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10 gennaio 2009

L'uomo di Obama per il Medio Oriente, forse

Più di una voce nei giorni scorsi ha rivelato la scelta di Barack Obama come super-inviato per il Medio Oriente: Dennis Ross, già negoziatore-chiave negli anni di Bush senior e Clinton e uno degli artefici della politica americana nella regione negli ultimi anni '90. Ha'aretz ci da i nomi anche di altri consiglieri speciali che la Clinton avrebbe scelto, tra di essi Philip Gordon ai rapporti con l'Europa. Un osso duro, ma di una durezza diversa rispetto a quella a cui ci aveva abituati Bush. The Cable ci spiega come Ross sarebbe la scelta più centrista rispetto al falco Martin Indyk e ai progressisti Aaron Miller e Daniel Kurtzer. Ross tra le altre cose è anche il direttore del Washington Institute for the Middle East, che sul Medio Oriente scrive cose molto chiare (e molto vecchie): procedere ad accordi temporanei (già fallito); isolare Hamas e sostenere Abu Mazen (già fallito); puntare ad una strategia regionale (un po' meno fallito). Di certo Ross fa parte del gruppo dei neoliberal, di cui ci sentirete parlare un po' nel libro e nell'articolo che uscirà prossimamente per Limes. Intanto basti dire che sono un gruppo che probabilmente ispira anche il vicepresidente Biden e che ha posizioni di compromesso tra i falchi dell'amministrazione Clinton, i neocon e i realisti della presidenza di Bush senior. Staremo a vedere, intanto Ross ha cancellato le sue lezioni all'università di Georgetown.

5 marzo 2009

L'uomo di Obama per l'Iran

Non se ne è accorto quasi nessuno, perchè l'annuncio è avvenuto la scorsa settimana quasi in sordina ma Obama ha nominato il suo inviato speciale per l'Iran e l'Asia del Sud-Ovest. Si tratta di Dennis Ross, già uomo-chiave di Clinton (Bill) in Medio Oriente. Noi ce ne siamo occupati a profusione, leggere per credere. Vale la pena ricordare ora solo il fatto che Ross non è esattamente una colomba sulla questione: fa parte di United Against a Nuclear Iran che è un gruppo di pressione che punta tutto sulla lotta al nucleare iraniano e che è guidato anche da James Woolsey, ex della CIA e gran consigliere di John McCain. Se l'idea è quella di negoziare a tutto campo con l'Iran anche su Afghanistan e Iran Ross non è l'uomo giusto. Tra l'altro la sua posizione è che se gli europei seguono gli Usa bene, sennò si fa come durante gli anni di Clinton (sempre Bill). Ecco l'articolo di The New Republic su questa nomina: pare che Ross non si occuperà di girare la regione quanto piuttosto di fare il "policy-planner", cioè quello che rimane a Washington e aiuta a comprendere la regione. E quello lo sa fare piuttosto bene.

29 maggio 2009

E se il dialogo fallisse?

Il presidente Obama ha lanciato una politica estera di "diplomatic engagement": si parla con tutti quelli con cui Bush non voleva parlare perchè la situazione è grave e bisogna uscirne in maniera realistica. Cominciano però ad affiorare dei dubbi e l'evolvere della situazione non è dei migliori. Time fa il punto della situazione di potere a Washington: Dennis Ross (di cui abbiamo già parlato qui) è l'uomo che si occupa di Iran al Dipartimento di Stato. Non è un gran fautore del dialogo vero e proprio ma solo in funzione strumentale per costruire consenso verso sanzioni più severe e, chissà, magari anche un attacco militare. Almeno così aveva dichiarato ai coniugi Leverett (leggete qui il loro articolo), due che hanno lavorato all'NSC proprio sull'Iran e che, dal loro ufficio alla New America Foundation, hanno sempre propugnato un "grande accordo" con Teheran sul modello di quello fatto da Nixon con la Cina. Secondo loro Obama non sta facendo abbastanza e il risultato sarà che gli iraniani si sentiranno messi nell'angolo e faranno saltare il tavolo. Anche Newsweek ha dei dubbi: in giro per il mondo mancano gli interlocutori mentre i nemici sono sempre più forti dalla Corea del Nord all'Iran passando per Pakistan e Afghanistan. Intanto i "cattivi" potrebbero avere la loro prima vittoria già tra qualche giorno nelle elezioni libanesi (si vota lo stesso giorno delle Europee): la coalizione tra Hizbullah e i cristiani anti-americani di Aoun è data per vincente. Anche se gli accordi di Doha obbligano tutti i concorrenti a fare un governo di unità nazionale, un maggiore peso dei fondamentalisti sciiti farebbe pendere l'ago della bilancia verso Teheran e Damasco. Gli americani hanno già fatto sapere che non è detto che gli aiuti al Paese rimangano invariati. Sarebbe un po' come ammettere la propria sconfitta.

12 gennaio 2009

La soluzione irlandese per Gaza

Nella girandola di nomi per la nuova amministrazione Obama il New York Times aveva fatto un'ipotesi diversa da quella che abbiamo avvallato noi nel post qui sotto:invece di nominare un solo inviato speciale per tutta la regione, il nuovo presidente darebbe al neoliberal Dennis Ross la responsabilità dell'Iran (guardate di che gruppo bipartisan fa parte) mentre del conflitto arabo-israeliano se ne occuperebbe il realista e presidente del Council on Foreign Relations Richard Haas, già membro della prima amministrazione Bush. Su Newsweek, Haas delinea una possibile soluzione al conflitto di Gaza: ci sarà un cessate il fuoco che però lascerà i problemi sul terreno, gli Usa dovranno quindi subito avanzare una loro proposta definitiva per il processo di pace che guardi agli accordi che hanno terminato il conflitto in Irlanda del Nord. In sostanza Haas da vero realista dice che bisogna dare incentivi anche a gente di Hamas ad abbandonare il fucile per scegliere la politica. Il presidente del CFR va poi nei dettagli e descrive i contenuti della proposta americana: una Palestina nei confini del 1967 ma con la preservazione dei blocchi di colonie più grandi;compensazioni territoriali per queste annessioni israeliane; una qualche forma di sovranità su Gerusalemme Est e sui luoghi santi che permetta ai palestinesi di stabilire lì la capitale; il diritto al ritorno dei profughi solo nel nuovo Stato palestinese; il dispiegamento di una forza di polizia composta da paesi "arabi ed islamici" per controllare il territorio. Tutto molto bello, se non fosse che al momento non esiste una leadership palestinese laica con cui trattare e il prossimo vincitore delle elezioni israeliane potrebbe essere Benjamin Netanyahu. Su quest'uomo è utile fin da ora fare un piccolo excursus anche per evitare le banalità sul fatto che i palestinesi non riconoscono l'esistenza di Israele. Per limitarsi a Bibi Netanyahu il sentimento è reciproco: nel suo libro "A Place Among Nations" dei primi anni '90 il futuro leader del Likud diceva che l'unica via per garantire la sicurezza di Israele era tenersi la Cisgiordania e non permettere la nascita di uno Stato palestinese. Da allora lui e il suo partito non hanno mai granchè rinnegato quella teoria.

2 dicembre 2008

Il Medio Oriente che aspetta Hillary

Ecco in un articolo abbastanza schematico di RealClearWorld le sfide che impegneranno da subito Hillary Clinton sul processo di pace: dal 9 gennaio per esempio la legittimità della presidenza di Abu Mazen sarà quantomeno dubbia, un mese dopo le elezioni israeliane potrebbero portare al potere Benjamin Netanyahu. In poco tempo, potrebbe ritrovarsi senza interlocutori veri. Ecco che la scelta di un buon inviato per il Medio Oriente è cruciale. Huffington Post propone Colin Powell e vede come la peste Dennis Ross, troppo vicino ad Israele. Il giornale israeliano progressista Ha'Aretz parla invece di Daniel Kurtzer che noi intervistammo in forma riservata la scorsa estate: è uno che ha fatto tesoro degli errori dell'amministrazione Clinton e anche solo per questo sarebbe una buona scelta. Infine, David Corn di Mother Jones ci invita a non sottovalutare un'altra figura della nuova amministrazione Obama e cioè il generale Jones, nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale: un militare ma anche un diplomatico, potrebbe far funzionare di nuovo l'apparato di intelligence e diplomatico che è fermo dall'epoca d'oro dei neocon.

16 giugno 2008

McCain e il ritorno dei vulcani


James Mann ci aveva già impressionati pochi anni fa con il suo "The Rise of the Vulcans" una lucida biografia del gruppo di persone che aveva costruito la politica estera di Bush. Oggi torna sull'argomento sul Washington Post per guidarci, attraverso le biografie dei possibili ministri di McCain nelle contraddizioni di una possibile nuova amministrazione repubblicana. Secondo Mann, il senatore dell'Arizona sarà al centro della solita vecchia tempesta tra realisti alla Kissinger e neoconservatori idealisti che caratterizza la destra americana perlomeno dal 1976. Sul Los Angeles Times Ted Widmer, ex eminenza grigia di Clinton, sostiene che, Bush o non Bush, l'idealismo internazionalista americano non può morire, tanto più se sarà un democratico a sedere alla Casa Bianca. Su quel fronte cominciano ad emergere i nomi dei primi veri consiglieri sul Medio Oriente: tra di loro Dennis Ross che fu l'uomo di Clinton nella regione.