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8 novembre 2009

Approvata la proposta riforma sanitaria alla Camera (primo round). E' davvero un fatto storico? Sì

Una legge onnicomprensiva di riforma del sistema sanitario non arrivava al voto da quasi un secolo. Questo dovrebbe rendere l'idea (anche dell'arretratezza della legislazione sociale degli Usa).

La legge è passata con un margine molto ristretto - 220 a 215 - ma era difficile ipotizzare che i democratici non ce la facessero. 37 dei 52 deputati bluedog democrats (la corrente conservatrice del partito) si è opposta e ha votato con i repubblicani; un membro del GOP - Anh Cao, eletto in Louisiana e primo membro della Camera dei Rappresentanti di origine vietnamita, qui accanto nella foto - ha votato a favore.

Era dagli anni '60 - quando il presidente Johnson aveva allargato la copertura sanitaria per poveri e anziani - che negli Stati Uniti non era in ballo una riforma sociale di questa portata. Come sappiamo il modello non si avvicinerà a quello europeo, ma la proposta approvata dalla Camera (2 mila pagine) prevede la presenza di un fornitore pubblico di polizze assicurative (la public option) e una borsa delle assicurazioni nella quale cercare le più economiche.

Saranno 36 milioni i nuovi "assicurati"; chi non volesse procurarsi una polizza dovrà pagare una multa; si elimina la pratica odiosa delle pre-existing condition; per coprire il costo della riforma (che supera il "trillione") verranno aumentate le tasse ad alcune categorie di super-ricchi ed eliminati alcuni benefit fiscali per le multinazionali. Per ottenere il voto di alcuni democratici conservatori non sono state introdotte alcune misure che avrebbero garantito il ricorso gratuito all'interruzione di gravidanza per alcune fasce di assicurati, facendo così infuriare i democratici liberal.

Ora la pressione sul Senato aumenta, un'istituzione molto diversa da quella della Camera, molto più consensuale e dove conta ancora meno la disciplina di partito. La partita è ancora lunga, ma c'è in gioco l'anima dell'America: più pubblica e più equa. Per i repubblicani è il mondo all'incontrario, dove il governo può tassare il cittadino che non si vuole curare e si finanzia l'espansione del governo federale attraverso le tasse.

4 novembre 2009

La non sconfitta di Obama ieri e il nostro blog domani

I giornali di oggi (primo anniversario della vittoria di Obama) hanno molte analisi sul perchè della sconfitta elettorale subita dai democratici nella tornata elettorale di ieri con la perdita dei governatori di New Jersey e Virginia, nonchè delle elezioni per il sindaco di New York. Certo non una buona notizia, tanto che il Washington Post oggi dice che "non è più il 2008 per i democratici". Lo spostamento più significativo è quello che riguarda gli elettori "indipendenti" che avevano premiato il partito dell'asinello nel 2006 e nelle ultime elezioni presidenziali e invece in Virginia e in New Jersey si sono spostati in massa verso i repubblicani, anche perchè in disaccordo con l'amministrazione sulla politica sanitaria e sull'eccessiva spesa pubblica. Si trattava però in entrambi i casi di candidati repubblicani "anomali": in Virginia c'era un candidato a suo modo centrista che, come avevamo scritto qui, aveva cercato con successo di sfondare in settori tradizionalmente democratici; in New Jersey il candidato democratico era troppo legato a Wall Street mentre quello repubblicano era un po' il Di Pietro locale, diventato famoso per aver mandato in prigione molti corrotti. Importante anche leggere ciò che viene dall'analisi degli exit poll: chi ha votato ha detto che non lo riteneva un referendum sul presidente; soprattutto in New Jersey il tasso di approvazione per Obama è ancora alto (il 57% di chi ha risposto al sondaggio all'uscita dei seggi); gli elettori sono molto preoccupati per lo stato dell'economia e più sono preoccupati più hanno scelto i repubblicani. Obama però si era molto esposto per il candidato democratico nel New Jersey e non è servito a farlo vincere: chi lo ha votato l'anno scorso non sceglie un cattivo candidato solo perchè glielo dice Barack. Ci sono poi delle buone notizie: i democratici hanno vinto nelle due elezioni suppletive per due deputati dello stato della California e di New York. Soprattutto nel secondo caso i repubblicani avevano scaricato la loro candidata moderata per appoggiare quello del "partito conservatore" molto estremista. E hanno perso un seggio sicuro. Se il partito continuerà la sua deriva estremista non è detto che le elezioni di ieri siano di buon auspicio per il midterm del 2010. Per i democratici ci sono diverse lezioni, un po' hanno a che fare con la timidezza nel realizzare le riforme a Washington come dicono vari analisti al Corriere della Sera. Altre riguardano la capacità di mobilitare costantemente quell'elettorato giovane e delle minoranze che aveva portato Obama alla Casa Bianca. Finora non ci sono riusciti, Organizing for America, il partito del presidente, non è decollato.
A proposito di decolli, tra qualche giorno sarà online la nuova versione del nostro blog, oramai proiettato verso il 2012. Intanto, per chi passa per Roma, ci vediamo venerdì sera alla libreria Flexi in via Clementina,9.

9 ottobre 2009

Il Nobel al primo della classe


Ci sono voluti pochi secondi per scatenare il dibattito in rete. Prima sui blog, poi sulle pagine curate dalle firme dei media che contano. L’argomento è più o meno sempre lo stesso: «Il Nobel per la pace a Obama è preventivo», un incoraggiamento dato dai membri del comitato alle belle parole pronunciate qui e la dal presidente democratico. Il discorso de Il Cairo, quello all’Onu, le parole sulla razza. Voli pindarici redatti da un bravo speech-writer e, per adesso, non molto di più.
C’è poi chi parla del secondo premio anti-Bush dopo Al Gore e chi di medaglia ad un presidente Usa per non comportarsi da scriteriato cowboy. In molti, tra gli analisti Usa ci spiegano che il Nobel può essere controproducente per le aspirazioni internazionali della presidenza.
La lista di «se» e «ma» è infinita. Obama è l’uomo dell’Afghanistan, il presidente delle guerre, non ha chiuso la base di Vicenza e non ha fatto abbastanza per l’Honduras dopo il colpo di Stato con il quale il golpista Micheletti ha deposto il presidente eletto Zelaya. E che dire dell’ambiente? E del difficile e non risolto dialogo con l’Iran o della catastrofica situazione in cui versa quello che una volta si chiamava “processo di pace in Medio Oriente”. Su tutti questi temi Obama non ottenuto risultati. E poi si appresta ad aumentare il contingente afghano.
Ciascuno di questi commenti, astiosi o ironici che sia, ha più di un fondamento. I guerrieri - che di guerrieri si trattava - Arafat e Rabin vinsero il premio con Peres dopo aver avviato un processo di pace, mentre Mandela e de Klerk hanno saputo mettere alle spalle decenni di galera e odio razziale. Il premio veniva dato ad una visione accompagnata da risultati. Per spiegare la logica di questo, forse, occorre guardare alla lista degli ultimi premiati - qualcuno ricorda che l’ultimo è stato il diplomatico finlandese Martii Ahtisaari? Alzi la mano chi sa perché. Occorre poi ricordare che a dare il premio sono dei politici norvegesi che hanno vissuto la Guerra fredda e la minaccia nucleare sul confine tra est e ovest, sviluppando una sensibilità speciale in materia, così come sull’ambiente e la cooperazione. Tra gli ultimi premiati ci sono due personalità provenienti da Paesi semi dimenticati - il banchiere dei poveri Yunus e l’ambientalista del Kenya Wangaari Maathai - Al Gore per la campagna sul clima (risultati?), Mohamed El Baradei, presidente dell’Aiea che ha cercato di smussare gli angoli con l’Iraq, prima, e con l’Iran, poi. Si tratta di storie relativamente piccole o di approcci alle grandi questioni planetarie, come il premio all’Ipcc, la commissione Onu sul clima. Queste personalità hanno, in un modo o nell’altro, alzato la voce e lavorato per far prendere coscienza alla società globale delle enormi sfide che la attendono. Obama, che piaccia o meno, è uno di questi. In meno di un anno ha provato a far rientrare lo scontro di civiltà con il mondo islamico, firmato dei trattati nucleari con la Russia, restituito (a parole) un ruolo all’Onu, portato il suo Paese a discutere di emissioni di gas serra. E poi sta accompagnando gli Stati Uniti attraverso una crisi durissima e senza inventare nemici. Il Nobel per la pace è probabilmente esagerato, come esagerate sono le reazioni: Obama non è il miglior presidente possibile, perché un presidente così non esiste.

29 settembre 2009

Germania, Italia, America

Sul blog Italia2013 un nostro appunto sulle elezioni tedesche, dal titolo "In Italia tutti hanno vinto le elezioni tedesche". Riguarda anche l'America, l'unico paese dove è arrivato un leader post-terza via, quindi vincente.

22 settembre 2009

E venne anche il momento del clima

All'assemblea Onu si discute di questo. La Cina sembra pronta a discutere e l'India a parlare di tagliare le proprie emissioni - pur senza firmare un accordo internazionale. Qui l'ottima e informata cronaca Bbc. Le posizioni, forse, si avvicinano ed è un bene per tutti noi. Nella seconda settimana di dicembre, a Copenhagen si terrà la conferenza mondiale. In questi giorni si discute all'Onu. Qui il discorso di Obama sul clima. Il presidente ha il problema di far approvare una buona legge al Congresso. Un'altra volta. Ma non era un repubblica presidenziale quella Usa? E non era il modello efficiente per eccellenza?

10 settembre 2009

Commenti americani

La migliore sintesi del discorso obamiano ci sembra, per ora, quella di David Corn su Mother Jones. Se avete poco tempo per andarvi a guardare la stampa Usa, prendetevi questa.

Il quesito finale di Corn è quello che ci poniamo tutti: può un dicorso cambiare il corso di un processo legislativo complesso dove tutti si sono già posizionati dentro le proprie trincee? L'intervento di Obama era diretto all'opinione pubblica (soprattutto a quella più speventata dall'idea di un cambiamento dello status quo) e ai Congressmen; adesso va misurata quanto l'abilità retorica di Obama abbia prodotto in termini di consensi (partirà l'ondata di sondaggi per vedere quanto Obama riesce a spostarne) e quanto, soprattutto, Obama e i suoi uomini sapranno fare nei corridoi del Congresso per persuadere, minacciare, convincere, aggredire.Per vincere, insomma, ben sapendo che il sistema istituzionale americano è una via di mezzo tra Bisanzio e il MedioEvo europeo dei principi e delle gilde. Intanto la Casa Bianca, contemporaneamente al discorso del presidente, ha articolo una sua proposta - ancora piuttosto generica, ma sua - di riforma. In molti chiedevano che il presidente fornisse questo canovaccio. Lo trovate qui.

7 settembre 2009

In Afghanistan non squillano i telefoni

Ricordate questo spot di Hillary Clinton durante la campagna per le primarie? Un telefono squillava alle 3 del mattino e doveva esserci un presidente pronto a prendere le decisioni difficili, Hillary era in grado, Barack no. Ora lui fa il presidente e lei la Segretaria di stato ma il problema è un altro: come scrive giustamente lo storico Andrew Bacevich sul Los Angeles Times, la questione non sono le crisi improvvise ma quelle che, come l'Afghanistan, peggiorano lentamente di giorno in giorno senza che la presidenza sappia farci granchè. Bacevich propone realisticamente di cominciare ponendosi una domanda diversa dal classico "come vinciamo" e cioè: quali alternative abbiamo alla guerra per perseguire i nostri limitati interessi nazionali in questo paese? Intanto, continuano i conteggi elettorali e si trasformano in una triste gag: come segnala il New York Times, ci sarebbero molte urne finte in giro per il Paese piene di voti per Karzai. Certo se l'attuale presidente vincesse leverebbe parecchie castagne dal fuoco agli americani e a noi.

1 settembre 2009

Quante truppe per kabul...seri dubbi alla Casa Bianca

Ieri il generale mcChrystal, comandante a kabul, ha prodotto un rapporto che individua alcuni problemi, modifica le priorità e consiglia un nuovo atteggiamento alle truppe che lui stesso comanda. Molte cose sensate (più aiuti, meno bombardamenti, più vicinanza con la popolazione) e un vuoto. Il generale non chiede più truppe. Oggi scopriamo il perché, alla Casa Bianca speravano che il consenso sulla guerra afghana sarebbe rimasto inalterato, ma stanno scoprendo che le cose non filano liscie. Che fare? Evitare di prendere impegni. Ieri il conservatore George Will, sul Washington Post chiedeva di lasciare il Paese, continuare a bombardare e a mandare truppe speciali e spie al confine. Il modo perfatto per nutrire al Qaeda e riperdere l'Afghanistan. Gli risponde Bill Kristol, stessa parrocchia, dicendo No way.
Il problema sembra essere aperto anche alla Casa Bianca. Ecco una parte del nio articolo di domani su Liberazione, le notizie interessanti vengono da qua.
La pressione per la riforma sanitaria e il calo dei consensi, e la percezione che la guerra afghana (o la lotta al terrorismo) non siamo più nella testa degli americani, rende più pesante l’aria anche alla Casa Bianca. Il vicepresidente Biden, che è una vecchia volpe di Washington, sarebbe preoccupatissimo. Alcuni alti funzionari a lui vicini, parlando anonimamente con una reporter della <+Cors>McClatchy <+Tondo>- compagnia che pubblica diversi giornali negli Usa - hanno spiegato che alla Casa Bianca «credevano che avrebbero avuto un ampio sostegno popolare» e che il vicepresidente sia convinto che senza quello, non ci si può impegnare per altri soldati per un periodo non definito e sicuramente lungo. Il fatto che nei rapporti consegnati l’altroieri dal comandante in Afghanistan McChrystal non ci fosse la richiesta di un aumento di truppe è il frutto di una richiesta della Casa Bianca. L’invio precedente di truppe, collegato alle elezioni, era stato più facile da far digerire, era collegato ad una scadenza. Ma adesso? Dall’amministrazione fanno sapere che nei prossimi giorni partirà un processo di revisione della situazione che coinvolgerà tutte le figure chiave della politica estera e militare Usa. Poi Obama dovrà prendere delle decisioni. Difficili.

24 agosto 2009

I grattacapi del Grande Medio Oriente

Le cose non vanno tanto bene in Afghanistan che rischia di essere per Obama quello che il Vietnam fu per Johnson secondo un articolo del Corriere della Sera che riprende il New York Times. Certo, puntare su questa guerra potrebbe non essere stata una gran furbata da parte del presidente, ma era common sense anche nei think tank progressisti come si vede da questo articolo di Korb, del Center for American Progress. Ma non finisce qui: a gennaio si potrebbe tenere un referendum in Iraq che chieda il ritiro immediato del contingente americano. Tecnicamente, il quesito proporrebbe di stracciare l'accordo sullo status delle forze americane nel paese, rendendo la loro presenza illegale. Non un bel modo di realizzare quel ritiro che il presidente aveva proposto in campagna elettorale. Infine, ma potremmo continuare, c'è l'Iran: Khamenei potrebbe non essere interessato a perseguire il dialogo sul nucleare con Washington. Gli americani tra l'altro potrebbero essere indeboliti nella loro strategia da una benevolenza russo-cinese verso Ahmadinejad combinata con la scarsa voglia degli europei di applicare le sanzioni con un loro grande partner commerciale quale l'Iran è. Su tutta la politica mediorientale di Obama aleggia lo spettro del fallimento, ma potrebbe ancora provare a venirne fuori con un primo accordo sul processo di pace che dia a tutti l'illusione che le cose stanno migliorando e che sia merito suo. Sarebbe poco, ma sarebbe già un po' meglio per lui di quanto non faccia presagire la situazione attuale.

31 luglio 2009

Una birra in compagnia...rassegna Usa del mattino


Una rapida scorsa ai siti che portano le notizie della notte americana.
1. Cominciamo con l'hangover da summit della birra. Il professor Gates e il sergente Crowley che lo ha arrestato davanti a casa sua, seduti nel giardino delle rose con il presidente e Joe Biden, che è alla casa Bianca perché è uno navigato e per piacere a quelli come Crowley. Il summit era un tentativo di lavorare simbolicamente a un America post-razziale e di riparare alla gaffe fatta da Obama quando si è scagliato contro la polizia. Politico sostiene sia stato un successo. The Nation propone una lettura più seriosa sul tema dei rapporti razziali. Speriamo non abbiano bevuto troppo. Qui Politico racconta cosa ha detto Crowley alla fine dell'incontro. Sono parole intelligenti (le avà scrite Axelrod?), i due si incontreranno ancora. Potere del luppolo.
2. Una curiosità: Politico racconta che la scorsa settimana quattro amministratori delegati di quattro gruppi industriali sono stati a pranzo alla Casa Bianca. Lo staff ha preso le loro carte di credito e ha fatto loro pagare il pranzo. Non male, è per evitare conflitti di interesse, dicono. Il cerimoniale non sarà contento, non è consuetudine
3. New York Times e Washington Post stamane e probabilmente solo per qualche ora, aprono con la stessa notizia - un caso raro. Il fondo pensato per finanziare il passaggio da auto inquinanti a quelle un po' meno inquinanti (la rottamazione, la chiamiamo noi) ha già esaurito le risorse a disposizione. Segno di un successo, molte auto verrano comprate tutte assieme dando un po' di respiro all'economia (non necessariamente alle big three, ma sicuramente al settore auto, che sia GM o Toyota, che le auto che vende in Us le produce negli Stati del Sud). Segno di un problema: il programma sta avendo successo e sarebbe impopolare sospenderlo. Inoltra la legge è in vigore e chi, in questi giorni, compra e vende usando i benefici deve vedersi garantito il bonus.
4. Due importanti notizie economiche. La prima è la solita: le compagnie di Wall street che hanno ricevuto soldi pubblici, hanno speso dollari in bonus. Per la precisione, nove banche che hanno ricevuto soldi, hanno distribuito a 5mila loro dirigenti bonus da un milione l'uno di media. Quando si dice la meritocrazia. La notizia l'ha diffusa Andrew Cuomo, attorney general dello Stato di new York e (you betcha) destinato a un futuro politico. La seconda è che AIG, nonostante i soldi pubblici ha ancora parecchi guai. Perché, perché le singole compagnie parte del gruppo, per anni hanno gonfiato i bilanci facendo affari con le loro omologhe AIG. Una bomba a orologeria questa delle assicurazioni?
Quando si dice che Washington a bisogno di una riforma e che la politica è spesso una cosa sporca. La Camera dei rappresentanti ha approvato il bilancio della Difesa. Ricordate gli F-22? Bene quelli non ci sono nemmeno nel testo approvato ieri. Un emendamento del molto onorevole John Murtha, potente deputato della Pennsylvania, maestro del pork barrel spending (La pratica di inserire nelle leggi spese inutili e/o nascoste) e tra i più feroci oppositori della guerra in Iraq, ha inserito nella legge di spesa una serie di sistemi d'arma che il Pentagono vuole smettere di comprare. Ovvero, a prescindere dall'idea che ciascuno ha delle spese militari, a Washington, queste sono anche inutili e non in linea con le idee della Difesa. Perché? Perché quegli elicotteri si producono nel mio Stato e quei missili nel tuo e assieme facciamo la maggioranza. Obama aveva promesso il veto sulle spese militari inutili (in realtà sull'F-22). Vedremo.
Sanità, difficoltà nei sondaggi, primi sei mesi di attività. Domani e per due giorni l'amministrazione si incontra per un summit di lavoro che guarderà al passato e penserà il futuro. Servono idee, certezze e qualche trovata geniale.
Altre segnalazioni: un lungo pezzo di The Nation sul sogno infranto californiano, l'annuncio di una nuova strategia afghana in preparazione da parte del generale McChrystal (dal Washington Post, c'è bisogno di registrarsi, credo), un commento da The New Republic, mensile liberal, sulle scelte di Obama fino ad ora.

22 luglio 2009

Aerei da caccia, change e lobbismo

Ecco un caso in cui si può dire che il change promesso da Obama stia funzionando. Non parliamo delle politiche, ma del modo di fare politica. Il Senato ha bocciato l'idea di rinnovare il finanziamento alla costruzione dei cacciabombardieri F22. Non è pacifismo, ma razionalizzazione della spesa. Si taglia un costo superato nonostante in Senato ci sia gente che spinge perché si continui a finanziare il programma militare. Obama aveva minacciato il veto: quest'anno l'esercito aumenterà di 22mila unità e gli investimenti in sistemi d'arma saranno per aerei migliori dal punto di vista tecnologico. Anche McCain, che è un nemico della spesa e delle lobby, ha parlato di voto storico. Da anni, qualsiasi richiesta dell'apparato militare industriale veniva approvata senza batter ciglio: sono soldi pubblici che finanziano un settore privato che garantisce occupazione. I senatori finanziano i loro Stati, a prescindere dalla necessità reale. La politica Usa non è poi così diversa dalla nostra. Ogni tanto però, oltreoceano, si fa qualche passo in avanti.

21 luglio 2009

Guantanamo, i prigionieri che non sai dove mandare, il G8 de L'Aquila e i guai di Obama

Problemi a chiudere la prigione. Sembra che una delle prime scelte di Obama stia incontrando ostacoli. E che il piano di chiusura verrà rinviato. Perché? Un rapporto sullo status dei detenuti e sul loro destino viene rinviato di sei mesi (su questa pagina della Bbc anche il pdf del rapporto preliminare). Non si è dunque trovata una via d'uscita legale che soddisfi l'amministrazione sul fronte giuridico tanto quanto su quello della sicurezza. Un bel guaio d'immagine, anche con l'opinione pubblica musulmana. Qual'è il problema vero? Semplice, gli americnai non sanno dove mettere i detenuti. Questi hanno confessato cose, ma le confessioni gli sono state estorte con mezzi illegali e non sono quindi utilizzabili in un procedimento giuridico con garanzie. Se però le confessioni fossero vere - e qualcuna lo sarà pure - rilasciare alcuni dei prigionieri sarebbe un grosso pericolo. L'accordo del G8 a L'Aquila tra Berlusconi e Obama sull'accoglienza di alcuni detenuti attualmente nel carcere cubano (con in cambio le gentilezze americane al padrone di casa) è proprio questo. Per regalare prigionieri in giro e restituire loro uno status giuridico in linea con il diritto, gli americani stanno facendo pressioni, richieste, preghiere, ricatti e tutto quanto possono. Ma nessuno vuole mettersi in casa persone che sono potenziali membri di al Qaeda. Badate bene, in molti casi non ci sono satti problemi: gli uighuri sono alle Bahamas e alcuni altri sono tornati a casa. Ma ci sono alcuni casi di difficile risoluzione.

20 luglio 2009

Notiziario di mezza mattina: sondaggi, sanità, i cattivi repubblicani e l'economia

1. La riforma sanitaria resta lo scoglio politico più difficile per qualsiasi presidente democratico. Un sondaggio ABC/Washington Post rileva un vantaggio molto ampio sui repubblicani e una buona approval rating. Per la prima volta, Obama è sotto sul tema della riforma sanitaria. Naturalmente, qui sta il problema, c'è un pezzo di chi disapprova che ritiene che il presidente dovrebbe fare di più e un altro pezzo che ritiene che dovrebbe evitare di espandere il ruolo delle autorità federali e aumentare le spesa nel tentativo di allargare la copertura sanitaria. Qui il video di Obama che si rivolge ai cittadini per tentare di convincerli che la riforma va fatta, qui l'articolo di Ted Kennedy, il paladino della riforma per eccellenza, comparso su Newsweek. Il W. Post spiega che la strategia della Casa Bianca e mettere tutto il peso del presidente nella vicenda sanità. O la va o la spacca. Gli Obamas mettono il loro peso su una questione difficile - e sembrano essere un poco preoccupati.
2. I repubblicani non sono messi troppo bene nemmeno loro. Non hanno una strategia se non quella di sperare che tutto vada male agli avversari politici e sono a caccia disperata di figure di spicco (un paio si sono bruciate in questi mesi per robe di amanti). Non è una cattiva strategia, l'amministrazione Obama è in acque molto difficili. Come nota Kevin Drum, anche sulla sanità fare opposizione è complicato: o decidi che lasci lo Stato prendersi cure di alcune questioni o lasci le cose al libero mercato - escludendo dalla copertura sanitaria milioni di persone come avviene oggi. Il Grand Old Party deve però difendersi sul fronte dell'etica e della credibilità. C'è poi da ricordare il ruolo delle lobbies: qui Mother Jones parla di uno spot anti riforma nel quale compare un lobbista che, da dirigente di ospedale ha frodato il pubblico. Un classico, i cattivi in America sono cattivi per davvero.
Sarah Palin si sarebbe dimessa per problemi di parcelle agli avvocati ingaggiati per difenderla dalle accuse di aver gestito in maniera clientelare il potere. FIno a quando McCain non la arruolò come vice, Palin pagava con i soldi da governatore, poi ha dovuto pagare da sola (McCain ha un'etica di ferro, questo è poco ma sicuro). E adesso è la che fa il battitore libero poco credibile dell'Alaska. Ci possiamo sbagliare ma non sembra avere un futuro politico radioso. Peggio va a Dick Cheney. Su di lui aumenta la pressione, lo scandalo Cia cresce e la possibilità che finisca con l'essere coinvolto in un'inchiesta ufficiale sono sempre di più. La commissione della Camera sui servizi ha annunciato un'inchiesta sui piani segreti. Un editoriale di The Nation chiede a gran voce che si faccia luce sul piano per gli assassinii segreti della Cia occultato al Congresso.
3. L'economia e le banche. Robert Reich is mad as hell and it's no gonna take it anymore. Sul suo blog ripete che il fatto che le banche siano tornate ai profitti è grave e che la cosa non fa bene all'economia reale - a aumenta i rischi di ritorno alla finanza creativa. Ecco un bell'esempio pratico di quanto dice Reich in scala ridotta: venditori di subprime riconvertiti in venditori di ricontrattazione del mutuo. Quanto all'economia teorica, The Economist si chiede cosa è andato storto nella capacità di capire, anticipare, leggere la crisi. Un'analisi mezza condivisibile e mezza no. Il peggio si allontana e le bibbie del libero mercato provano a far quasi finta di niente? Non eravamo in un passaggio storico? E verso dove? Non è ancora chiaro a nessuno.

16 luglio 2009

Dov'era finita Hillary Clinton

Dite la verità: vi era mancata. Hillary Clinton è stata fuori gioco per un po' a causa della sua operazione al gomito. Un disastro: gli iraniani che rubano le elezioni, gli attentati in Iraq, l'Afghanistan da cui sembra che non si possa uscire e poi questa stampa cattiva che diceva che lei non conta nulla. Ma ora è tornata, ha dato un discorso al Council on Foreign Relations di cui vi abbiamo accennato alla fine di questo post. Del discorso trovate una sintesi più estesa qui ma in sostanza afferma alcune cose importanti: la volontà degli Stati Uniti di continuare ad essere leader del mondo (e non è scontato); il fatto che le minacce siano molteplici e che non si possa riassumere tutto nella guerra globale al terrorismo voluta da Bush; la necessità di usare tutti gli strumenti sia diplomatici che di cooperazione internazionale e non solo la forza come volevano i repubblicani; si negozia anche e soprattutto con i nemici perchè l'isolamento non paga. Infine sull'Iran: "time for action is now", se Teheran vuole entrare a far parte del gioco internazionale è questo il momento. Chissà, forse tra qualche anno il suo discorso sarà ricordato come la summa teologica dello "smart power" obamiano. Per il momento si continua a dire che è stata emarginata nell'amministrazione. Il tempo, come al solito, sarà galantuomo. Forse più di suo marito.

12 luglio 2009

L'ora della verità per Cheney?

Il vicepresidente avrebbe ordinato di nascondere alcune attività Cia ai comitati del Congresso che ricevono le informazioni riservate. Se la notizia verrà confermata, i democratici avranno trovato l'appiglio per colpire il loro nemico pubblico numero 1, l'unico esponente della passata amministrazione - con Karl Rove - che discuta pubblicamente, criticandola, la politica Obama. La notizia è sata fornita dall'attuale direttore dell'agenzia, Leon Panetta al Congresso. I democratici preparano un'indagine formale sull'accaduto. Erano mesi che qualcuno, nel partito di Obama, cercava appigli per perseguire Cheney. La volontà iniziale era quella di indagare le torture, ma se c'è qualcos'altro che consente di processare l'ex vice presidente, ai dem va bene lo stesso. L'attacco a Cheney potrebbe aiutare a far diminuire un poco la pressione dall'amministrazione.

Economia, tasse e un articolo di Obama


Cominciamo con l'articolo pubblicato oggi sul Washington Post. Obama parla di economia, delle forme che ha preso negli States negli ultimi decenni e della necessità di riformarne le basi. La ricetta? Abbassare i costi della sanità, creare lavoro, migliorare la qualità della manodopera Usa e nel lungo termine ridurre il deficit. Chiamate mago Merlino e Mandrake. Ieri la Camera ha approvato una misura di sostegno finanziario agli studenti (una riforma dei prestiti che in queti mesi di crisi finanziaria ne hanno messi parecchi in ginocchio).
Quanto alla sanità, i democratici stanno pensando a introdurre una tassa sui redditi più alti per finanziare la riforma sanitaria. Ma nel partito monta la rivolta dei moderati (ecco una analisi di Politico sul problema moderato di Obama): i nodi cominciano ad arrivare al pettine e vedremo se Obama e i suoi saranno abili anche stavolta. Se il presidente passasse questo scoglio e la riforma entrasse in vigore, il midterm del 2010 sarebbe più facile.
In questi giorni il presidente ha difeso il piano, dicendo che ha funzionato come doveva. Krugman (vedi sotto) sostiene che ce ne vuole un altro. La crepa stimulus è un'altra crepa seria. Financial Times a pranzo con Larry Summers, che ci spiega che il peggio non è passato.

8 luglio 2009

L'Aquila, aggiornamento dal G8

La partenza di Hu Jintao, volato a sedare le rivolte uighure, fornisce un alibi perfetto al G8. Senza i cinesi, decisioni sul clima non se ne possono prendere. E così, visto che il Major economies forum, vertice del G8+5 che discute di clima, sceglierà (si riunisce domani) di non assumere impegni assoluti nel medio termine (tipo: taglio delle emissioni del 20% entro il 2020), sembra che nemmeno gli otto si prenderanno la briga di decidere qualcosa. Nel documento finale ci dovrebbe essere un richiamo alla volontà di non far aumentare nel 2050 la temperatura di più di due gradi rispetto al 1900. Un impegno lontano, non vincolante e privo di passaggi concreti. Qualcuno dice che è già qualcosa perché è la prima volta che si può scrivere qualcosa sul clima a un G8. La novità sta nella presenza di Obama e del diverso modo di vedere le cose in materia ambientale rispetto a Bush.
Per quanto riguarda la lotta alla povertà, ci sarà un impegno di 13 (o 23?) miliardi di dollari. Il problema è che gli impegni presi al G8 scozzese di Gleaneagles sono spesso rimasti lettera morta - particolarmente vero per l'Italia, meno per la Gran Bretagna, che su questo spinge molto anche qui. Quindi, dire che si spenderà per la sicurezza alimentare non vuol dire che i soldi verranno stanziati. Si aggiunga che i soldi non sono abbastanza, la Fao ritiene dovrebbero essere molti di più. Vale a L'Aquila un altro elemento che è una costante di questi vertici. Ciascun Paese, quando spiegherà di aver adempiuto agli impegni per la fame nel mondo userà trucchi contabili con i quali dimostrerà - facciamo un esempio - che un finanziamento alle proprie università su qualche coltivazione da far crescere con poca acqua è un finanziamento contro la fame nel mondo. Vero nel lungo termine, ma falso se parliamo degli interventi di aiuto a chi muore oggi di fame.
Per il resto regna davvero il caos. Alla richiesta su quando e come ci si potrà prenotare per le conferenze stampa la risposta degli addetti è "non lo so, non ci dicono niente". L'addetto stampa giapponese gira lui per i tavoli a distribuire l'agenda del ministro (di solito c'è un tavolo dove c'è l'agenda aggiornata e qualcuno che ti spiega come e dove). E per finire, anche persone che si sono prenotate per le conferenze stampa, non sanno come e dove e non sanno se potranno parteciparvi. In questo momento, in sala stampa, l'amplificazione diffonde uno che parla in russo mentre sugli schermi scorrono immagini di Berlusconi e Merkel che passeggiano. Nessuno sa chi sia e non c'è nessuna traduzione. Ah, per adesso la terra non ha tremato.

6 luglio 2009

La riforma si può fare

In un editoriale chiaro e breve il premio nobel Krugman spiega perchè la riforma della sanità non solo si può fare ma è un compito meno improbo di quanto non sia sembrato finora (anche a noi, leggete qui). Prima di tutto perchè i nuovi assicurati sarebbero prevalentemente adulti e quindi la categoria con meno bisogno di cure. In secondo luogo perchè oggi chi non è assicurato spesso non paga il conto e questo costo viene scaricato sugli assicurati con polizze più alte. Una tassa nascosta che a volte può essere anche considerevole. Terzo, perchè il costo di un milione di miliardi di dollari in 10 anni significherebbe un aumento di tutta la spesa sanitaria di solo il 4%. Un importo che secondo Krugman si può recuperare tagliando le "convenzioni" tra i programmi di assistenza pubblica e certi ospedali privati e riducendo la spesa per cure la cui appropriatezza non è fondata scientificamente. Oggi infatti in America non solo ci sono molti non-assicurati che hanno troppo poco, ma ci sono anche gli assicurati che, siccome pagano, finiscono per curarsi troppo con terapie di dubbia utilità. Questo ragionamento basterà a smontare le perplessità di molti democratici e la decisa opposizione dei repubblicani? Certo è che se il presidente non porterà a casa la riforma le sue chance di ri-elezione si ridurrebbero parecchio.

1 luglio 2009

Quota 60 in Senato, ambiente e “pork barrel spending" e Chavez vs. Obama


1. Il risultato finale era molto meno importante di quello della Florida nel 2000, ma stavolta la Corte Suprema (del Minnesota) ha dato ragione ai democratici: il riconteggio, i ricorsi e la battaglia giuridica hanno assegnato il seggio senatoriale al partito di Obama (qui potete ascoltare il superconservative Rush Limbaugh definire il recount uguale a quello dell'Iran nel suo show radiofonico). Al Franken è il nuovo senatore dello Stato del nord dove i repubblicani avevano tenuto la convention. Mentre ai dem è riuscito di strappare il seggio del Colorado, qui è andata diversamente. Il rivale di Franken, un ex comico piuttosto liberal, era Norman Coleman, fino a ieri una figura pesante del Grand Old Party. Il dato cruciale è che il partito di Obama raggiunge quota 60 senatori ed ha una maggioranza a prova di filibustering (ostruzionismo). Su Al Franken: potrebbe diventare uno dei nemici preferiti del GOP, scrive Matthew Cooper su Atlantic. Certo, la maggioranza democratica ha dato prova di riottosità e dunque un voto in più è cruciale ma non blinda Obama (è pur vero che di fronte a una possibile vittoria cruciale del Gop su uno dei grandi temi il partito dovrebbe ricompattarsi). Un fatto comunque importante ora che al Senato arrivano le leggi sull'energia e comincia il difficile dibattito sulla riforma sanitaria. A proposito si sanità, ecco un articolo da Slate che ci spiega perché i sondaggi sulla sanità non sono affidabili (in breve: se ti chiedo: “Pensi che tutti dovrebbero avere il diritto?" Tutti risponderanno si, se chiedo "Paghi troppo per l'assicurazione?" sarà lo stesso, non c'è coerenza del pubblico in una materia tanto complessa. Ergo: provare, trovare una maggioranza e aspettare di vedere che succede). E un commento a favore della nascita di un'assicurazione pubblica in competizione con i privati dal liberal The New Republic.
2. Qui sotto parliamo dell'energy bill. La legge non è malaccio, ma come spesso accade nella politica Usa (e nella Finanziaria italiana), nel testo si nascondono spese e aiuti a settori, Stati, categorie che hanno fatto pressione sul loro rappresentante (o che questi ha chiesto per corteggiare i suoi elettori. E' il prezzo per ottenere la maggioranza su un voto cruciale e difficile, ma non è la riforma della politica promessa da Obama. Ecco cosa dice il New York Times in materia. La pratica di inserire nelle leggi spese inutili e/o nascoste si chiama pork barrel spending. Il Washington post ci racconta di come il senatore delle Hawaii abbia consentito che una banca locale sull'orlo della crisi abbia ricevuto 135 milioni di aiuti federali senza rispondere ai criteri. Molti hanno lavorato per ottenere fondi alle banche locali.
3. Chavez accusa gli Stati Uniti di aver orchestrato il golpe in Honduras. E' un'accusa fuori tempo massimo. Un golpe da operetta, per quanto violento, non aiuta la causa di coloro a cui piacerebbe cambiare segno alla politica latinoamericana. La reazione di Obama e quella dei govenri moderati del continente lo dimostra. Ecco un articolo critico verso i democratici, troppo timidi e lenti nel condannare il golpe (da The Nation) - ma per quando ancora sulla prima del sito, dev'essere precedente alle parole del presidente, che sul passato modo di fare degli Usa è stato chiaro con gli iraniani, figuriamoci nell'ex cortile di casa. Qui il NYT difende Obama.

30 giugno 2009

Notizia vecchia ma buona: prima approvazione per la legge sul clima

In teoria si trattava di uno degli architravi della politica economica in salsa Obama. Poi sono collate le borse, è arrivata la recessione ed è saltato in aria il modello indebitati e consuma. E così l'investimento in tecnologie ambientali non è più al centro del dibattito politico Usa. Prima o poi lo sarà perché, su questo non ci piove, per smetterla di invadere un Paese del Medio oriente ogni tre anni, rilanciare l'industria dei trasporti (se non solo dell'auto) e cercare di disinquinare un poco, gli americani dovranno imparare, copiare, innovare e provare a diventare il centro propulsore della rivoluzione verde come lo sono stati di quella informatica. La notizia è che La Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato con 219 voti e 212 contrari una legge che pone severi limiti ai gas inquinanti e prevede una riduzione delle emissioni dell'83% entro il 2050 (l'analisi dell'Associated press e quella di Time) Il provvedimento, che ora passa al Senato, non ha avuto il voto di 44 deputati democratici. Miopia, opposizione interna, moderatismo non meglio spiegabile se non per opportunismo. La legge è moderata ma affronta il tema in maniera generale e somiglia a cose che in Europa si sono già fatte nel tempo e a piccoli passi (in Europa non si negava l'effetto serra, né si sperava di salvare l'industria dell'auto producendo SUV).
Il presidente americano ha parlato di "passo coraggioso e necessario che getta le premesse per la creazione di nuove industrie e milioni di posti di lavoro, riducendo la pericolosa dipendenza dal petrolio straniero". Il pacchetto di 1.200 pagine prevede anche un passaggio graduale alle energia pulite. I critici sostengono che obiettivi così drastici porteranno alla perdita di milioni di posti di lavoro nei prossimi anni, i sostenitori che ci sarà un passaggio di posti di lavoro da settori aretrati a nuovi settori. La legge impone alle società di servizi elettrici di offrire una percentuale crescente di energia da fonti rinnovabili, dall'eolico al solare. Nuove regole anche per il settore edilizio, con misure per migliorare l'efficienza energetica e ridurre i consumi. Già, che fine ha fatto il piano casa di SB?? Non serviva come strumento straordinario per rilanciare l'economia? La politica Usa non è particolarmente veloce, ma già in questi giorni il Dipartimento dell'Energia ha fissato nuovi parametri di efficienza energetica per gli edifici pubblici: risparmio di soldi, meno consumi, meno inquinamento.
Ultimo tema, la politica. Vista la riottosità del partito, l'approvazione della legge è considerata un successo di Obama. Negli ultimi giorni, il presidente e Pelosi si erano dati un enorme daffare (ecco l'analisi di Politico). A proposito di politica: Paul Krugman chiama coloro che hanno votato no, traditori del pianeta. Ma si sa, il premio Nobel dell'economia è un pazzo estremista.