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3 settembre 2009

Un PD che vince (e i problemi per Obama)

11 anni fa alcuni fuorisciti dal Partito LiberalDemocratico (LDP, centrodestra, al governo per 55 anni) si unirono ad alcuni ammiratori nipponici del nostro Ulivo per fondare il Partito Democratico del Giappone. Poco a che vedere con il nostro PD, tanto che la stampa informata definisce il DPJ come un partito centrista e basta.
Uno dei migliori conoscitori italiani del Giappone, Francesco Sisci, spiega le implicazioni interne ed internazionali di questo cambio di governo a Tokyo: mentre sul fronte interno si tratterà di scrivere un nuovo patto sociale (anche il Giappone, tra l'altro, è afflitto dal precariato su larga scala), su quello esterno si tratta di venire a patti con il nuovo ruolo della Cina su scala asiatica. Il nuovo governo di Tokyo punta quindi a ricostruire una dimensione continentale e a fare da ponte tra Obama e la Repubblica Popolare. Per ora ci si muove con poca esperienza, basta leggere la cronaca dei primi atti di politica estera di Hatoyama, il futuro premier. In discussione il rapporto con gli Usa ma, in prospettiva, un Giappone di nuovo dotato di un progetto non farebbe che comodo all'amministrazione. E poi dei democratici che vincono non si trovano mica dappertutto: se ci vogliono 11 anni dalla fondazione vuol dire che il PD italiano può farcela nel 2018.

22 febbraio 2009

L'Asia di Hillary

Hillary Clinton è arrivata in Asia dove visiterà gli alleati tradizionali (Giappone e Sud Corea), quelli vecchi ma diventati qualcos'altro negli ultimi anni (l'Indonesia, la più grande e giovane democrazia islamica) e la potenza emergente cinese. Ecco in un bel pezzo del San Francisco Chronicle cosa la aspetta: molto interesse, poca ostilità dovuta all'amministrazione Bush, tante discussioni economiche. Ma non sarà tutto rose e fiori: come spiega il Wall Street Journal i dossier nordcoreano e birmano mostreranno i limiti del suo "smart power" e lì ben presto ci saranno da prendere decisioni difficili. La tappa cinese rinfocolerà i discorsi sullo scambio tra diritti umani e commercio, come illustra questo articolo del Washington Post. In ogni caso, sembra che in questa zona di mondo, e forse in America Latina, Hillary avrà più spazio di manovra anche perchè non ci sono "inviati speciali" del presidente. Un modo per contare di meno ma anche per non gestire patate bollenti. Come quella dell'Afghanistan dove, ammonisce il Wilson Center, non basta mandare più truppe: bisogna lavorare alla ricostruzione economica e alla riconciliazione nazionale. Quanto a quest'ultima, diciamo noi guardando alla storia, di solito non è aiutata da una grande presenza straniera che anzi la scoraggia: perchè il nuovo "sindaco di Kabul" dovrebbe fare la pace con chi gli sta attorno se può contare sui fucili americani e Nato?