati concordano: sono parecchi. La lotta tra il mainstream realista e gli "estremisti" di entrambe le parti sarà il tema della prossima presidenza, chiunque vinca. Non molto diverso dal passato.
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8 settembre 2008
Paradossi della storia: il New Deal, i repubblicani e la nazionalizzazione di Fannie e Freddie
Tra le cose per cui verrà ricordata la presidenza di George W. Bush ci sono la tortura, la guerra, gli scandali di ogni genere, lo sfondamento oltre ogni limite del deficit pubblico e... l'intervento pubblico in economia. Il paradosso dei paradossi e la dimosrazione di come le teorie ribadite a Minneapolis fino a due giorni fa dal suo partito, valgano solo come strumento per garantirsi iconsensi dell'America profonda. Il governo americano ha comprato miliardi in azioni di Fannie Mae e raddie Mac, giganti della garanzia ipotecaria che assicurano lo scoperto bancario per prestiti immobiliari di diverse banche e dunque una porzione enorme dei mutui che le famiglie Usa non riescono a pagare. Ovvero, Washington ha operato il più imponente intervento in economia dai tempi di Franklin Delano Roosevelt e del New Deal. Bel paradosso. Anche se non del tutto nuovo: per i contractors in Iraq, per Halliburton e Blackwater il mercato non è mai esistito. Campano di commesse pubbliche.
Non si poteva fare altrimenti, certo. Ma alla convention ci è stato spiegato che era ora di tagliare la spesa, che Washington e la burocrazia non si devono mettere sulla strada delle forze del mercato. Oggi il mercato vorrebbe che chi ha prestato soldi senza garanzie fallisca, chi se li è fatti prestare e non può pagare finisca per strada e così via. E così è stato fino a quando la crisi non è arrivata alle istituzioni finanziarie e a mettere a rischio Wall street. Aspettiamoci di sentire strepiti e urla quando il Congresso democratico - quello è una certezza - approverà spese per infrastrutture che hanno disperato bisogno di essere rinnovate o costruite (i treni, ad esempio). Non siamo mica l'Unione sovietica, incalzerà qualche senatore repubblicano.
E come si recupereranno i soldi spesi? Con le tasse? A Minneapolis abbiamo sentito dire che le tasse verranno tagliate, a prescindere dal deficit e dalle esigenze di bilancio - compresi i soldi per l'Iraq che se verrà eletto McCain continueranno a prosciugare le casse. Una strana, incoerente, improbabile teoria economica. Più ideologica del piano quinquennale bulgaro e altrettanto inefficace.
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7 settembre 2008
Si chiama Schmidt, Steve Schmidt
E' lui l'uomo dietro lo stile aggressivo della convention repubblicana. Steve Schmidt è un allievo di Karl Rove ed è il direttore della campagna di John McCain. Ecco un suo ritratto sul New York Times. Su New Republic invece un bell'articolo ci spiega perchè, ad un certo punto, Barack Obama abbia smesso di fare il Community Organizer e si sia buttato in politica: non per proseguire il suo lavoro ma per fare qualcosa di radicalmente diverso.
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6 settembre 2008
The party's over...rassegna del mattino
Sei e mezza del mattino, l'abitudine a non dormire si è cronicizzata. Ecco lo score di Michael Tomasky sulle due convention, da Slate un divertente confronto dei quattro discorsi di accettazione fatti dai quattro candidati e un fact check interattivo del New York Times (dopo la retorica le cose come sono) e un'intervista di confronto da American a James Humes che ha scritto discorsi per cinque presidenti. l'editoriale di The Nation ("un partito bianco con un'agenda dettata dall destra, contro un partito diverso come non mai"). E poi LA Times sui due vice ("Non scelti perché servono a vincere in uno Stato, è una novità) e due New Yorker su McCain prigioniero di guerra del suo partito e la big night di Obama nello stadio dei Broncos. E per finire l'editoriale del Washington post: candidati non convenzionali, agenda troppo convenzionale.
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5 settembre 2008
Biden su McCain (e le cifre sulla disoccupazione)
La disoccupazione cresce. Di nuovo. Più disoccupati a lungo termine, più a breve, meno gente sul mercato del lavoro, più doppi lavori. Vedo un comizio di Biden su C-Span. Bravo, un bel lottatore, furbo retore. "McCain è mio amico, davvero mi ha chiamato, quando ho ricevuto la nomination, siamo stati insieme in Grecia e mi ha portato a mangiare al porto" e così via. Ma sulla politica? Beh "Non andiamo d'accordo". Cosa ho sentito dalla convention? "Il problema è quello che non ho sentito: la parola middle class, la parola sanità, la parola lavoro, la parola ambiente. Le cose che contano per the american people". E sul lavoro, spiega quanto è grave: "il lavoro definisce una persona, le da identità". Non credo, ma posso sbagliare, che la convention repubblicana funzionerà. Ci sono più volontari e arrivano più fondi da quando Sarah Palin ha parlato. Sono i conservatori religiosi. Ma quella è una fetta della società americana, che pesa meno di quanto non pesasse nel 2004.
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Un discorso moscio: i commenti a MCain
E' piaciuto più a me - per la costruzione, non i contenuti - che non alla maggior parte dei commentatori politici. I liberal, la sinistra, ridicolizzano McCain per aver rubato lo slogan a Obama ed averlo condito con una ricetta scialba e invecchiata. Ecco John Nichols da The Nation, e il liberal The New republic. Ed ecco la pagina dei commenti del Washington Post, tutti negativi: noioso e vuoto, e per uno che rincorre, il business as usual non basta. Un bel dibattito sulla National review - delusi , neutri, mi pare nessun entusiasta - e il blog di Mother Jones, che spiega che McCain ha nominato 43 volte la prigionia e 8 gli anni al Senato.
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Retorica marziale e cambiamento, the Mack prende le distanze dal partito
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Niente cattiverie nella nottata di Saint Paul. Non è roba per McCain. Ma un po' di furbizia sì. In un discorso molto retorico e indovinato, McCain completa il lavoro fatto dai suoi il giorno prima. Lui è il maverick, il cane sciolto. Il suo partito fa schifo? Otto anni di Bush sono un disastro? Che problema c'è? Il senatore dell'Arizona porterà il cambiamento a Washington, caccierà le lobbies, governerà a prescindere dalle appartenenze di partito e, naturalmente, difenderà la primazia degli Stati Uniti d'America.
"Il partito di Reagan e Roosevelt (Theodore), torna alle origini", ha detto, dopo aver criticato implicitamente i suoi. Con chi oltre a lui, che, e questo è un dato incontrovertibile, ha lavorato in maniera indipendente, spesso meglio con gli avversari che con i suoi? Qui in Minnesota non si sono viste facce nuove tranne una, quella della vice Palin, che non ha niente di nuovo, ma rappresenta anzi la parte peggiore della coalizione che sostiene il Grand Old Party. Certo, McCain è uno che fa da solo, ma questo, da un punto di vista razionale e del governo di un Paese come gli Stati Uniti, non è tranquillizante. Un Paese non è una squadriglia di aerei.
E poi, di nuovo, sulla sua storia personale, bella e terribile, che però non rende McCain uno pronto per comandare più di quanto quella di Obama non renda adatto lui. Può servire però a parlare agli elettori, a farsi conoscere, anche se per quello c'è già stata una giornata intera.
Il messaggio di cambiamento non era all'origi
e della campagna McCain, che ha saputo però riprenderlo e renderlo digeribile alla sua base. Programmi? Poco o niente, sappiamo che la sua presidenza farà tornare grande gli US of A ma è evidente che nemmeno lui sa come: a un certo punto si è infilato in una spiega sul fatto che c'è la globalizzazione e ci sono le nuove tecnologie imbarazzante. Non è roba per lui. E non sarà Sarah Palin a spiegargliele. Cosa vuol fare se presidente? Centrali nucleari, meno tasse che creeranno benessere - tremate disoccupati dell'Ohio, ve lo raccontano da otto lunghi anni - trivellazioni ("we are going to do it and we are going to do it now"), botte sull'Iran, la Russia. E poi qualche attacco non scorretto a Obama, che però caratterizza come un liberal anni 70.
McCain sarà un osso duro. Anche i suoi strateghi sanno fare il loro lavoro e l'impressione dalla serata di ieri, non da stasera, è che Karl Rove o qualche suo adepto ci abbiano messo lo zampino. Ma non nel discorso di oggi. Quella sembra farina del sacco di McCain.
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