1 dicembre 2008

Ahmed Rashid su Mumbai, Obama e il caos in Asia centrale


Martino Mazzonis (da Liberazione del 1/12)
Ci sono poche persone che conoscono la situazione afghano-pakistana come Ahmed Rashid, giornalista che con il suo "Talebani" - venduto come il pane in tutto il mondo dopo l'11 settembre 2001 - ha spiegato l'ascesa degli studenti coranici afghani. Rashid è da qualche settimana in tour per il mondo a presentare il suo "Caos Asia, il fallimento occidentale nella polveriera del mondo". Il suo è anche un ruolo di esperto per i governi, l'ultimo numero di Foreign Affairs pubblica un suo saggio scritto con Barnett Rubin che tematizza la questione centro-asiatica. La sua preoccupazione è che la crisi afghana tracimi e trascini l'Asia centrale nel caos. Impossibile non partire dall'attentato di Mumbai. "Credo che dietro ci sia al Qaeda. Sembra di capire che si tratta di pakistani che hanno viaggiato fino a Mumbai, ma potrebbero esserci anche complici indiani. Ma la strage è negli interessi strategici di al Qaeda. Le regioni dove è insediata vengono attaccate dai raid americani e dalle operazione dell'esercito di Islamabad su fronti opposti. L'unica arma che i taelebani e al Qaeda hanno a disposizione per far calare la pressione e far spostare le truppe pakistane. Come? Facendo crescere la tensione tra India e Pakistan, in maniera che l'esercito di Islamabad ridislochi le sue truppe in Kashmir. E' lo stesso metodo usato nel 2002, quando le due potenze nucleari finirono sull'orlo della guerra dopo un attentato al Parlamento indiano. E' molto importante che India e Pakistan siano abbastanza intelligenti da non cadere in questa trappola. Non credo che stavolta ci sia il coinvolgimento del governo pakistano o dell'Isi (i servizi segreti militari ndr ). L'esecito sta combattendo i gruppi terroristici e questi, solo un mese fa, hanno compiuto un attentato all'hotel Marriot di Islamabad uccidendo circa cento persone. La questione vera è che il Pakistan è il centro del terrorismo globale. Nelle regioni tribali di confine vengono addestrate persone che vengono dall'Europa, dall'Asia centrale e da altri Paesi".
Nel suo libro Rashid descrive errori e fallimenti dell'occupazione Nato e dell'amministrazione Bush, gli chiediamo di riassumerli. "Il più grande errore americano è stato l'Iraq. Quella guerra ha significato sottrarre energie, soldi, risorse all'impegno primario. Ha assorbito tutto, lasciando niente per l'Afghanistan, che doveva essere il centro degli sforzi americani. Il secondo errore è lo scarso impegno messo nella ricostruzione, nel cambiare le vite degli afghani quando una parte maggoritaria di questi era ben disposta verso le truppe. Le menti e i cuori degli afghani sono stati asciati ai talebani. Il terzo errore è il mancato confronto con il Pakistan e con l'atteggiamento di Islamabad che dava e dà ospitalità ai talebani nelle regioni di confine. L'amministrazione Bush si è rifiutata di vedere cosa facevano i pakistani e ha negato per anni che i talebani fossero una minaccia altrettanto pericolosa che non al Qaeda. L'ultimo errore è aver lasciato per anni tutto il potere ai signori della guerra quando non c'era un esercito afghano in grado di controllare il territorio".
Cosa dovrebbero fare gli Usa allora? "La mia tesi è che l'amministrazione Obama si dovrà preoccupare di studiare una soluzione regionale. I talebani non sono più un fenomeno locale. Ce ne sono in Afghanistan, in diversi Paesi dell'ex Urss e presto scopriremo se anche in India c'è qualche gruppo che sceglie quell'etichetta e quei legami. Per trovare una soluzione la pace in Afghanistan da sola non basta. La guerra è già nella regione nel suo complesso e, dunque, serve una soluzione regionale. Da dove cominciare? Da un dialogo serio sulla questione del Kashmir. L'esercito pakistano è ossessionato dal Kashmir, ritiene che quello sia il suo confine vulnerabile e che la minaccia più grande per il Paese sia l'India e non l'Afghanistan. Perché l'esercito di Islamabad scelga di spostare truppe verso le regioni di confine e sigillarle, deve essere rassicurato sul Kashmir. Questa è la prima parte della soluzione, la seconda è il coinvolgimento del'Iran. Sono molto contento del fatto che Obama abbia parlato di dialogo con l'Iran e che ci sia la volontà di parlare dell'Afghanistan con Teheran come si fa da molti mesi sull'Iraq. Quando parla di inviare più truppe, il nuovo presidente, parla anche di ricostruzione e aumento della presenza del governo afghano. Oggi non possono essere che segnali, frammenti di una politica delineata in campagna elettorale. Ma sono frammenti incoraggianti. Obama ha parlato di soluzione regionale come anche il generale Petraeus. Sono novità incoraggianti. Ad oggi, chi è rimasto in silenzio è l'Europa".
E perché mai potenze regionali con interessi divergenti dovrebbero sedere a un tavolo regionale? "L'ironia di questa situazione è che nessuna delle potenze locali (Pakistan, India, Russia, Iran, Cina) ha interesse ad un Afghanistan instabile. Eppure ciascun Paese promuoverà l'instabilità per tenere lontani gli altri. L'Iran lavorerà contro i pakistani mentre la Russia farà lo stesso per tenere gli americani sotto pressione. Ma nessuno vuole l'instabilità generata dalla presenza dei talebani il cui ultimo segnale è proprio la terribile vicenda indiana di queste ore. Iraniani e russi sono terrorizzati dalla prospettiva che le migliaia di centro-asiatici che oggi combattono tra Afghanistan e Pakistan tornino a portare il caos in casa loro. Occorrerà quindi confrontarsi con i mutui sospetti degli uni verso gli altri. Ma per questo serve un "pacchetto", non si può sperare di arrivare alla pace mentre la Russia e l'India continuano ad armare i loro rispettivi clienti in Afghanistan. E non puoi chiedere a Mosca di smettere di fornire armi ai suoi o agli iraniani di non armare gli sciiti pakistani senza una soluzione complessiva. Una cosa difficile, forse impossibile da raggiungere, ma bisognerà provare".
Un primo passo, per gli Usa è quello di cominciare a trattare con i talebani. "C'è un nucleo della leadership - quella che ha accolto e protetto Osama - che non è assolutamente disponibile a trattare. Molti talebani, però, combattono per ragioni non religiose: per fedeltà al clan o alla famiglia, perché gli americani hanno bombardato il loro villaggio o ucciso un parente. Questa gente non è necessariamente legata all'ideologia della jihad globale. Combatte perché arrabbiata. Con questa gente si può e deve parlare. C'è chi lo fa già: gli italiani ad Herat o gli olandesi nell'Uruzgan. Occorre dividere il fronte e isolare la parte più estrema, dimostrare che non ci sono alternative al negoziato. Gli Usa devono farsi un'idea di come raggiungere questo risultato. Oggi non ce l'hanno. Se domani un comandante talebano si arrendesse finirebbe a Guantanamo. Serve un'amnistia generale, rieducazione, aiuto a ritornare ai villaggi, serve che a chi lascia le armi venga data una formazione. Insomma, serve un piano. Compito degli americani è averne uno".
L'altro grande problema è la politica pakistana: "C'è tensione tra la nuova leadership politica e l'esercito. Su questo non ci sono dubbi. Certamente, se vogliono davvero impegnarsi a combattere l'insurrezione armata delle regioni di confine, dovranno unire gli sforzi. Ma non lo faranno per conto loro. Stati Uniti ed Europa ci dovranno lavorare".

6 commenti:

Lorenzo ha detto...

M... Secondo me un po' i servizi segreti pakistani c'entrano. Facciamo un esempio. La strage di Bologna. I servizi c'entrano o no? La risposta è sì, un po'. Cioè i "servizi segreti deviati" c'entrano.

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