30 aprile 2008

Glossario della crisi economica/3. SUBPRIME 2.0

Titoli salsiccia, cartola- rizzazioni, obbligazioni.. come il caos dei mutui, tecnica- mente, contagia il mercato finanziario di tutto il mondo. Terza puntata del "Glossario della crisi economica" spiegato ai comuni mortali (a cura di Matteo Dian). Si parla ancora di mutui, di subprime: il fattore scatenante di una crisi che dipende dall'assoluta deregolamentazione del sistema finanziario americano. E scoprirete che nella finanza non ci sono mele marce ma salsicce infette.

Troppi danni, poca politica: Obama scarica il reverendo Wright

Stavolta è troppo, deve aver pensato Barack Obama. Il reverendo Wright, come un bambino che si diverte a fare i dispetti, è tornato in pubblico per ribadire le sue verità nella forma comunitaria-radicale che funziona per infiammare una platea tua, non a convincere chi non è già con te. Un nuovo, bel danno per il senatore (n.b. il video che vedete viene da Fox news, che non ci pensa su due volte a mandarlo in diretta). Dopo un giorno in cui, tutti i media americani pubblicavano editoriali sulle nuove uscite di Jeremiah, Obama ha dovuto prendere uscire allo scoperto e scaricare in forma secca il reverendo. Ecco la cronaca del Washington post. E così una figura che ha affascinato il giovane e disorientato Obama e che questi ha difeso fino all'ultimo, fedele a se stesso e alla sua immagina, rischia di essere un guaio vero. Specie a ridosso del voto cruciale in Indiana (ecco una cronaca-reportage dal blog della Reuters che mostra come Wright sia un danno)

Il mondo di Barack e quello di Hillary


E' un mondo sempre più ostile per gli USA. Come osserva l'Economist, dopo l'attentato a Karzai è oramai chiaro che l'Afghanistan si sta trasformando in un nuovo Iraq: guerra asimettrica e attentati nelle città. Il comandante di battaglione Gian P. Gentile, che in Iraq ci ha combattuto due volte, spiega che il surge ha funzionato temporaneamente solo grazie ai soldi dati alle forze tribali e ad un accordo politico con Moqtada al Sadr che ora non c'è più. La situazione, prevede lui, si risolverà all'americana: con una guerra civile in cui una parte del paese prevarrà sull'altra.
In questo mondo ostile Hillary Clinton preparà già, chissà quanto consciamente, una nuova guerra. Quella che il Boston Globe definisce la "dottor Stranamore" della politica americana ha dichiarato di recente che gli USA sotto la sua presidenza "distruggerebbero" l'Iran se questo attaccasse Israele. Obama, che pure aveva in passato minacciato l'uso dell'atomica contro al-Qa'ida, ha esposto il suo approccio "anti-dottrinario" in politica estera in una intervista a Newsweek:la questione non è fare la guerra agli "islamo-fascisti"ma togliere le armi di distruzione di massa ai terroristi; gli Stati Uniti continueranno a promuovere "il bene" nel mondo ma rispettando le tradizioni e i ritmi dei paesi in cui operano; infine, in Medio Oriente la scelta non è solo tra dittatori ed islamici radicali.

29 aprile 2008

E mo' l'americano chi lo fa?


C'hanno tolto Ciccio Rutelli che pareva Albertone nazionale, c'hanno abbattuto Uolter Weltroni che pensava che Nancy Brilli era come Marilyn (la ypsilon d'altronde c'è in tutti e due i nomi).. E noi che facciamo? Ci hanno lasciato solo Zingaretti che è il fratello di Montalbano, mica di Harrison Ford.. mannaggia..

La migliore analisi della politica romana su piazza è quella di Diego Bianchi, in arte Zoro. Dura dieci minuti ma va visto, anche se è molto crudo. Nel suo video dal comizio di chiusura di Walter Veltroni a Roma, in piazza del Popolo, un'analisi senza appello della politica italiana (e romana). Walter si è scordato il suo popolo.. ecco il link (con il supporto realizzativo di Paolo Virzì).

La nuova frattura culturale

Sul New York Times David Brooks propone una lettura nuova e affascinante delle elezioni americane, che qualcosa dovrebbe dire anche agli stanchi e vecchi leader del centrosinistra nostrano: la demografia conta e decide il voto. Una volta, dice Brooks, gli americani guardavano gli stessi programmi tv, leggevano le stesse riviste e i loro bambini giocavano insieme. Poi il paese si è diviso, i gruppi sociali sono diventiti tribù. Oggi la grande divisione è tra chi ha studiato e chi no, tra chi vota Obama e chi vota Clinton.
Jay Cost
cerca di indagare ancora più a fondo e ricorda le vecchie analisi analisi qualitative che studiò all'università, quelle in cui il ricercatore si sedeva a tavolino e parlava con la gente. Col tempo sono state sostituite da quelle quantitative: il ricercatore è seduto davanti ad un pc e legge i sondaggi. Il risultato è che sappiamo chi vota per chi, ma non perchè. La politica risponde a questo con più spot e più campagna elettorale, ma evidentemente non basta per spostare voti. Infatti, Cost dimostra che i voti non si spostano e le tribù continuano a votare come avevano già deciso.

28 aprile 2008

Largo ai giovani, ma non basta

Il Washington Post cita uno studio dell'università di Harvard e un sondaggio della CBS e di MTV per dire che questa volta, forse, i giovani conteranno: in alcune primarie la loro partecipazione al voto è triplicata, in Tennesse è addirittura quadruplicata. A smuoverli, in gran parte verso Obama, è la sensazione di avere davanti una vita peggiore dei propri genitori, un fenomeno parecchio italiano.
Ma questa mobilitazione, secondo Politico, potrebbe non bastare al senatore dell'Illinois per essere ritenuto presidenziabile: i giovani elettori sono ancora un numero più basso degli anziani con basso titolo di studio, che votano in gran parte per Clinton. Ciò che Obama perde in questa categoria non riesce a recuperarlo tra chi ha tra i 18 ed i 29 anni.

1974/2008: la fine dell'era di Reagan. L'involuzione conservatrice dice qualcosa anche all'Italia

"The Age of Reagan: a History, 1974 - 2008", è il titolo di un volume in uscita negli Stati uniti nel prossimo mese. L'autore è un celebre storico di Princeton, Sean Wilentz. Non si tratta di un intellettuale neutrale: è molto vicino ai Clinton e ha attaccato più volta Barack Obama nel corso di questa campagna elettorale. Anche se non amiamo Hillary, la tesi però ci trova concordi: comunque vada, vinca persino McCain, la coalizione conservatrice è al capolinea. Lo sosteniamo da quando abbiamo aperto questo blog tre mesi fa. Non sappiamo se una nuova coalizione progressista prenderà effettivamente il suo posto, ma all'involuzione del pensiero conservatore è difficile rimediare.

Paradossalmente il primo a rendersene conto è stato, in Italia, Giulio Tremonti con il suo "La paura e la speranza". I figli di un'ideologia minore come quella della Terza via, composta da chi negli anni '90 credeva da sinistra di governare il mercato e la globalizzazione, non riesce nemmeno a vedere i problemi che il pragmatico Tremonti può almeno discutere. Oggi serve una riflessione libera: quella debole del centro-sinistra italiano è ancorata a dogmatismi effimeri, un liberismo buonista fuori tempo massimo che non gli permette di capire nemmeno in che paese vive. Se non riuscirà a capire che il pensiero della rivoluzione conservatrice è in crisi - dopo averlo rincorso e rimasticato per anni - non uscirà mai dal pantano. Qui trovate un lungo articolo apparso su The New Republic che anticipa le tesi di Wilentz sulla fine del reaganismo.

MCain e la religione: primo attacco a Wright e amicizie impresentabili


Per giorni aveva evitato di toccare la questione Wright. Poi ha cominciato ad usarla. John McCain, che perse le primarie e la nomination nel 2000 contro Bush grazie alle porcherie messe in giro dalla campagna del presidente in carica, sta imparando i trucchi “à la republicaine". Ecco un resoconto del New York Times. Lo stesso Wright ieri è uscito allo scoperto per difendersi. Come a volte accade a questo tipo di personaggi, la sua difesa-contrattacco non è delle più azzeccate: ha ragione, ma non è furbo, il suo è davvero un messaggio comunitario (ecco il video, guarda un po' su un sito che si chiama hip-hop.com). E a proposito di McCain, porcherie e religione, ecco un breve ritratto comparso su Liberazione dei pastori Parsley e Hagee, giovane e vecchio della destra religiosa che hanno ufficialmente appoggiato il senatore dell'Arizona. C'è chi teorizza agostininianamente che il 9/11 l'ha voluto Dio per far partire la crociata contro l'Islam e chi pensa che Katrina sia una punizione agli omosessuali.

Democratici: un milione di registrati al voto in più negli ultimi Stati delle primarie


Il partito repubblicano deve essere preoccupato. Non solo il suo presidente ha battuto il record negativo di approvazione da quando questo dato viene rilevato, ma il partito avversario sta battendo record su record in termini di registrazione al voto. Ecco una lunga analisi del Washington post. E il vero sforzo per la registrazione non è ancora partito.

25 aprile 2008

E adesso tutti in Indiana e South Carolina. E se già fosse tutto finito?

La notizia è breve ma interessante perché dice qualcosa dello stato reale della corsa democratica. Gabriel Guerra-Mondragon, ambasciatore in Cile ai tempi dell'amministrazione Clinton e importante raccoglitore fondi della campagna di Hillary, è passato a raggranellare fondi per Barack Obama. Le sue motivazioni non hanno a che vedere troppo con le scelte politiche o gli interessi, Guerra-Mondragon spiega di essere amico dei Clinton ma di essere “prima di tutto" membro del partito democratico. E secondo lui, l'ex first lady non ha possibilità di superare Obama. Meglio cominciare a lavorare per le presidenziali dunque. Il senatore dell'Illinois vende come certa la sua vittoria con la campagna di massa e in 50 Stati di registrazione al voto. Il messaggio non è solo un tentativo di dire “Mi sto già occupando del voto vero, quello di novembre", la volontà sembra essere quella di confermare di essere un fattore di cambiamento e partecipazione. La strada potrebbe non essere breve o infernale, per lui e per i democratici, il 6 maggio si vota in Indiana e North Carolina. Il terreno di scontro vero è il primo dei due Stati, nel secondo Obama ha un buon margine di vantaggio - che pure si è andato assottigliando. Tra l'altro l'ultimo sondaggio in North Carolina precede la vittoria di Clinton in Pennsylvania, che certo male non può averle fatto. Il territorio conteso sembra essere comunque l'Indiana, dove Clinton aveva almeno dieci punti di vantaggio fino a metà aprile. Poi Obama è passato in vantaggio, prima di 5 punti, poi di 3 e infine di un solo punto (gli ultimi due sondaggi registrano la vittoria di Clinton). L'analisi di Politico sul perché l'Indiana è un posto dove entrambi hanno buone possibilità di farcela.

23 aprile 2008

Due facce due razze

Christopher Beam su Slate prova a ragionare incrociando il voto in Pennsylvania con le risposte date ad alcune domande degli exit poll. I risultati sono interessanti: il 75% dei bianchi che avevano dichiarato che la razza era importante per scegliere il candidato ha poi votato, guarda caso, per la candidata bianca. In tutto è il 13% dell'elettorato: bianco, che valuta la questione razziale e che ha votato per la Clinton. Che guarda caso ha vinto con un margine del 10%. E' presto per dire che questa è una tendenza, ma bisognerà starci attenti. Nel frattempo, il Washington Post dimostra sempre dati alla mano che la prolungata battaglia per le primarie democratiche rischia di far perdere per strada molti elettori al partito dell'asinello: più di un quarto di chi ha votato Clinton voterebbe repubblicano se venisse nominato Obama mentre il 20% si asterebbe. Anche qui, non è detto che la tendenza si confermi, ma è bene tenerci un occhio.

Only in America


Quando si dice in queste primarie democratiche stanno votando tantissimi elettori come mai si era visto, è anche un po' perché si provano tecniche nuove di partecipazione, come quella nella foto.. Si insegue l'elettore anche dal barbiere! La foto è "rubata" da From the Field, dove trovate altri approfondimenti sulla Pennsylvania. Su Osservatorio Usa i discorsi dei due candidati dopo il voto: come detto la Clinton rafforza le sue ragioni ("solo io posso vincere nei grandi stati in bilico che garantiscono la vittoria a novembre"), ma ricordiamoci che in queste primarie gli indipendenti non potevano votare. Obama è in testa come numero di delegati e tra poco vincerà in scioltezza in North Carolina (che però è uno stato dove i repubblicani a novembre dovrebbero vincere facilmente). Poi l'Indiana, il 6 maggio, sarà di nuovo molto importante. Lì la Clinton è data leggermente in vantaggio.

Ancora lei

Hillary Clinton vince in Pennsylvania con un margine che lascia pochi dubbi: il 10%, poco più di 200.000 voti in una primaria che ha visto triplicare l'affluenza alle urne. Clinton riduce il suo distacco da Obama e rimane in corsa, ma non abbastanza per poter sperare di superarlo nel calcolo nazionale del voto popolare. QuI delegati non sono ancora stati tutti assegnati, un conto importante per capire come è andata la Pennsylvania è anche questo: quanto si è ridotto il gap tra i due? Ora, come dice il Washington Post, la vera battaglia è sui superdelegati: la Pennsylvania conferma l'argomento di Clinton che solo lei può vincere i grandi stati industriali, un refrain sul quale farà leva per convincere i maggiorenti del partito di essere la candidata giusta per la Casa Bianca. Teoria confermata dal guru di George Bush, Karl Rove, su Newsweek. Gli exit poll confermano che Obama ha rimontato leggermente in molte categorie, dagli anziani alle donne ma non abbastanza per superare Clinton. L'ex first Lady ha invece trionfato tra gli elettori cattolici, che in Pennsylvania erano molti di più che in Ohio.

22 aprile 2008

30 sec for Obama, creatività e partecipazione...qualcuno venga a darci qualche lezione

MovOn è un'organizzazione innovativa e originale. Nel 2004 avevano lanciato un concorso: Bush in 30 secondi, chiedendo di mandare spot di quella lunghezza che hano caricato sul loro sito e fatto votare. Lo spot vincente è andato in Tv grazie ai soldi raccolti on-line dalla stessa MoveOn. Quest'anno lo rifanno per un video pro-Obama (si sono schierati dopo aver fatto un referendum tra gli iscritti). I video arrivati sono 1100, per una settimana da oggi sarà possibile votarli e poi, i finalisti verranno giudicati da una giuria con dentro politici progresisti, star del cinema e della musica, guru della comunicazione. E' arrivato di tutto, dal professionale al meno che casereccio. Dalle idee originali, alla retorica più o meno presa dalla campagna dello stesso Obama. Con questa idea si mobilitano creativi e non, si mette la gente a fare una cosa divertente, si vota democraticamente, si raccoglieranno soldi e si da alle star un ruolo legato al loro lavoro. Radicamento sociale e partecipazione? Need some?

Pennsylvania 22 aprile 2008/2


Un secondo approfondimento in italiano. O meglio un articolo uscito oggi su Liberazione, un po' di ripetizioni rispetto al precedente e una forma letteraria (si fa per scherzare) diversa. Il tema è il solito: coalizioni e territori per tentare di strappare più voti e/o più delegati (che alla fine contano quelli).

Pennsylvania, dalle parti di Scranton, dove pioveranno voti per Hillary

Così racconta Politico, parlando della cittadina industriale casa di suo padre e delle zone intorno. La vecchia Pensylvania industriale dove il vantaggio di Clinton è di quasi 30 punti. Politico ci suggerisce anche cosa guardare quando i dati del Keystone State cominceranno ad affluire.

Il costo dei consulenti

Secondo il Washington Post, la campagna di Hillary Clinton ha già un grosso problema ancor prima di sapere i risultati delle primarie di domani: deve un sacco di soldi ai suoi consulenti politici. Solo Mark Penn ha un credito di 4,6 milioni di dollari nei confronti dell'ex-first lady. Comunque vada domani, la senatrice ha sempre più problemi finanziari: non solo racimola poco, ma quel poco che raccoglie lo deve spendere per pagare i debiti.

21 aprile 2008

Appoggi da tutte le parti: Financial Times e Michael Moore per Obama


La notizia è semplice: l'editoriale del quotidiano economico più prestigioso e il grassone un po' dimagrito di Flint decidono che il senatore deve essere il candidato. In un caso si dice che i due sono quasi identici sui grandi temi ma Obama è in testa ed molto più carismatico. Nel secondo, scrive Moore sul suo sito, caso c'è la delusione per Hillary, specie dopo l'ultimo dibattito, quando Clinton ha tirato in ballo il leader nero musulmano Farrakhan, che sarebbe legato a Jeremiah Wright. Un metodo giudicato inaccettabile, repubblicano. Non una scelta ma una non scelta, dunque.

Pennsylvania, 22 aprile 2008


Tutto, ma proprio tutto, quello che serve per capire le primarie della Pennsylvania di domani. Cosa c'è in gioco sotto ogni punto di vista. Leggete la nostra scheda in approfondimenti.

Rimonte e miracoli


Come spiega molto bene il sito della Bloomberg, ad Hillary Clinton non resta che sperare in un miracolo per avere la nomination. Dovrebbe infatti vincere in Pennsylvania con un margine di più di 25 punti e poi impossessarsi di West Virginia, Kentucky e Puerto Rico con distacchi superiori al 20%. L'affluenza alle urne dovrebbe più che raddoppiare per permetterle di ridurre il distacco di 800.000 voti che ha ora a livello nazionale nei confronti di Obama. Tutto questo considerando che ha raggranellato un quinto dei fondi del suo rivale nel mese di aprile. Insomma, anche qui la rimonta è "praticamente impossibile" come la definisce il Financial Times.

La millenial generation una chiave per le elezioni?

Lo hanno detto in tanti, sta- volta i giovani vote- ranno di più e pos- sono pesare. Lo si è visto qua e la nelle primarie democratiche, quando la macchina di Obama è riuscita a portarli al seggio in numeri importanti. A novembre peseranno di più e se si tiene conto che nel 2006 hanno votato per i dem 60 a 30, potrebbero essere un fattore cruciale. I libri e le analisi sui nati dopo il 1980 si sprecano: Youtube, blogs, Facebook e compagnia cantante. Con quest'elezione andremo oltre i baby-boomers e i depressoni della GenX? Speriamo bene, in Italia i giovani - badate, chi scrive è fuori categoria - restano tragicamente ai margini. E i risultati si vedono non solo in politica. Ecco il sito di Millennial makeover un libro che affronta il tema e la recensione del San Francisco chronicle.

20 aprile 2008

La Pennsylvania, i Reagan democrats e la piccola Hazleton. Un reportage che forse parla della politica italiana


Martedì prossimo si vota di nuovo. Dall'inizio delle primarie questa è stata la pausa più lunga. Il primo scontro è come è spesso accaduto fino ad oggi, per la conquista di territori ritenuti favorevoli dai due candidati: Philadelphia, più nera, laureata e giovane per Obama, le contee dove le grandi industrie non ci sono più per Hillary - che può vantare una famiglia paterna locale, di Scranton. Queste zone sono abitate prevalentemente da quel tipo di classe sociale che venne chiamata Reagan democrats: lavoratori e conservatori. Di quelli ha parlato Obama nella sua gaffe sull'amarezza di vivere in città senza lavoro. The Nation ci offre un reportage da Hazleton, già città mineraria di antica immigrazione irlandese, tedesca e italiana dove nelle elezioni politiche e amministrative i democratici vincono sempre due a uno, sindacalizzata nonostante le miniere abbiano chiuso dove il repubblicano Barletta ha vinto due volte di seguito la poltorna da sindaco. Come mai? Le sue ordinanze sull'immigrazione, così dure da divenire caso di dibattio nazionale ed essere copiate da altri amministratori locali. Se togliete la crisi del carbone e aggiungete la competizione internazionale forse Hazleton vi fa venire in mente qualcosa.

19 aprile 2008

Il potere del magnetofono: dopo Obama su religione e fucili, Hillary sulla pericolosità di MoveOn

La campagna non ha smentito. Del resto l'Huffington Post carica l'audio del discorso di Clinton durante una serata di fundraising. La senatrice attacca i liberal di MoveOn, per essere contro l'Afghanistan e un po' pericolosi. Cerca di convincere gli avventori che le servono i soldi per contrastare l'avvento dell'estrema sinistra alla Casa Bianca. MoveOn raccolglie fondi per Obama e ne raccoglie tanti e questo non va giù a Hillary. Eppure, l'organizzazione ha sostenuto il marito quando era nei guai.

18 aprile 2008

Sostegno pesante, il carnet di Obama si allunga

Chi guardi la Tv americana avrebbe avuto pochi dubbi. L'ex segretario al lavoro di Bill Clinton Robert Reich, oggi professore a Berkeley, fa spesso l'esperto di economia come ospite televisivo e i suoi interventi fanno pensare a una simpatia pro Obama. Ma, come del resto Bill Richardson, Reich ha fatto il ministro di Bill ed è un amico di famiglia dai tempi dell'università. E' pur vero che l'incarico di Reich con Bill è finito al termine del primo mandato, poi il pragmatico presidente ha fiutato l'aria è si è buttato a destra. Comunque sia, il professore, politico e commentatore Tv annuncia l'appoggio per il senatore dell'Illinois (sul suo blog ci spiega perché).

Altro caso, meno simbolico ma forse più pesante è quello dell'appoggio di Sam Nunn, ex senatore della Georgia, anzi di Macon (un posticino molto zio Tom), conservatore in materia etica che votò contro la prima guerra del Golfo ed è tra i fondatori del Democratic Leadership Council, corrente della terza via nata a metà anni 80 che preparò l'avvento del clintonismo. Oggi dirige il NTI, centro per il disarmo (non unilaterale, per carità) e da anni lavora per la riduzione della minaccia nucleare. L'Economist arriva addirittura a proporlo nel ticket come Obama: aiuterebbe parecchio a vincere nel sud e rafforzerebbe il candidato democratico sul versante della sicurezza nazionale.
Profilo simile quello di David Boren, anche lui ex senatore (Oklahoma), anche lui conservatore del Sud, anche lui contro la guerra del 1991. Josh Marshall su Talking points memo fa notare che i pezzi grossi degli Stati rurali e del Sud sono tutti con il senatore dell'Illinois.

I delegati di Florida e Michigan e il comitato di Dean


La campagna di Hillary per riammettere i delegati di Florida e Michigan alla convention nazionale democratica va avanti. Ma né lei, né Obama hanno i numeri per decidere nel credentials commitee, l'equivalente di una commissione garanzia nei congressi di partito (quando si facevano). E così il potere di scegliere una soluzione sarà nelle mani di un comitato di 25 persone nominato da Howard Dean. Su Politico una scheda per ciascuno dei 25, ci sono uomini e donne emanazione di Dean, molti superedelegati e qualche finanziatore pro Obama e meno pro Clinton. Qualche indeciso. La bilancia si sposta anche in questo caso dalla parte del senatore dell'Illinois: non solo ci sono più dei suoi, ma le regole del partito volute da Dean dicevano che i delegati degli Stati ribelli no n avrebero avuto diritto di voto. Se il caso della Florida è più controverso - Obama era sulla scheda - quello del Michigan non ammette slalom: dei tre contendenti (Edwards era ancora in ballo) solo Hillary era sulla scheda e dopo aver preso l'impegno di non correre. I 25 probabilmente troveranno un compromesso che salvi il raporto del partito con gli elettori dei due Stati , ma non così sfavorevole nei confronti del senatore.

17 aprile 2008

Ed ecco la reazione di Obama ai colpi di ieri

Oggi ben 5 post sul dibattito di Filadelfia e il "bittergate", ma si tratta di un momento cruciale per la strategia "muoia Sansone e tutti filistei" di Hillary Clinton. Qui la reazione di Obama nel suo ambiente naturale, la sua gente: attacca la Clinton e i giornalisti (qui è in North Carolina). Tutti la stessa cricca di Washington che nessuno sopporta più, disonesti e lontani dai problemi del popolo americano. Funzionerà?

I peggiori del dibattito di Filadelfia? I giornalisti

Secondo molti il livello tutto sommato basso del dibattito di ieri sera è dipeso dall'arroganza e dagli attacchi gratuiti contro Obama dei due giornalisti della Abc, George Stephanopoulos e Charles Gibson. Il picco più basso? Chiedere perché Obama non porta la bandiera americana sul risvolto della giacca. Un articolo contro l'Abc su tutti dal Guardian. Comunque vada, Obama si dovrà abituare.

L'errore di Obama/2

Il "bittergate" di Obama è lo tsunami di questa settimana; ieri i giornalisti dell'Abc, tra cui un ex-dell'entourage di Bill Clinton come George Stephanopoulos, hanno colpito duro Obama senza infierire più di tanto su la Clinton. Questa storia mette in difficoltà Obama più di quella del reverendo Wright: fino a ora si è presentato come l'uomo nuovo contro l'establishment, adesso rischia di diventare l'ennesimo liberal che non capisce il popolo. Sarebbe un colpo molto forte, che metterebbe a rischio l'aura di santità e novità di Obama. Il voto della Pennsylvania fornirà lumi.

Il capolavoro di Obama sarebbe stato quello di allontanare dal centro della scena il tema dei "valori", indebolendo la presa culturale di una coalizione conservatrice in crisi per colpa dell'economia e della guerra in Iraq. Gli autori americani che si sono occupati di questi temi (i "value voters", i "Reagan democrats" ecc. ecc.) sono molti: Texeira, Kuhn, Frank, Krugman, Schaller, Bartels (vedi qui sotto) e i democratici si trascinano dietro questa discussione da molto tempo. Negli ultimi due anni il dibattito si è riaperto grazie a "What's the Matter with Kansas?" di Thomas Frank. Il dilemma è il più grande di tutti: come, e con chi, i democratici possono vincere le elezioni? Quali gruppi sociali saranno determinanti e con quali parole d'ordine? Puntando su quali aree del paese? Rileggetevi qui la rassegna di Marco Polo. E ancora l'articolo di Timothy Noah che appare su Slate, anch'esso citato su Marco Polo. Nell'articolo di Noah trovate la guerra a colpi di paper (scaricabili) tra Rich e Bartels.

L'errore di Obama? Aver creduto allo stereotipo dell'America conservatrice

L'errore di Obama non è aver detto quello che ha detto (l'amarezza e la frustrazione caratteriz- zano le piccole città della Pennsylvania dove l'economia va male: inascoltati dalla politica, ci si rivolge a Dio e alle armi). L'errore è quello di aver dato per buona - in modo ineluttabile - la rappresentazione che i repubblicani offrono dell'America.

Dati alla mano, un interessante articolo di Larry Bartels (un professore di Princeton) spiega come la popolazione con redditi bassi non sia affatto più affezionata alle armi e alle battaglie anti-abortiste di chi guadagna più di 60 mila dollari l'anno, ha un alto grado di scolarizzazione e vive in una tranquilla suburbia. Anzi, è il contrario. I conservatori però hanno saputo dominare il discorso pubblico in America, e il modo in cui gli stessi americani si rappresentano (compreso Obama). Si tratta di pura ideologia, intesa alla vecchia maniera di Marx: falsa coscienza.

Il triangolo no/3. Il dibattito di Filadelfia danneggia i democratici

Obama ha detto quello che tutti noi pensiamo e che in pubblico pare non si possa dire: la religione (e le carabine, nel caso americano) in politica è usata come oppio dei popoli. Si agita il diritto alla libertà di possedere armi usando argomentazioni mitologiche relative alla Costituzione americana; si usano come strumenti elettorali temi "etici" (ricordatevi l'uso dei referendum contro il matrimonio omosessuale nel 2004). E' il cosiddetto microtargeting, l'attivazione selettiva di minoranze organizzate della società americana, non il sentimento di un popolo. Il quale farebbe bene (e lo sta facendo..) a preoccuparsi dell'economia. Obama è sulla difensiva ed è messo in croce per quello che ha detto (Qui il video che Hillary ha mandato in onda contro queste dichiarazioni). Anche ieri, nel dibattito di Filadelfia, è andata così, soprattutto nella prima parte. Chi ne trae giovamento?

McCain: ha capito che si può picchiare duro con il vecchio populismo alla Reagan, anche contro il nuovo messia Obama (qui una sua richiesta - in video - a Obama: chieda scusa per quello che ha detto). E Dick Morris, il celebre consigliere politico di Bill Clinton, consiglia McCain di insistere con un bell'approccio populistico. La breccia si è aperta: e basta ascoltare cosa dice Hillary "muoia Sansone e tutti i filistei" Clinton contro Obama, per trasformarlo in nuovo Kerry o un nuovo Dukakis.

16 aprile 2008

Al Boss piace Obama: Springsteen appoggia il senatore. Stanotte sfida Tv tra i candidati

Sarebbe stato meglio avere Jon Bon Jovi in New Jersey, ma per parlare all'America bianca e operaia (della Pennsyl- vania) non è male neppure “the Boss" Bruce Springsteen che ieri ha scritto una lettera ai suoi fans per convincerli ad andare a votare Obama perché “immagina l'America che ho cantato per 35 anni". Fino ad ora gli endorsements politici importanti per Obama non hanno funzionato troppo: non Kennedy, non Kerry. Ha funzionato la superstar della televisione Oprah Winfrey, chissà che il Boss non dia una mano in the streets of Philadelphia. Stanotte un altro dibattito, questo blog ha l'ardire di prevedere che sarà come quello di Myrtle beach, in South Carolina, quando i due si insultarono parecchio. Hillary parlerà della Florida, dei commenti di Obama sugli operai e Obama la paragonerà a McCain. Scommetiamo? Per chi ha satelliti o affini il dibattito viene trasmesso da ABC alle 8 eastern time, ovvero alle 2 di notte. Il sito del network dovrebbe darlo in diretta.

Suggerimenti americani

Dopo le elezioni del 2004, vinte nettamente da George Bush, molti americani di sinistra cominciarono a pensare che forse era il caso di emigrare in Canada. Un po' quello che pensano molti italiani oggi: forse è il caso di prendere un aereo di sola andata. I democratici americani che non hanno preso l'aereo non se ne sono pentiti perchè solo 2 (due) anni dopo l'affermazione di quella che sembrava una granitica maggioranza repubblicana, i democratici avevano conquistato di nuovo la maggioranza al Congresso. Dietro questo successo, che poi è la base da cui ripartono le speranze democratiche per le elezioni di novembre, c'era una strategia molto complessa che mirava ad un nuovo radicamento del partito anche nelle zone dove era tradizionalmente debole. E poi, già si vedevano le avvisaglie di quella rinascita del populismo americano che ha fatto più volte capolino in questa campagna per le primarie. Il tutto, tanto per tirarcela un po', era raccontato in un articolo che due degli autori di questo blog avevano scritto tanto tempo fa per la rivista Quale Stato. Sarà il caso di imparare anche questo dagli Stati Uniti? Ai posteri l'ardua sentenza.

Il superdelegato di Roma: per serrare le fila e combattere il relativismo culturale

Questo Papa ha una missione: ristabilire il primato dottrinario della chiesa cattolica e serrare le fila tra i fedeli (in America sulla carta ci sono 70 milioni di cattolici). Poi: chiudere i recinti dove le chiese evangeliche sottraggono fedeli (accade in America latina - ma anche negli Usa, dove si cambia confessione con disinvoltura), combattere il relativismo culturale (un tema che la destra americana comprende bene). Sarà una visita importante: nel suo viaggio - che dura 6 giorni 6 - c'è un condensato simbolico del significato di questo papato: lo vedremo soprattutto quando parlerà ai rappresentanti delle altre confessioni (domani) e quando andrà all'Onu (venerdì).

14 aprile 2008

No We Can't

Siamo in breve pausa post-elettorale (nel senso di quelle italiane). Tra poco torneremo per discutere delle roventi primarie della Pennsylvania del 22 aprile - mai come oggi sbirciare in casa d'altri sarà terapeutico - ma prima dobbiamo verificare che amici e parenti siano ancora tutti in vita, e quanti sono già diretti verso gli aeroporti internazionali.

La lunga transizione italiana è finita: al governo neanche un partito che abbia il più lontano legame con quello che una volta si chiamava "arco parlamentare". Veltroni: più che Obama sembra McGovern... o Michael Dukakis, o Al Gore.. scegliete voi.

La politica estera dopo Bush

L'Economist suggeriva alcune settimane fa, che la politica estera americana non cambierà granchè dopo la fine della presidenza Bush, perchè non se lo può permettere. Prima di tutto, chiudere Guantanamo, come spiega oggi il Los Angeles Times, non sarà una passeggiata: non si può promettere allo stesso tempo di rispettare i diritti umani e di essere un buon comandante in capo. Secondo, le minacce vere o presunte contro gli Stati Uniti crescono e già si comincia ad invocare una dura risposta militare. E' il caso del nucleare iraniano, che viene dipinto a tinte ancora più fosche delle famose armi di distruzione di massa irachene. Vedi per esempio l'articolo di Charles Krauthammer che propone di estendere ad Israele l'ombrello nucleare americano. Un'opzione che i neoconservatori ritengono troppo morbida: secondo il direttore di Commentary solo "l'azione" paga, non le dichiarazioni. Chissà cosa farà Obama, che una volta disse di voler usare l'atomica contro Bin Laden.

Glossario della crisi/2. SUBPRIME

Siamo ancora sul terreno dei fondamentali, i vocaboli chiave della crisi di questo 2008. Dopo il temine "Bail Out" oggi il glossario propone il termine "Subprime". Qui la scheda a cura di Matteo Dian (che non è quello ritratto nella foto).

11 aprile 2008

Dopo Nader ecco l'indipendente libertario di destra: meet Bob Barr


Lo spirito anti Washington è forte e ad incarnarlo sono la novità Obama a sinistra e Ron Paul e gli altri libertari a destra. E a proposito di libertari, Bob Barr (ecco il sito della campagna), deputato della Georgia fino al 2003 ha scelto di correre per la Casa Bianca come indipendente libertario. Dalla sua avrà la macchina e i donatori di Ron Paul. Si dice che farà più male a McCain di quanto il paladino dei consumatori Nader ne farà al candidato democratico. Ecco un sito che spiega cos'è il libertarianesimo

Anno record per le lobby e spese inutili alle stelle (Murtha ancora re del pork barrel spending)


Le lobby continuano a foraggiare Washington con fiumi di dollari, ottenendo in cambio favori e finanziamenti. La trasparenza e legalità del tutto non rende la cosa meno brutta: deputati e senatori gonfiano a dismisura il budget per favorire i bravi finanziatori e i loro territori (c'è un famoso ponte finanziato nel 2005 in Alaska che connette un villaggio di 50 abitanti con un paesino di 8mila, ecco la storia). Il Centre for responsive politics ha diffuso i dati sul lobbysmo, mentre Citizens against governement waste pubblica ogni anno - e mantiene un database - sul pork barrel spending (così si chiamano le spese inutili e clientelari). Il recordman di questa pratica è da anni il vecchio e navigato John Murtha, rappresentante in Pennsylvania, sostenitore di Hillary Clinton e fiero avversario della guerra. Come l'Italia, ma un poco meglio, gli Stati Uniti hanno un problema di deficit, le infrastrutture che fanno schifo e molti poveri. Come in Italia, i soldi si spendono altrove. E questo è una causa importante del successo di Barack Obama - che pure qualche voto un tantino porchettato non se lo è risparmiato.

sesso, bugie e consiglieri politici

There Will Be Blood. Il valzer dei consiglieri politici questa settimana ci ha consegnato un'uscita di scena rumorosa (quella di Mark Penn) e un ingresso che le dice lunga su quanto sangue scorrerà in questa campagna elettorale. A fare la sua apparizione è David Brock, un esperto di media (del quale parleremo meglio in seguito) ed ex-repubblicano pentito che negli anni '90 costruì la storia del Troopergate, uno scandalo a sfondo sessuale che avrebbe coinvolto Bill Clinton quando era governatore dell'Arkansas. Dopo una conversione databile a una decina di anni fa Brock ha cambiato bandiera, e ora si mette al servizio del partito democratico. Gestirà 40 milioni di dollari rivolti a demolire la figura di John McCain (ad aiutarlo nell'impresa il noto finanziere George Soros).

Dall'altra parte Karl Rove è sempre più vicino a McCain: pare sia sua l'idea di organizzare un tour nel paese allo scopo di promuovere l'immagine del patriota-veterano (come nel 2004, sicurezza prima di tutto: che Rove scommetta sul fatto che l'opinione pubblica è in realtà un animale che cambia con incredibile lentezza?). Intanto i repubblicani diffondono i loro sondaggi: McCain è ovviamente in testa.

Questione di soldi

Da dove vengono i soldi della campagna elettorale dell' "outsider" Barack Obama? Da migliaia di donazioni online, dice la vulgata. E' in parte vero, ma c'è un altro lato della verità: ci sono anche i 79 "bundlers", grandi donatori che si impegnano a creare reti di sostenitori da 2.300 dollari ciascuno. Secondo il Washington Post, ogni "rete" deve portare circa 200.000 dollari. Un sistema già adottato a suo tempo da Bush, che divideva i suoi donatori tra "Ranger" e "Pionieri". Con Obama però, per la prima volta, i "bundlers" formano una specie di consiglio politico consultivo, che viene informato delle mosse decisive, come il discorso di Philadelphia. Ma le innovazioni Obamiane non si fermano qui. Secondo il Los Angeles Times, il senatore dell'Illinois had detto basta ad una pratica consolidata di Philadelphia: pagare 10,20,50 dollari ai galoppini che portavano la gente a votare. Non più quindi la politica delle "macchine di partito" ma una schiera di volontari mobilitati grazie al "messaggio" convogliato attraverso internet e tv.