29 aprile 2009

100 giorni e 60 senatori

Oggi sono 100 giorni che Barack Obama è alla presidenza. Un inizio impegnativo sia per i problemi che ha dovuto affrontare sia per le iniziative messe in campo: il pacchetto di stimolo dell'economia, l'estensione dell'assicurazione sanitaria ai bambini poveri, l'equiparazione salariale tra donne e uomini, l'inizio della discussione sul servizio sanitario universale solo per citare alcune misure e trascurando del tutto la politica estera che merita un discorso a parte. Ecco la sintesi -analisi del Washington Post, che in un altro articolo spiega come sia stata proprio la battaglia sullo stimolo fiscale a determinare la strategia del presidente: ha capito che non poteva contare sul consenso bipartisan dei repubblicani e che era il momento di fare come aveva fatto nella campagna e cioè puntare direttamente a costruire consenso nel Paese. Poi, certo, all'epoca aiutò parecchio il voto di un senatore repubblicano della Pennsylvania: un tale Arlen Specter (nella foto) che votò a favore facendo infuriare il suo partito. Da ieri questo uomo è proprio passato tra le fila dei democratici, rendendone a prova di ostruzionismo la maggioranza in senato. Una sveglia per i repubblicani, che secondo Dan Balz dovrebbero ora rendersi conto che stanno diventando un partito puramente conservatore e solo del sud del Paese. La stessa preoccupazione che mostra il Wall Street Journal, vicino proprio ai repubblicani, che spiega come nelle elezioni del senato del 2010 potrebbe andare anche peggio: molti dei seggi in palio sono in stati dove i democratici sono andati molto bene nel 2008. Si calcola un'avanzata di un paio di seggi, anche nel caso la situazione economica non migliori.

26 aprile 2009

Nella giusta direzione?

Secondo un sondaggio del Washington Post il presidente Obama ha un alto indice di gradimento: soffre un po' sulla decisione di rendere noti i memo sulle torture, sull'immigrazione e sugli aiuti al settore dell'auto. Ecco il commento del giornale sui dati. I repubblicani, nel frattempo, sognano un ritorno di fiamma degli elettori per loro nelle elezioni di mezzo termine del 2010. Possibile, se il presidente fallirà in quella politica economica alla quale loro si sono opposti. Ma, come nota il sondaggista Stuart Rothenberg, perchè si invertano le maggioranze al Congresso serve un'onda di insoddisfazione o un grande desiderio di cambiamento. Per ora non se ne vedono le condizioni. Anzi, per la prima volta dall'aprile 2003 (la guerra in Iraq volgeva al termine) la maggioranza assoluta degli americani dichiara che il suo paese sta andando nella giusta direzione. Chissà se tra più di un anno avrà cambiato idea.

19 aprile 2009

Sull'Iran il Mit va oltre Obama

Avevamo scritto mesi fa - anche su Limes - di come la politica americana verso l'Iran avesse già cominciato a cambiare prima dell'arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca. Piccoli movimenti di allontanamento dalla linea dell'isolamento e della contrapposizione ideologica seguita al discorso sull'asse del male del gennaio 2002: uno per tutti la partecipazione del sottosegretario agli esteri ai colloqui di Ginevra della scorsa estate. Iniziò il Princeton Project on National Security a dire che bisognava pensare diversamente e continuò l'Iraq Study Group di Hamilton e Baker. Oggi il presidente mostra di volere una politica diversa, basata sul riconoscimento della repubblica islamica e un confronto su tutti i dossier (Afghanistan e Iraq in primis) piuttosto che solo sul nucleare. Ma c'è chi va oltre e propone un approccio più coraggioso. E' il caso del Center for International Studies del prestigioso MIT, certo non un piccolo circolo culturale liberal. In un rapporto uscito nei giorni scorsi si propone di normalizzare le relazioni diplomatiche (interrotte nel 1979) ed abolire le sanzioni unilaterali. L'obiettivo è di rompere la politica del "carota e bastone" sostenuta anche da molti democratici finora e che ha isolato i dissidenti interni e rafforzato i conservatori. L'approccio qui proposto è l'inverso: prima la normalizzazione e la distensione e poi i cambiamenti nelle politiche. Nulla di molto diverso dallo spirito della diplomazia triangolare degli anni '70. Nessuno finora era arrivato a tanto, neanche nei think tank progressisti di Washington. Ecco il commento del Boston Globe e una scheda sintetica del rapporto.

18 aprile 2009

Si cambia anche con l'America Latina

Almeno così sembra di capire. Già al G20 il duetto con Lula c'era stato. Adesso, al Vertice delle Americhe, oltre alla stretta di mano che vedete qua sotto - destinata a creare un finimondo repubblicano - c'è anche l'apertura nei confronti di Cuba. Del resto, e a prescindere da come la si pensi sulla vicenda castrista, se un Paese ha rapporti con Pechino e l'Arabia Saudita, riesce davvero difficile capire perché non dovrebbe averli con la Havana. Obama ha parlato di fresh start, nuovo inizio, nei rapporti con la isla. E proprio ieri Raul Castro aveva finalmente cambiato tono, dicendo di essere disposto a parlare di tutto con Washington. Il fresh start potrebbe aiutare il potere cubano e regalare un successo a Obama. Funzionerà una politica estera fatta di mani tese? All'Iran, alla Cina, a Cuba? Tutti fronti aperti che potrebbero bruciare le dita del presidente o farlo crescere immensamente. Qui la cronaca del Nyt e qui una lunga analisi del Washington Post sui fallimenti della politica cubana degli States (una frase usata ieri da Hillary Clinton). E per finire, sulla pagina degli approfondimenti del Truman project, trovate in testa un rapportino sui rapporti americano cubani.

Oh my god!

14 aprile 2009

Fine dell'ossessione cubana

Come sempre ricordiamo Obama è il presidente del dopo guerra fredda, l'unico ad aver passato la maggior parte della sua vita da adulto senza Muro di Berlino (anzi, nel libro lo definiamo il Presidente del "dopo dopoguerra", qualcosa di ancora diverso). La sua strategia pubblica sembra essere quella di non lasciare tregua alla stampa e all'opinione pubblica, sempre all'offensiva. E ora tocca a Cuba dove, come saprete, l'amministrazione intende rendere più facile recarsi per chi parte dagli Usa e inviare oggetti ai propri parenti.

Da tempo si dice che le nuove generazioni di cubano-americani (quelle nate negli Usa) sono meno ossessionate dall'anticastrismo dei loro genitori, ma adesso persino la Cuban American National Foundation è d'accordo con le misure proposte da Obama. Sono i più anticastristi di tutti, ma a quanto pare è finito il tabù: l'idea probabilmente è quella, con il tempo, di correre a ricomprarsi Cuba prima che lo facciano gli europei, i canadesi, i cinesi e i messicani, che hanno già un bel vantaggio (insomma, il 2008 ci dice che in Florida non si vincono più le elezioni con l'anticastrismo, e che l'anticomunismo è un'ossessione ormai solo italiana).

Su Stratfor un'articolata interpretazione storica e geopolitica dell'evoluzione dei rapporti tra cubani e americani.

7 aprile 2009

Gates taglia i sistemi d'arma. Guai con i lobbisti del Congresso

Robert Gates, Segretario alla Difesa degli ultimi mesi di Bush e, oggi, di Obama è un acceso sostenitore di una strategia militare diversa da quella che ha informato la guerra in Iraq. E quindi ripensa la spesa militare. Via l’F22 Raptor fighter, via i Future combat systems, e il Multiple kill vehicle, la nave Class destroyer e l’elicottero presidenziale. Colpiti e affondate la Lockheed, la Boeing, Northrop Grunman e General Dynamics.
E poi tagli all’uso indiscriminato di contractors e subcontractors, cresciuti fino al 39 per cento dal 2001 ad oggi. Gates prevede un ritorno al livello pre 11 settembre. Tagli per 39mila persone in cinque anni, una parte dei quali (20mila) verranno assunti direttamente dal Pentagono. Tra i tagli previsti c’è anche il nuovo elicottero presidenziale nel quale è impegnata anche AgustaWestland società di Finmeccanica.
I tagli di Gates si sono abbattuti anche su altri programmi, come lo scudo antimissile.
Le lobby affilano i denti e diversi congressisti autorevoli molto amici dell'industria aerospaziale hanno protestato - ad esempio il senatore Liebermann e il deputato Murtha, avversario della guerra in Iraq e campione assoluto del Pork barrel spending. Lo scontro sarà duro e qualcosa l'amministrazione si rimangerà. Gates ha dichiarato: «Tutti cominceranno a parlare di pericoli per il Paese causati dai tagli. Sono gli stessi che ci richiamano al rigore fiscale. E' questione di scelte». Oltre ai congressisti stipendiaiti dalle lobby protestano anche quei deputati e senatori che vengono da Stati particolarmente beneficiati in termin occupazionali da queste imprese. I tagli, ha spiegato Gates, sono anche investimenti in sistemi d’arma necessari a fare la guerra in Afghanistan. Niente pacifismo, ma tagli agli sprechi fatti per sovvenzionare l’apparato militare industriale.

4 aprile 2009

Laggiù in Iowa

Mentre Barack Obama è in giro per l'Europa il suo Paese continua a cambiare. L'Iowa, che fu cruciale nella sua ascesa politica quando gli consegnò la maggioranza dei voti nelle primarie di poco più di un anno fa, ha legalizzato i matrimoni tra omosessuali. Ha deciso la corte suprema dello stato dicendo che il parlamento locale ha escluso da un diritto fondamentale una classe di cittadini senza una giustificazione costituzionalmente fondata. Dopo il Connecticut e il Massachussets l'Iowa è il terzo stato a legalizzare le nozze gay, presto potrebbe essere seguito dal Vermont. Un successo di cui il movimento gay aveva bisogno dopo la sconfitta nel referendum in California dove, anche grazie al voto delle minoranze, erano stati bocciati i matrimoni omosessuali. L'Iowa poi sarà il primo Stato a votare nelle primarie repubblicane per il 2012: ecco un'analisi su come questa questione potrebbe influenzare la gara.

G20, le conferenze stampa, l'Italia (e i suoi media)

Il G20 è passato, aspetteremo settembre per capire se si faranno o meno passi in avanti su molti dei temi su cui si sono fatte timide scelte - un esempio che non implica scelte politiche: i soldi per l'Fmi, tranne gli Sdr di cui parliamo un paio di post sotto, vanno decisi dai Parlamenti. Quanto ci metterano a votare?
Nella foga dell'altra sera c'è un particolare non inutile che va raccontato. Quello delle due ore di cnferenza stampa dei leader. Per Obama c'era la fila. Coloro tra i giornalisti che non lavorano sull'America erano ansiosi di vedere la star. Sarko pure ha fatto il pieno. Interesting enough, il presidente francese ha fornito molti particolari sulle trattative. Lo ha fatto, forse, per vendere la sua vittoria, ma per chi fa questo mestiere, uno che ti racconta delle cose è più utile di chi sta abbottonato.
Mentre tutti si sperticavano a spiegare alla loro stampa quali passi in avanti si sono fatti al G20 e l'importanza di aver deciso qualcosa in tanti - il vero successo del vertice è proprio questa novità - Silvio Berlusconi raccontava che l'Italia è stata cruciale per inserire la clausola sociale. Andatela a cercare nelle cronache di qualsiasi giornale del mondo. Non la troverete. Non perché non ci sia, ma perché è inutile: si dice che la preoccupazione dei venti è per le famiglie che lavorano e che la ripresa deve essere anche pe loro. Fondamentale no?
La preoccupazione della stampa italiana? Prima domanda: Tutti scherzano sulla sua foto con il pollice in su, ci parli della diplomazia della pacca sulla spalla. E poi lo sconforto per aver capito che a La Maddalena non succederà nulla. Preoccupatevi, il Paese perde punti ogni giorno. Al G20, se non per le gaffes, è stato come non esserci (o quasi)

2 aprile 2009

G20, Obama, il comunicato finale e qualche perplessità

Obama non è il vincitore di questo vertice, il vincitore è Sarko. Eppure, nella conferenza stampa il presudente Usa ha saputo spiegare bene alcune cose, fare annunci e portare a casa un successo coi media (ma questa è un'abitudine). Obama ha spiegato che stavolta si è discusso animatamente e si è cercato un accordo, come aveva detto avrebbe cercato di fare coi repubblicani a casa. Questa è la vera grande novità di questo G20, con la conferenza stampa che comincia in ritardo perché si mette a punto un comunicato dove ci sono dei contenuti. Lotta ai paradisi fiscali, regole per gli hedge funds e per gli stipendi dei manager, più soldi all'Fmi. Certo, una velina che circola da queste parti dice che l'elenco dei paradisi cattivi, in questo momento comprende solo tre Paesi (Uruguay, Filippine, Costarica, non i più importanti, anzi). Vedremo come si procederà: il G20 si riconvoca, probabilmente per settembre a New York per verificare i pasi in avanti fatti. Domani rassegne stampa e riflessioni finali. Qui il testo finale del G20, è la pagina dello speciale Bbc, come sempre c'e un sacco di commenti, analisi e dati.

G20, Cosa sono i soldi in più all'Fmi

Sembra di capire che la grossa novità della giornata sarà una ricapitalizzazione degli Sdr (la cifra circola, ma me la sono persa). L'aumento degli Sdr, gli special drawing rights ha un significato interessante: fa tornare il Fondo monetario alle origini. Gli Sdr infatti sono una quota dei fondi che ciascun Paese membro ha diritto a ritirare, come fosse un bancomat. Ciascun Paese ha una quota X che può prelevare per un periodo breve - una crisi, appunto - se trova qualcun altro che nelle proprie casse nazionali ha fondi a volontà ed è disposto a versare la quota che il primo intende ritirare. Una forma di solidarietà finanziaria multilaterale. Quando il Fmi fu pensato, a Bretton Woods, in tempi di crisi diversi a questi ma altrettanto difficili, doveva servire come banchiere dotato di diversi strumenti di intervento utili a soccorrere economie in crisi. Nel tempo, strumenti finanziari diversi sono stati reati per rispondere a diversi tipi di crisi (monetarie, fluttuazione dei prezzi delle materie prime, momentanei eccessi di deficit). L'Sdr è appunto uno di questi strumenti creato nel 1967. La situazione è tale che anche grandi Paesi che non ricorrono al Fmi dai tempi della ricostruzione post guerra mondiale, rischiano di essere costretti a farlo. E che pochi Paesi, la Cina prima e sopra di parecchio a tutti, potrebbero decidere di mettere a disposizione i loro forzieri per garantire prelievi Sdr a chi ne avesse bisogno. L'aumento, più che consistente della quota Sdr, insomma, significa un immissione di soldi freschi nel sistema internazionale senza bisogno che le Banche centrali si trovino costrette a stampare soldi. Questa è una misura keynesiana. Non è ancora chiaro se, come e perché, paesi con un surplus di moneta nei forzieri si siano detti disponibili a dare soldi così.
Gli altri aumenti di capitale per il Fondo monetario sono più facili da spiegare. C'è un fondo per i Paesi a medio reddito - molti est europei, la Turchia, il Sud Africa, ecc. - che si trovano in cattive acque e potrebbero essere costretti a ricorrere all'aiuto del Fmi. I soldi sono parecchi, ma, e questo è un problema, i Paesi in difficoltà sono molti di più. Il secondo problema è che essendo così tanti i Paesi in difficoltà, non ce ne sono disposti a contribuire all'Fmi con cifre più sostanziose. La terza parte dei soldi sono per i poveri, c'è un aumento, non cambia molto. I contributi al commercio interneazionale (fondi che garantiscono gli investimenti, ecc.) aumentano anche quelli. Noente di nuovo, succede quando gli scambi calano e viceversa.

G20, qualche novità francese?

Gli sherpa francesi sono scesi in sala stampa in forze: sembra che ci siano novità. Potrebbe essere un gioco per mostrare di non avere perso, oppure i 20 stanno discutendo per davvero. Si stanno facendo passi in avanti su ciascuno dei punti cruciali che abbiamo posto ieri. Sulla lista dei paradisi fiscali si litiga, su hedge funds e altro ci sarebbero passi in avanti. È una questione "molto complicata", hanno detto i francesi . Francia e Germania, in questo sono sostenute dal Brasile e da altri paesi, vogliono la lista. La discussione, hanno sottolineato ancora le stesse fonti, si concentra su questioni come i criteri in base ai quali deve essere compilata e chi debba procedere alla redazione.

G20, l'unico accordo sembra sull'Fmi

Il ministro delle Finanze (un sottosegretario) britannico Timms ha appena tenuto una conferenza stampa. Ha insistito molto sull'aumento dei fondi al Fondo monetario e sull'accesso per tutti a questi soldi. Segno che nel comunicato non ci sarà molto altro di sostanzioso. Si sottolineerà l'importanza della trasparenza per i paradisi fiscali e della fine del segreto bancario, ma non ci saranno elenchi di Paesi che non rispettano gli standard. "Stiamo discutendo sul timing di questo elenco e sulle eventuali sanzioni". Non stavolta. Berlusconi si frega le mani, un G8 inutile si potrebbe trasformare in un passaggio importante. Le cose rimandate oggi, potrebbero arrivare sul tavolo alla Maddalena.

Parte il vertice G20, aspettatevi poche sorprese

Un viaggio estenuante, due autobus, tre controlli e il tutto per cosa? Per arrivare in una specie di gigantesco hangar sul cui lato campeggiano le 20 bandiere dei grandi, percorso da serpenti di tavoli pieni di persone incollate allo schermo del computer. I grandi? Sono non lontano da qua, li vediamo nei grandi schermi muti (o quasi). Di quando in quando entra qualche sherpa delle delegazioni a parlare con i suoi giornalisti (non gli italiani, non hanno nulla da dire, credo).
Quanto al vertice, salvo colpi di scena, non ci sarà molto nel comunicato finale. Molti soldi all'Fmi, qualcosa sulla sua riforma, poco su riforme e stimolo, poco sui paradisi fiscali.
A dopo

1 aprile 2009

Il regalo a sua maestà

Obama ha regalato a Elisabetta un I pod con le foto della sua ultima visita negli States. Addio vecchi dipinti inutili, welcome pubblicità al made in Usa

G20, proteste (quasi) calme, sarko-merkel danno l'ultimatum (in diretta su questo blog)

Dopo aver passato un paio d'ore chiusi dalla polizia nella piazza antistante alla Bank of England, eccoci a scrivere. La polizia britannica è democratica e non ti fa passare nemmeno se hai la tessera stampa. Le manifestazioni sono state moderatamente tranquille (fino alle 17, quando scriviamo).
Ieri sul Financial Times parlavano il premier indiano Singh quello giapponese Aso. Il giorno prima Merkel. Quando si dice un quotidiano pesante.
Merkel e Sarko tengono una conferenza stampa. "Una sola voce, dice sarko in diretta su questo blog, a Washington abbiamo parlato di principi, a Londra vogliamo risultati. La crisi è economica ma nasce dalla finanza e per questo vogliamo regole: non ci sarà fiducia senza nuove regole. Questo è l'obbiettivo, non ce n'è un altro". Sui paradisi fiscali: nessuno può dire che i paradisi fiscali sono normali, non dobbiamo attaccarli domani, ma vogliamo la tracciabilità dei soldi, da dove viene, che passaggi fa e dove finisce. E' molto chiaro.
"Gli hedge funds devono essere registrati e controllati, ma nessuna istituzione finanziaria può essere fuori controllo".
Sempre sarko, che fa la parte del leone, "il comunicato finale lo mettiamo insieme domani, altrimenti perché ci dovremmo riunire domani?". Su Obama: io ho fiducia in lui, ma se vuole change, facciamolo, colpiamo i paradisi fiscali. Merkel su trattative tra regole in cambio di stimolo: non c'è horse trading, non siamo al mercato, abbiamo posizioni chiare e una cosa non esclude l'altra. Ma non scambiando una cosa per l'altra.
E qui finisce la conferenza stampa, tutti vanno a cena da Sua Maestà. Il messaggio è chiaro: il capitalismo centro-europeo, regolato e interventista, chiede il conto a quello anglosassone. A cui, a dire il vero, si è molto avvicinato negli ultimi decenni.
Obama ha visto Brown, Medvedev e Hu. Il tentativo è quello di trovare una via d'uscita da un mezzo fallimento del vertice. Regolatori (Berlino e parigi) contro stimolatori (Usa e Uk), con Cina che fa l'arbitro e gli altri schierati in maniera sparsa sui vari temi (il Giappone è pro stimolo, Aso lo dice su FT). Il problema è che, come scrive Wolfe sul FT di ieri, è il mercato globale ad essere sbilanciato. Chi ha speso troppo, spende per rilanciare l'economia attraverso i consumi, chi avrebbe un mercato interno da stimolare, spera nel rilancio dei consumi di chi ha speso troppo (e scommette sul non ritorno del protezionismo). Così chi dorme su un surplus enorme (Cina, ma anche Germania) desidera continuare ad accumulare, mentre chi è dentro a una voragine di debito ne produce di nuovo. Il problema è il sistema, ma il sistema non si riforma in dodici ore. Sono tempi duri ma interessanti. L'assente più grande, l'attore minore per eccellenza di questo vertice, resta l'Italia di Berlusconi. Il Paese perde peso a prescindere da Silvio, ma lui non fa niente per impedirlo (e ci fa perdere anche il poco prestigio che abbiamo).

31 marzo 2009

Tutti a Londra, con lo spettro del fallimento sulla testa

Le venti delegazioni dei grandi del mondo sono in rotta verso Londra. BO e Michelle sono partiti da un paio d'ore. E' la prima volta del presidente Usa all'estero (escluso un passaggio in Canada). Sarà una vetrina-test importante per verificare a che punto è la leadership americana nel mondo. L'uomo sotto esame, chissà perché poi, ma anche la presenza glamour sarà quella del presidente Usa.
Il G20 è convocato per riscrivere le regole della finanza, rilanciare l'economia, aiutare i Paesi in grande difficoltà. Ci sono rischi di default di Paesi medio grandi e occidentali cresciuti grazie a delocalizzazioni ed export di cui non si sente troppo parlare. Se ne uscirà con qualche accordo sulle regole, nessuno sullo stimolo economico e un nuovo appuntamento (scommettiamo?). L'altra nota importante è che questa crisi, e l'appuntamento londinese come catalizzatore del processo, chiarirano una volta per tutte che nel mondo le potenze politico-economiche sono molte. In queste settimane il Brasile ha giocato alla brasiliana. E la Cina non è stata a guardare. Dal punto di vista geopolitico prenderà forma, forse, il G2,

con Cina e Usa legati tra loro dagli scambi economici e dai buoni del Tesoro (di cui Pechino è ghiotta) che non hanno esitato a pompare soldi nell'economia, mentre molti altri, Europa in testa, hanno evitato.
La miglior guida per il G20 è quella proposta dalla Bbc, qui delle divertenti e serie domande e risposte dal Guardian. Qui il comunicato finale in bozza ottenuto dal Financial Times: ci sono delle novità sulle regole, poco sullo stimolo, qualcosa sugli impegni verso i poveri. Chi cerca aggiornamenti rapidi e precisi utilizzi Bbcnews. Per una diretta (se ci saranno novità clamorose), per le proteste, il clima, tornate a trovarci. Tra tre ore si parte.

27 marzo 2009

Cala l'immigrazione negli States

La crisi toglie un altro argomento alla destra repubblicana, quella più xenofoba e senza idee. Il bollettio del Labor statistics ci racconta che dal 2006 la popolazione immigrata è stabile - dopo una crescita ininterrotta di anni. La disoccupazione tra i foregin born, i nati all'estero, è pure in aumento. Non è il muro con il Messico, che non c'era e che, semmai, impedisce l'ingresso degli undocumented workers, gli irregolari. E' la crisi. Stime indicano che anche il flusso migratorio irregolare è in declino. Anche la domanda informale di lavoro è quindi in calo. Insomma: l'immigrazione la fa il mercato del lavoro, non c'è nessuna invasione in atto. Non negli Stati Uniti e non in Europa. Quando la domanda non tira, cala anche il flusso migratorio. Non è che si interrompa del tutto, la mano invisibile dle mercato non esiste, ma una reazione alla domanda c'è.

25 marzo 2009

Il nuovo tono di Obama e lo scontro in Congresso

Il New York Times di stamane racconta la conferenza stampa di ieri (qui video e trascrizione). La conferenza di Obama, si spiega, torna a un tono lasciato andare da qualche tempo, quello del professore che spiega la situazione, prendendo sul serio i cittadini. Un elenco di cose e un messaggio di speranza e, soprattutto, una lezione sulla necessità di uscire dal ciclo economico delle bolle che si gonfiano ed esplodono. Il possibile scontro ideologico e con le lobby è proprio questo. E su questo Obama potrebbe avere difficoltà in Congresso con i repubblicani (che promettono battaglia) e con alcuni dei suoi. Questa settimana comincia il dibattito parlamentare sul budget e Obama insiste che il budget che promette spese gigantesche è inseparabile dalla ripresa.

23 marzo 2009

Il piano Geithner piace a Wall Street e non ai liberal

Ecco il piano Geithner in pillole. Difficile da capire, a dire la verità. Bisognerà leggerlo. Ecco l'articolo delllo stesso Segretario al Tesoro sul Wall Street Journal. Le borse stanno correndo verso l'alto, segno che il piano piace alla finanza. Ecco il commento-analisi di Robert Peston della Bbc e il domande e risposte dal sito del gigante britannico pubblico della notizia. Paul Krugman continua a sparare sul piano, sostenendo che non funzionerà e che somiglia troppo al business as usual di Wall Street. Secondo il premio Nobel, il piano non funzionerà e servirebbe una soluzione svedese alla crisi del credito. Per finire un fantastico grafico dal Financial Times (è a pagamento, ma se cercate il titolo dell'articolo via google...): nel 1999 tra le prime dieci banche del mondo ce n'erano sette statunitensi, due britanniche, una giapponese e una svizzera. Oggi le americane sono tre, resta una giapponese, una sola britannica, una canadese, una spagnola. Le prime tre? Sono cinesi.

Indiscrezioni dal Guardian: il nuovo piano di Obama per l'Afghanistan

Bye bye President Karzai, dice oggi il Guardian. Il 31 marzo si terrà all'Aja una conferenza Nato-Onu sul tema dell'Afghanistan: Obama presenterà la sua proposta di intervento nell'area - sostanzialmente già accettata e discussa dagli europei questo week-end, con l'inviato del presidente Usa per Afghanistan e Pakistan Richard Holbrooke in gita a Bruxelles.

L'obiettivo è indebolire il presidente Karzai - che presumibilmente vincerà le elezioni generali di agosto - affiancandogli un primo ministro e distribuendo fondi direttamente ai 34 governatori provinciali del paese e ai 396 responsabili di distretto, a fronte di un rinnovato impegno euro-americano per la ricostruzione delle infrastrutture del paese. Karzai sta già dichiarando battaglia sui giornali del proprio paese, ci sarà da divertirsi.

E' importante tenere a mente che a questo summit parteciperè anche Teheran, che incontrerà gli americani per la prima volta in forma ufficiale dopo il famoso video agli iraniani inviato da Obama. Allo stesso tempo gli americani premeranno perché cambi l'attitudine del Pakistan - o meglio, di una parte dei poteri del paese - verso i talebani. Ovviamente l'altro punto all'ordine del giorno è "l'afganizzazione" del conflitto, da ricercare attraverso l'aumento vertiginoso delle truppe dell'esercito afgano, che dovrebbero passare da 65 mila a 230 mila. Le parole più sinistre, che ricordano i tempi della ricerca della "vietnamizzazione" del conflitto.

21 marzo 2009

Krugman contro Geithner: i nodi arrivano al pettine

Le idee degli zombie, coloro che pensano che non ci sia nulla di sbagliato nel nostro sistema finanziario, hanno vinto. Così il premio Nobel per l'economia ed editorialista del NYT sul suo blog. Dopo aver visto i dettagli del piano di riforma della finanza e del credito che verrà presentato la prossima settimana, Krugman protesta con forza. La speranza dell'economista liberal è che ci sia ancora qualcosa da fare. Nel suo blog, Robert Reich, professore a Berkeley ed ex Segretario al lavoro nei primi due anni di Clinton, spiega che il bailout non sta funzionando come dovrebbe (ovvero, le banche non hanno ripreso a prestare i soldi, che è il vero motivo per cui noi tutti e non solo azionisti e manager si devono preoccupare quando un sistema finanziario e creditizio collassa). Qui il blog di Reich, per leggere bisogna far scorrere i post, è un blog piuttosto primitivo. E per finire, ecco un commento-analisi sull'operato di Geithner sul Financial Times. Lui e Bernanke, più di altri, sono i registi di questa crisi. Non è chiaro se agiscano d'accordo, se e quale scontro sia in atto (non a noi, almeno, sepolti dal lavoro e senza abbastanza tempo per leggere). Di certo, Geithner è sotto attacco da parte dell'ala liberal vicina all'amministrazione.

20 marzo 2009

AIG, la crisi di credibilità della finanza (e i pomodori di Moveon)

Come forse saprete, il Congresso ha approvato alla velocità della luce una legge che tassa del 90 per cento i bonus delle imprese che ricevono soldi pubblici per essere salvate. Una mossa che più populista non si potrebbe, ma tutto sommato giusta. L'amministrazione Obama continua ad avere il problema di pompare soldi per salvare il settore del credito e non può permettere che i manager gli tirino certi scherzi. Il Segretario al Tesoro Geithner è sotto pressione, l'amico di Wall street è lui e contro di lui si scaglieranno i repubblicani (e forse anche la sinistra). Ieri anche il capo della Fed Bernanke ha chiesto alle banche e alle compagnie finanziarie di ripensare il modo in cui premiano i propri dirigenti. Non è un segreto che tra le cause del comportamento irresponsabile delle finanziarie, delle banche di investimenti eccetera, ci sia proprio il premiare i profitti e i dividendi a breve termine. Più mi fai guadagnare quest'anno, più guadagnerai. A prescindere dal valore reale degli investimenti. Se poi hai comprato solo mondezza, è un problema futuro. Ecco, Bernanke ha provato a dire: pagateli bene per costruire aziende solide. E MoveOn, che sta cercando di far crescere lo sdegno contro AIG - più sdegno = più regole approvate dal Congresso - mette online un giochino stupido e didattico: tira anche tu i pomodori sulla sede AIG e impara alcune informazioni base su come si sono comportati i suoi manager.

Oltre l'Iran

Un giro d'orizzonte della regione dopo il discorso di Obama all'Iran. Se vi siete già abituati troppo allo stile del nuovo presidente fermatevi un attimo e pensate: Bush non ha fatto un discorso così, probabilmente, neanche per una nazione alleata. La regione è in fermento e gli USA cercano di segnare un punto a loro favore iniziando un'offensiva diplomatica e mediatica che se non gioverà con Teheran sicuramente li renderà un po' più popolari tra l'opinione pubblica araba. In Iraq, ce lo segnala il Washington Post, si stanno formando nuove alleanze tra gli sciiti al potere e i sunniti contrari all'occupazione americana: un problema solo apparente per gli USA perchè la parola d'ordine sembra essere il rafforzamento dello Stato centrale. Se va in porto, il ritiro americano diventa un po' più facile, forse. La Siria manda segnali positivi, a partire dall'intervista del presidente Asad ieri a Republica che viene analizzata da Stratfor: la strategia è quella non solo di uscire dall'isolamento ma di diventare lo "swing state" della regione. Gli israeliani sono indeboliti dal loro nuovo governo: troppo a destra per la nuova realtà regionale e con un ministro degli esteri (Lieberman) piuttosto impresentabile. Netanyahu programma di andare a Washington il 3 maggio, sempre che riesca a formare un governo. Ma non ha ancora ricevuto un invito ufficiale dalla Casa Bianca. Parlerà all'AIPAC ma sono lontani i tempi in cui bastava fare la voce grossa lì per influenzare la politica di Washington. Non sarà tutto facile per l'amministrazione Obama, anche perchè avvicinarsi a Teheran può voler dire allontanarsi dall'Arabia Saudita. Non ha caso la Rand fa uscire un rapporto sulla lotta iraniano-saudita per l'egemonia regionale proprio ora.

Addio Khomeini, Obama parla all'Iran

Un messaggio alla politica e al popolo iraniani, grande tempismo (a giugno si vota e il fronte riformista è più compatto che in passato), grande studio del messaggio - sottotitoli in farsi, così che tutti possano capire il messaggio - e la fine del gelo cominciato con l'occupazione dell'ambasciata Usa che costò il posto a Jimmy Carter nel 1980. Anche in politica estera, i passi sono clamorosi e importanti. Ecco il videomessaggio da Bbcnews. A tra poco con le reazioni e il caso AIG.

15 marzo 2009

Mercoledì saremo a Genova

"Come cambia l'America" sbarca a Genova. Mercoledì 18 alle 16 all'Aula Magna della Facoltà di Scienze della F ormazione in corso Podestà 2. Alessandro Dal Lago e Salvatore Palidda, Professori di Sociologia presso l'Università di Genova, sono così gentili da discuterne con noi.

14 marzo 2009

Rush diventa ricco, i democratici e la deriva repubblicana

Beh, a dire il vero il signor Limbaugh era già benestante. Ma le sue entrate, da quando Obama è alla Casa Bianca, sono cresciute di parecchio. Il re del talk show radiofonico e ultraconservatore viene più seguito che mai. Il picco è anche il frutto della strategia democratica che punta a sostenere che Limbaugh è il nuovo vero capo del Grand Old Party. Una furbata messa a punto da James Carville, lo stratega di Bill Clinton diventato famoso per aver coniato la formula It's the economy stupid, spiegando ai suoi che il futuro presidente avrebbe potuto vincere grazie all'insistenza su quei temi anziché sulla politica estera. Carville è nasty, è uno di quelli che ha sostenuto Hillary e l'ha spinta verso i colpi bassi che non hanno funzionato contro Obama. Ma per fare a pugni con i repubblicani incattiviti è la persona adatta. L'idea di Carville è piaciuta a Rahm Emmanuel - anche lui non una mammoletta, lo chiamano Rahmbo - e, si dice, sia stata autorizzata anche da Axelrod. Il tutto sembra funzionare. Tanto più che i repubblicani, dopo aver eletto Steele come loro leader sono pentiti. Limbaugh galvanizza i suoi, ma è difficile pensare che farà crescere la base repubblicana.

13 marzo 2009

Notiziario del mattino: i repubblicani si suicidano e altre storielle

1. Il governatore del Texas Rick Perry ha deciso che il suo Stato rifiuta i soldi del pacchetto di stimolo. Non ha intenzione di aumentare i sussidi ai disoccupati, lui. Due le possibilità: è un deficiente, nel suo Stato non ci sono disoccupati bianchi che votano per lui. Con l'arrivo della crisi, probabilmente se ne pentirà.
2. Il dibattito sui media sull'agenda liberale di Obama si infiamma. C'è chi spinge per questa, gongolando sorpreso da un presidente che si aspettava centrista e chi lancia i suoi strali quotidiani. Ecco qualche esempio: Michael Gerson si chiede, che fine abbia fatto il centrismo del presidente, questo spinge un'agenda di sinistra in tempi estremi così che nessuno se ne possa accorgere. Walter Shapiro su New Republic ritiene invece che sia giunta l'ora del Big governement.
3. Da the Atlantic un articolo sul mutamento di attitudine nei confronti del governo da parte degli americani. Non socialismo, ma cambio di attitudine. E' scritto dal direttore e da un vice del Pew research centre, è un'opinione, ma si regge sul lavoro di questo supercentro (molto serio) di sondaggi e ricerche.
4. Stesso argomento: il Centre for american progress sostiene che c'è un America progressista che nasce e cresce. Qui il link all'articolo di Ruy Texeira, sulla pagina i link al rapporto che spiega perché (le attitudini degli americani su molte questioni sono cambiate: lo dice anche il Pew e lo ricorda il libro dei curatori di questo blog, che oggi presentano il libro a benevento e ieri erano a Napoli).
5. Per finire una bella notizia da The Guardian: un ordine firmato da Obama rende quasi impossibile produrre cluster bombs.

9 marzo 2009

Finisci una guerra, iniziane un'altra

Noi ve ne parlammo già a settembre del 2008, ma sulla stampa italiana è uscito poco: zitti, zitti gli USA avevano cominciato ad allargare il conflitto dall'Afghanistan al Pakistan. Sul sito del Center for American Progress, uno dei think tank progressisti più influenti a Washington oggi, c'è una bella mappa che fa vedere dove e quando hanno colpito i droni senza piloti americani. Spuntano due notizie non da poco: i raid sono cominciati con Bush ma continuano con Obama; a fronte di 12 (dodici) leader di al Qa'ida uccisi ci sarebbero tra le 400 e le 500 vittime civili, non proprio un'operazione di pubbliche relazioni riuscita. Hamilton e Baker (quelli che con la loro commissione fecero cambiare il vento in senso realista durante l'amministrazione Bush) hanno detto chiaramente che va bene ritirarsi dall'Iraq ma bisogna anche "limitare gli obiettivi nazionali" in Afghanistan: si può evitare che diventi un rifugio per i leader terroristi ma non si può pensare di democratizzare il paese. A proposito di democrazia, Roger Cohen plaude all'iniziativa britannica che ha "sdoganato" Hizbullah perchè "è un fenomeno politico e fa parte del tessuto del paese". Si chiede Cohen: allora perchè non sdoganare anche Hamas che ha vinto le elezioni? L'articolo va letto anche solo per capire quanto in là si è spinta la riflessione a Washington: certi giudizi su Israele e certe proposte sul Medio Oriente 2-3 anni fa semplicemente non si potevano scrivere. E in Italia ancora non si possono dire. Non del tutto però: leggetevi cosa si sono detti all'università della Nato a Roma gli espertoni di Medio Oriente di tutto il mondo: approccio integrato alla regione; aiuto dei turchi e degli alleati nella regione per bilanciare la potenza israeliana; costringere Netanyahu a fare la pace così come Baker fece con Shamir. Chissà cosa ne direbbe Fassino.

Il capitalismo anni '80 è finito, lo dice il Financial Times

Il FT, da oggi, inaugura una nuova serie Il futuro del capitalismo. In prima, il sommario, dice che il sistema creato da Reagan, Thatcher, Greenspan e Deng (nella foto c'è anche lui) è superato come il socialismo. Il titolo della pagina firmata Martin Wolf è I semi della propria distruzione: le assunzioni prevalenti negli anni 80 sono a brandelli, le opportunità del governo crescono, l'era della finanza senza guinzaglio è finita. Ecco il link alla pagina della serie (il secondo articolo parla della creatività distruttrice e si riferisce alla finanza). Ecco un commento sul G20 di aprile, che chiede un piano globale anti crisi. Qualcuno spieghi qualcosa alla sinistra italiana.

Quanto è brutta la crisi? Chiedetelo a quelli di Cleveland (e non a SB)

Ecco un lungo e bellissimo reportage dal magazine del New York Times. E' lungo, non ha una sua tesi. Cleveland è una delle città più messe male da tempo (the mistake on the lake, è il soprannome maligno) e adesso è la più colpita dai subprime. Voi però, se potete, fate il pieno di benzina, andate a cena fuori e comprate delle riviste porno (è un settore italico in crescita).

7 marzo 2009

I conservatori e Obama (e la stampa italiana)

Ricordate Christopher Buckley? Figlio di William, conservatore fondatore della National review, a sua volta autore e polemista conservatore. Era balzato in vetta alle cronache per le dimissioni dalla rivista dopo la autodenuncia: voterò Obama, aveva scritto. Nei giorni scorsi un quotidiano italiano ci aveva spiegato che era pentito perché Obama è troppo di sinistra. I conservatori pentiti, era il titolo. Poi, oggi, troviamo su Fortune un articolo a firma Christopher Buckley che spiega: lo rivoterei. Il tema è: che opposizione farà il Grand Old Party? Che vogliono e dove vanno i repubblicani? Ecco un commento del NYT su quello che, ci si chiede, sta diventando il partito dei Rush Limbaugh. Jay Cost, su Weekly Standard, sostiene che il GOP, possa tornare a vincere. E' probabile che, al momento, l'unica speranza che il partito di Bush ha di tornare a vincere è un fracasso totale delle politiche del presidente democratico. Sul futuro del Grand Old Party, domani, domenica, dalle 11.30 alle 12 va in onda la puntata di Diario Americano, la trasmissione di Roberto Festa su Radio popolare. La si può ascoltare online o scaricare il podcast.

5 marzo 2009

L'uomo di Obama per l'Iran

Non se ne è accorto quasi nessuno, perchè l'annuncio è avvenuto la scorsa settimana quasi in sordina ma Obama ha nominato il suo inviato speciale per l'Iran e l'Asia del Sud-Ovest. Si tratta di Dennis Ross, già uomo-chiave di Clinton (Bill) in Medio Oriente. Noi ce ne siamo occupati a profusione, leggere per credere. Vale la pena ricordare ora solo il fatto che Ross non è esattamente una colomba sulla questione: fa parte di United Against a Nuclear Iran che è un gruppo di pressione che punta tutto sulla lotta al nucleare iraniano e che è guidato anche da James Woolsey, ex della CIA e gran consigliere di John McCain. Se l'idea è quella di negoziare a tutto campo con l'Iran anche su Afghanistan e Iran Ross non è l'uomo giusto. Tra l'altro la sua posizione è che se gli europei seguono gli Usa bene, sennò si fa come durante gli anni di Clinton (sempre Bill). Ecco l'articolo di The New Republic su questa nomina: pare che Ross non si occuperà di girare la regione quanto piuttosto di fare il "policy-planner", cioè quello che rimane a Washington e aiuta a comprendere la regione. E quello lo sa fare piuttosto bene.

Risollevare la classe media attraverso i sindacati?

Sembra impossibile da credere, ma in America i sindacati sono messi peggio che in Italia: meno del 10% dei lavoratori del settore privato è iscritto. Alle cause del declino che abbiamo anche da noi (fine della centralità operaia e del fordismo, invecchiamento della popolazione, aumento stabile della quota di lavoratori disoccupati, immigrazione, precarità) se n'è aggiunta una molto pesante: l'attacco al diritto di organizzazione sindacale e di sciopero portato avanti durante il trentennio della rivoluzione conservatrice. Robert Borosage, uno dei capi del think-tank progressista Campaign for America's Future, spiega in questo articolo come per Obama il rafforzamento del sindacato sia parte del progetto di ricostruzione del tenore di vita della classe media. Solo attraverso le trade unions i lavoratori potranno tornare ad avere diritti e salari crescenti, invece che vederli diminuire come è successo durante gli anni della ripresa di cartapesta dell'amministrazione Bush. Una riflessione che bisognerebbe fare anche in Italia, dove il sindacato è sotto attacco a volte con gli stessi strumenti utilizzati nell'America di Reagan. A proposito di Reagan, The American Prospect sostiene (e non da sola in realtà) che Obama possa avere lo stesso ruolo simbolico che ebbe il presidente repubblicano perchè produce identità in chi lo sostiene. Anche qui, le riflessioni sull'Italia si sprecano..

3 marzo 2009

Come cambia l'America a Torino


Il nostro libro approda sotto la mole, già allertata la protezione civile. Presenteremo "come cambia l'America" venerdì mattina (il 7 marzo) alle 10.30 al Dipartimento di Studi Politici in via Giolitti, 33. Ci saranno Marco Mariano dell'Università del Piemonte Orientale e Giovanni Borgognone dell'Università di Torino. La tournè prosegue la prossima settimana: il 12 saremo a Napoli e il 13 a Benevento.


2 marzo 2009

Vogliamo una società più giusta?

E' questa la domanda da farsi in questa crisi, secondo l'editorialista del Washington Post E.J. Dionne. Il piano di Obama, argomenta lui, non crea il socialismo: semplicemente redistribuisce il reddito e le spese come strada per uscire dalla crisi. I costi della sanità americana sarebbero comunque arrivati al 20% del PIL tra pochi anni, il problema quindi non è se aumentare la spesa sanitaria ma a chi farla pagare. L'aumento vertiginoso della spesa pubblica porterà la quota di PIL gestita dal bilancio federale al 23% tra il 2010 ed il 2014, poco meno del 2% in più rispetto allo scorso anno. Con questo, in fondo piccolo, spostamento l'amministrazione potrebbe redistribuire seriamente il reddito e impostare su nuove basi lo sviluppo del paese. Il Los Angeles Times affronta un'alta sfaccettatura della crisi: la reazione dei cosiddetti "millenials" e cioè i nati tra il 1978 e i primi anni novanta. Sono stati loro il motore di Obama e saranno loro tra i più colpiti dalla crisi. Per ora rimangono intramontabilmente ottimisti. E d'altronde, se questi sono i termini del dibattito negli USA, forse è anche lecito.

1 marzo 2009

La sepoltura di Reagan

Con la prima finanziaria di Barack Obama la Reaganomics viene seppellita sotto una montagna di dollari. Va in soffitta l'idea che la "classe media" (una cosa molto ampia in America) potesse stare bene solo con la detassazione dei ricchi e degli straricchi. Con una metafora abusata si diceva che la tavola di chi stava in alto doveva essere sempre imbandita, così che ci fossero più briciole per chi stava sotto. Sul significato storico di questo piano non ci sono molti dubbi: lo dicono repubblicani e democratici a Washington (con visioni diverse ovviamente) e lo dice forse con qualche rimpianto il giornale conservatore inglese Times. Sempre sullo stesso giornale il leader laburista Brown rinverdisce la special relationship anglo-americana su nuove basi: ora non si tratta più di fare l'Ulivo mondiale come ai tempi di Clinton ma di fare un "new deal globale". I maggiori punti all'ordine del giorno sono la stabilizzazione e la regolamentazione finanziaria mondiale ma anche la rivoluzione verde. Se funziona anche solo un po', potrebbe avere lo stesso ruolo che ebbe la "Carta Atlantica" di Roosevelt e Churchill. D'altronde il piano di salvataggio finanziario di questo autunno fatto da Brown aveva fatto da apripista per molte delle cose di cui si discute oggi in America. Che il vento sia cambiato lo dimostra il quadro dei gruppi di potere, ben disegnato dal New York Times di ieri: i democratici oggi hanno i think-tank, le organizzazioni di base e di massa nonchè gli appoggi di importanti aziende che una volta avevano i repubblicani. Ecco perchè la riforma della sanità questa volta potrebbe andare in porto. A rimpiazzare Daschle al "ministero della Sanità" pare arriverà Kathleen Sebelius, governatrice del Kansas. Nel frattempo tenete d'occhio la pagina della campagna sulla sanità del sindacato Seiu.

28 febbraio 2009

Riecco Obama il populista

Obama gioca d'anticipo. Invece di aspettare che il Congresso faccia a pezzi il suo budget, parla direttamente agli americani per dire: badate, cercheranno di cambiare tutto perché non vogliono il cambiamento. Riecco la faccia populista del presidente - ricordiamolo, il populismo in America è di sinistra. UN segnale interessante sulla decisione con la quale Obama ha scelto di tirare diritto per la sua strada. Ecco il link al sito della Casa Bianca dove si può leggere il testo e guardare il video del messaggio del sabato.

Bombe, ritiri e Frattini

Due notizie del giorno: Barack Obama annuncia il piano per ritirare il grosso delle truppe dall'Iraq entro il 31 agosto del 2010 (ecco il testo del suo discorso); l'Italia potrebbe fare da apripista nel dialogo con l'Iran. Il ritiro dall'Iraq viene discusso da Michael O'Hanlon e Kenneth Pollack, due falchetti della Brookings che non hanno mai mandato giù lo slogan obamiano del "ritiro in 16 mesi" (ora sono diventati 18): secondo loro la prospettiva del ritiro non farà che aumentare la gara tra le fazioni irachene per il controllo del Paese, aumentando la violenza. E' un argomento vecchio: l'occupante se ne va e prevede il diluvio dopo il suo addio. C'è un fondo di verita in quello che dicono questi signori: sicuramente per esempio le milizie di Sadr e quelle degli altri gruppi sciiti competeranno per il controllo dell'Iraq. Ma è anche vera un'altra cosa: come insegna il Vietnam un'occupazione prolungata permette a chi sta al potere di rimandare la soluzione dei problemi politici di fondo, affidandosi al potere della baionette americane. In più, come dicono alcuni esperti sentiti dalla Reuters, la fine dell'occupazione potrebbe eliminare la base di consenso di molte milizie irachene. Passiamo all'Iran. Come ci spiega molto bene La Stampa, Hillary Clinton e Franco Frattini hanno concordato un piano d'azione: il nostro ministro degli esteri si recherà a Teheran entro marzo e poi a Trieste in giugno si farà una conferenza del G8 in cui gli iraniani saranno invitati a discutere della stabilizzazione dell'Afghanistan. Ovviamente il vertice sarà una scusa per discutere anche altro e cioè la questione nucleare. Questa, come registrarono quest'estate due degli autori di questo blog, era già un'idea che circolava a Washington: usare gli italiani come apripista e discutere con gli iraniani ufficialmente solo di Afghanistan ma in realtà di tutti i dossier. A proposito di nucleare, un bel articolo su Asia Times spiega perchè l'Iran è almeno 5 anni lontano dal farsi un vero deterrente nucleare e anche quando ce lo avrà non è detto che lo possa usare. E poi a giugno ci saranno le presidenziali anche lì: un candidato vuole la bomba e l'altro pure. Auguri.

27 febbraio 2009

Krugman vs Krauthammer sui piani economici di Obama e la sanità pubblica


Le vedove di Bush e Reagan piangono, noi ridiamo sperando che la battaglia - appena cominciata - abbia esito positivo.

The "budget looks very very good", dice Paul Krugman. la fine di Bush e la fine del trentennio reaganiano (come diciamo anche noi da mesi). Obama dice che può dimezzare il deficit in quattro anni, e Krugman è d'accordo, ma per noi è il punto più debole del ragionamento: le spese militari in Iraq e Afghanistan devono scendere (sarà così) e la crisi deve finire in tempi ragionevoli. "Two big ifs". Per Krugman il problema irrisolto è quello del debito, una croce che l'America non può togliersi di dosso.

Obama proposes a European US, dice il neoconservatore in disarmo Charles Krauthammer (rileggetevi cosa pensava dell'Europa nel 2003 e vi farete quattro risate). Per il columnist del Washington Post si tratta di un manifesto socialdemocratico come mai si era ascoltato negli Stati Uniti. In tema di sanità, secondo Krauthammer si prepara un passaggio molto lungo a un sistema pubblico, ma inevitabile se Obama manterrà il suo piano di rendere nel corso degli anni sempre meno attraente quello privato. Sull'università Krauthammer intravede l'idea di rendere "pubblico" il sistema universitario attraverso un'enorme estensione di programmi di borse di studio. Rispetto all'economia verde, per Krauthammer si tratta della visione di Obama, quello che la luna era per Kennedy.

Ecco la conclusione di Krauthammer:

Just as the Depression created the political and psychological conditions for Franklin Roosevelt's transformation of America from laissez-faireism to the beginnings of the welfare state, the current crisis gives Obama the political space to move the still (relatively) modest American welfare state toward European-style social democracy.

Speriamo Krauthammer abbia ragione (e non sarebbe contento). Ora tocca a noi difendere le nostre conquiste sociali alle quali l'America di oggi aspira, a cominciare dal diritto di sciopero. Avere Obama di là aiuta, senza dubbio.