17 settembre 2009

Afghanistan, sei morti e una discussione che non c'è mai stata


La notizia di oggi è che, siccome il nostro esercito occupa un Paese nel quale sul 90% del territorio opera una guerriglia nemica, questa ha fatto sei morti e quattro feriti tra i soldati italiani. E' una bruttissima notizia, come tutte quelle che riguardano le guerre. Da stasera sentiremo parlare di eroi, di assassini, di necessità di rimanere (La Russa) e di necessità di pensarci (Calderoli). Oppure di andarsene senza se e senza ma (la sinistra)....Il Pd non dirà quasi nulla, oppure tutte queste cose assieme.
Quel che nessuno dirà e che nessuno sa è cosa stia capitando in Afghanistan. I nostri giornalisti sono sempre embedded e ci mostrano: a) corse sulle jeep in perlustrazione b) soldati che fraternizzano con gli afghani c) funzionari locali che dicono che siamo tanto bravi. Eppure oggi ci sono sei morti e nessuno, ma proprio nessuno è in grado di dire come uscire, a che punto, perché e con quali risultati. A differenza che negli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, ci si divide urlando, ma non si analizzano le ragioni di un evidente fallimento strategico e politico. Da noi non si è parlato del governo Karzai, dell'oppio, del processo politico ed elettorale in tilt, della riorganizzazione dei talebani, della loro forza nel reclutare anche non fanatici, proprio a causa di una presenza straniera invadente e dell'arroganza diffusa dei funzionari di un governo che appare piuttosto un protettorato. Le soluzioni non sono semplici. Qui un documento semi riservato dell'amministrazione Obama su priorità e strumenti di valutazione della situazione. Le priorità: "disrupting terrorist networks in Afghanistan and especially Pakistan, working to stabilize Pakistan, and working to achieve a host of political and civic goals in Afghanistan." Se noi siamo li per quello sarà giusto parlarne e capire come. Oppure continueremo a rispondere a Washington mandando dieci soldati in più, ma senza farlo sapere all'opinione pubblica. L'Afghanistan non è la Crimea (dove Cavour mandò a morire soldati in cambio di un posto alla conferenza di pace), servono idee, interventi civili e franchezza con l'opinione pubblica italiana che, come rilevavano i Trasatlantic trends 2009 la settimana scorsa, è stufa di una guerra nella quale facciamo finta di non essere.
Quella qui sopra è una mappa dell'Afghanistan, basta scorgerla per capire la situazione. Volete guardare com'è cambiata la situazione? Andate sul sito dell'Internazional council on security & developement a questa pagina.

Via lo scudo antimissile. Addio guerra fredda?

La Casa Bianca ha annunciato che non piazzerà le sue batterie anti missile in Repubblica Ceca e Polonia. La mossa si può interpretare in diversi modi, probabilmente tutti veri. Qui la conferenza stampa al Pentagono.
1. Il capo del Pentagono Gates sta rivedendo l'organizzazione delle forze armate Usa: meno armi fine di mondo, più contronsurrezione. Ecco che, in un anno di ristrettezze economiche, lo scudo perde di interesse.
2. Gli Usa hanno disperato bisogno di Mosca nella partita iraniana e un poco anche in Afghanistan. Dopo aver siglato il patto per la riduzione delle armi nucleari, ecco un nuovo segnale distensivo nei confronti del Cremlino.
3. Tra i due Paesi la tensione è sulla Georgia e Ossezia. Ecco che un inutile scudo ai confini dell'ex blocco sovietico non fa che aumentare la tensione nell'area senza essere utile a nulla (salvo voler tornare alla politica del riarmo in competizione con la Russia, ma non avrebbe senso per varie ragioni). A proposito di Georgia, per capire che il luogo è diventato importante a causa di oleodotti e gasdotti che ci passano, basta guardare i giornali economici. C'è una quantità enorme di pubblicità su i nuovi distretti industriali, i tax breaks, etc.
4. L'Europa, specie quella dell'est, non è più il centor del mondo: perché mettersi a fare a braccio di ferro in un punto inutile del pianeta? A questo proposito: chi sarà davvero scontento saranno i governi polacco e ceco, disperatamente alla ricerca di un protettore anti-russo e incapaci - non del tutto a torto - di scrollarsi di dosso l'idea che Mosca abbia comunque un'attitudine espansia verso le sue ex colonie.
La questione è desitnata a infuocare il dibattito sulla politica estera: i nostalgici della Guerra fredda e i conservatori faranno scintille. Pensate anche a chi è, in campo democratico a gestire la Georgia: il vecchio Biden.

15 settembre 2009

L'occasione che si sta quasi sprecando

Oggi l'inviato di Obama per il Medio Oriente George Mitchell si è incontrato con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Come ci spiega Ha'aretz per ora non ci sono passi in avanti: Netanyahu non vuole accettare di congelare gli insediamenti e i palestinesi pongono questa questione come pregiudiziale. L'amministrazione Obama ha ribaltato la situazione di qualche anno fa quando era il mancato riconoscimento di Israele da parte di Hamas ad impedire i colloqui. Perchè, al fondo, la questione è questa: se Netanyahu non vuole fermare le colonie è perchè non crede che uno Stato palestinese possa portare sicurezza ad Israele. Il New York Times oggi ha un editoriale molto chiaro: si sta sprecando una finestra d'opportunità sia da parte israeliana che da parte araba dove nè i sauditi nè gli egiziani fanno pressioni perchè i governi filo-occidentali della regione aprano allo Stato ebraico con gesti simbolici. Sull'Iran, dall'altro lato, Time ci racconta come l'amministrazione potrebbe stare per entrare in un cul-de-sac: minacciando le sanzioni inasprirebbe la reazione iraniana, ma in mancanza di risultati i colloqui a cui Teheran si è dichiarata aperta finirebbero per indebolire l'amministrazione sul fronte interno. Meno male per il presidente che, come ci racconta il New York Times Magazine, la lobby filo-israeliana sta cambiando: un po' meno ideologia e una generazione meno condizionata dall'olocausto forse porterà a scelte meno autolesioniste. Per il momento però, l'ora della verità si avvicina e non sembra una buona verità per l'amministrazione.

14 settembre 2009

Did you say regole per la finanza?

Nel week-end i quotidiani Usa hanno celebrato un anno dal dallimento di Lehman brothers. Il 15 settembre può essere considerato una data simbolica per la crisi 2008-2009 e i media più importanti hanno dedicato parecchio spazio alla ricostruzione delle vicende, sottolineando come, poco fosse cambiato. Dove sono andate a finire le riforme? Allora è vero che a Wall street non cambia niente! Sono stati i commenti di tutti o quasi. Ecco un LA Times, ed ecco tre fantastiche grafiche del New York Times, la prima su dove sono andati i soldi pubblici spesi per salvare le imprese, una sulle proposte di riforma e la terza, la più bella, sulle dimensioni delle banche nel corso di quest'anno (alcune sono scomparse, altre sono quasi uguali ad un anno fa, grazie all'intervento pubblico). Oggi, non proprio a sorpresa, Obama è andato a Wall street a parlare di regole. Il solito bel discorso, niente retorica contoro la cupidigia, ma un appello a Wall street: partecipate anche voi al progetto riformatore, non speculate sull'oggi, perché la prossima volta non interverremo. E poi una serie di proposte chiare sul controllo, la capitalizzazione, la trasparenza verso i consumatori, gli standard internazionali. C'è grande dibattito sul potere della Federal reserve. Non chiedeteci le nostra, per adesso non ne abbiamo una. Qui il testo del discorso, qui il video.

12 settembre 2009

Toh, chi si rivede

Il governatore del New Mexico, Bill Richardson avrebbe dovuto essere tra i pezzi pregiati dell'amministrazione Obama. Poco dopo essere stato nominato, era stato incriminato per un affare di soldi elettorali (o simili). Ieri è stato prosciolto, ma il suo posto a Washington nel frattempo è stato occupato. Richardson è stato tra i primi sostenitori importanti del presidente durante le primarie, è governatore di uno Stato conquistato dai democratici, è un latino ed uno dei migliori diplomatici su piazza. Lo stile è quello Carter, posti difficili, gatte da pelare, conoscenza dei meccanismi di altri posti (è stato ambasciatore all'Onu). Pochi giorni fa l'archivio fotografico Reuters mostrava delle sue foto a La Havana. Ufficialmente un viaggio per promuovere i prodotto agricoli del New Mexico...ma siamo seri. Nella foto, è addirittura con il diavolo in persona. Richardson sta forse lavorando su Cuba e visto che nel suo Stato si vota nel 2010, chissà che non finiscano per trovargli un posto a DC.

10 settembre 2009

Vengono anche loro?

Sabato i nostri affezionati lettori avranno l'ultima possibilità di seguire una presentazione del nostro libro "come cambia l'America". Si va a Como ospiti della manifestazione Parolario. L'appuntamento è alle 17 in piazza Cavour. Da Milano è praticamente ad un tiro di schioppo. Non fate che poi non venite e ve ne pentite.

Commenti americani

La migliore sintesi del discorso obamiano ci sembra, per ora, quella di David Corn su Mother Jones. Se avete poco tempo per andarvi a guardare la stampa Usa, prendetevi questa.

Il quesito finale di Corn è quello che ci poniamo tutti: può un dicorso cambiare il corso di un processo legislativo complesso dove tutti si sono già posizionati dentro le proprie trincee? L'intervento di Obama era diretto all'opinione pubblica (soprattutto a quella più speventata dall'idea di un cambiamento dello status quo) e ai Congressmen; adesso va misurata quanto l'abilità retorica di Obama abbia prodotto in termini di consensi (partirà l'ondata di sondaggi per vedere quanto Obama riesce a spostarne) e quanto, soprattutto, Obama e i suoi uomini sapranno fare nei corridoi del Congresso per persuadere, minacciare, convincere, aggredire.Per vincere, insomma, ben sapendo che il sistema istituzionale americano è una via di mezzo tra Bisanzio e il MedioEvo europeo dei principi e delle gilde. Intanto la Casa Bianca, contemporaneamente al discorso del presidente, ha articolo una sua proposta - ancora piuttosto generica, ma sua - di riforma. In molti chiedevano che il presidente fornisse questo canovaccio. Lo trovate qui.

Cosa ha detto Obama al Congresso

Ecco una breve sintesi del piano descritto da Obama al Congresso ieri sera. Sulla questione più controversa, la creazione di un'assicurazione pubblica che competa con quelle private, il presidente ha detto che si rivolgerebbe solo a chi non è oggi assicurato e che in ogni caso non bisogna essere ideologici: se c'è un altro strumento che può conseguire lo stesso risultato è benvenuto. Ha poi accettato l'idea, che era di John McCain, di creare una "borsa delle assicurazioni" dove individui e imprese possano contrattare delle polizze più convenienti. Il tutto si reggerebbe sull'obbligatorietà dell'assicurazione sanitaria, come da noi per le automobili: chi non se la può permettere però avrebbe uno sgravio fiscale da parte dello stato. Infine una serie di misure che lui ha definito costituiscono l'80% della riforma e che sostanzialmente garantirebbero i cittadini dagli abusi tipici del sistema attuale: l'impossibilità di negare la copertura in base a condizioni pre-esistenti nel paziente; un limite alle spese che i clienti debbono sobbarcarsi da soli anche quando coperti da polizza; l'obbligatorietà della copertura delle cure preventive come la mammografia o la colonscopia. Questo piano, secondo Obama, costerebbe 900 miliardi di dollari in 10 anni: meno delle guerre o dei tagli alle tasse per i ricchi fatti da Bush, come Obama ha fatto notare. Questi soldi verrebbero fondamentalmente da 3 fonti: la riduzione degli sprechi nei programmi medicare e medicaid; la lotta alle cattive pratiche e ai costi legali legati alla professione medica; una tassa sulle pratiche più costose delle assicurazioni private. Per chiudere, un richiamo tipicamente obamiano alle radici storiche americane: la riforma non è "un-american", è anzi nel solco della storia del paese. Prima di tutto perchè è il completamento del disegno del New Deal e della Great Society, tempi nei quali i membri del Congresso "capirono che i pericoli di uno stato troppo invadente corrispondono a quelli di uno stato che lo è troppo poco". In secondo luogo perchè "c'è l'idea in questo paese che il duro lavoro e la responsabilità devono essere ripagati in qualche misura dalla sicurezza e dalla giustizia". La commissione Finanze del Senato, l'unica a non aver ancora concluso i lavori, ha promesso che lo farà entro la prossima settimana.

Non sono il primo a promuovere questa causa, sono determinato a essere l'ultimo


I titoli sembrano essere positivi (anche Politico, che non è esattamente liberal). Obama ha parlato 47 minuti ed è stato interrotto da un deputato republicano della South Carolina che ha gridato you lie. Per come è ridotta lo Stato del Sud, feudo del G.O.P., farebbe bene a stare zitto. Obama ha sfidato il Congresso, spesso incapace di agire, paralizzato dai suoi veti e non popolare tra gli americani. Funzionerà lo stratagemma? Sarà stato capace di convincere la middle class spaventata dalle tasse e gli anziani impauriti dall'idea di perdere la loro copertura sanitaria? Ecco il discorso, più tardi le reazioni.

9 settembre 2009

Un altro fronte difficile: il Medio Oriente

Mentre l'America (e anche un po' il mondo) attende il discorso di stasera sulla riforma sanitaria, è bene fare il punto sulle attività dell'amministrazione sul processo di pace. E' questo uno dei pochi fronti sui quali il presidente può sperare di raggiungere qualche limitato successo che produca poi un sensibile miglioramento della posizione nella regione. Massimo Calabresi su Time ci spiega perchè Obama è così interessato a portare a casa qualche risultato: la minaccia di sanzioni contro l'Iran, nel caso piuttosto probabile che fallisca l'apertura al dialogo proposta dagli Usa, non è credibile se gli arabi filo-occidentali non la sostengono. Ma allo stesso tempo è difficile che questi paesi sostengano la politica americana se questa si dimostra inefficace nel bloccare gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, una vera ipoteca contro qualsiasi speranza di nascita di uno Stato palestinese. Il quotidiano conservatore Jerusalem Post la vede in un'altra maniera: Obama si è alienato le simpatie del mainstream israeliano con la sua campagna contro gli insediamenti con il risultato che ora il ministro laburista (ma piuttosto guerrafondaio) Ehud Barak ha approvato una nuova ondata di costruzioni. Il fatto è, però, che l'asse si è veramente spostato negli Stati Uniti. Basta vedere l'editoriale di oggi del New York Times: un imprenditore palestinese spiega come la politica dei posti blocco israeliana abbia fermato lo sviluppo palestinese e che, nonostante quest'anno il PIL sia cresciuto del 7% (ritmi cinesi o indiani) è solo un rimbalzo momentaneo rispetto al meno 34% registrato dal 2000 in poi. Insomma, conclude l'editorialista-imprenditore, non esiste l'alternativa tra sviluppo economico e processo di pace. E' proprio per questo che sarà cruciale l'iniziativa americana che verrà pubblicizzata o durante il G-20 di Pittsburgh oppure all'assemblea dell'Onu: dalla velocità con cui procederà il processo di pace dipenderà in parte il negoziato con l'Iran e, a cascata, le possibilità di successo americano in Afpak.

Provaci ancora Barack

Non è la prima volta che Barack Obama prova a riformare la sanità. Era il 2004 (pensate, solo 5 anni fa) e l'attuale presidente era solo un senatore dello stato dell'Illinois, dove tra l'altro è ambientato ER. Il Washington Post ci racconta oggi con un lungo articolo come andò allora: Obama mise su una coalizione molto ampia come si fa spesso in America. L'obiettivo iniziale era un sistema quasi all'Europea in cui tutti sarebbero stati coperti. I costi piuttosto elevati e le forti resistenze delle assicurazioni furono da subito un problema che Obama cercò di risolvere con una trattativa. Trattò così a lungo e così approfonditamente che la legge che fu approvata non istituiva nessun nuovo sistema ma solo una commissione che avrebbe studiato il problema. Questa stilò un rapporto in cui consigliava di rendere obbligatoria l'assicurazione (come da noi per le auto) ma di fornire sussidi a chi non poteva permettersela. Nessuna assicurazione pubblica insomma e d'altronde Obama aveva accettato che nella commissione fossero presenti anche i rappresentanti di quelle private. Inutile dire che quel sistema non è mai entrato in vigore in Illinois anche a causa dei rovesci giudiziari che colpirono il governatore Blagojevich. Una storia da tenere a mente in vista del discorso che il presidente farà stasera sulla sanità.

8 settembre 2009

Un nuovo alleato sulla riforma sanitaria

Ecco il testo dell'intervista concessa da Bill Clinton a Esquire nella quale l'ex presidente difende la public option, sostiene che Obama sta facendo bene e che i democratici devono scaricare i repubblicani e tirare diritti per ottenere una riforma qualsiasi senza preoccuparsi troppo del budget. Su questo, ma ho perso il link, sul New York Times di domenica Robert Reich, ex segretario al lavoro di Bill e oggi professore di economia a Berkeley, recensiva un libro di storia della riforma sanitaria nel quale si spiega che nessun presidente ha mai tenuto conto del fattore risorse. Prima si fa la legge che cambia la società nel profondo, poi si pensa ai soldi.

Obama, la sanità, gli anziani e il voto del 2010

Se cercate una spiegazione all’impasse politico che ha attanagliato l’amministrazione Obama per tutta l’estate, guardate i sondaggi per il governatore della Virginia. O per i posti in Congresso del Nevada e negli altri Stati tradizionalmente repubblicani o moderati che il presidente ha portato ai democratici nel novembre del 2008. Senza che i repubblicani abbiano fatto nulla per guadagnare terreno, il pendolo punta dalla parte del partito dell’elefante. Un fatto fisiologico dopo una vittoria tanto grande come quella di Obama, ma andatelo a spiegare ai senatori e rappresentanti che se sbaglieranno voto sulla riforma sanitaria rischiano di restare a casa. Per carità, non è tutta qui la difficoltà del re degli oratori, ma l’agenda politica di ciascun presidente non può fare a meno di giocare le partite più difficili nei momenti in cui si è abbastanza lontani dalle elezioni. E in questa estate del 2009, le lancette dell’orologio si avvicinano in maniera pericolosa alla distanza simbolica di un anno dal voto di mezzo termine (novembre 2010).
E’ per questo che il presidente aveva marcato stretto la leadership parlamentare del suo partito perché approvasse la riforma sanitaria prima dell’estate ed è per questo che domani si presenterà davanti ad una sessione bicamerale del Congresso per parlare della legge più difficile da far approvare al Congresso degli Stati Uniti d’America. (per continuare clicca qui)

Ritorno ai comizi, stavolta per la riforma

Domani Obama parlerà al Congresso riunito in sessione bicamerale. Ieri però è andato a fare un comizio in Ohio (qui il video e qui una sintesi e l'articolo di Politico) ove ha insistito molto sulla crisi e le misure approvate (era il Labour day) e sulla riforma sanitaria. Il presidente ha fatto molta retorica anti poteri forti e repubblicani e ribadito la sua preferenza per la public option. Ma senza andare a fondo e lasciarci capire esattamente cosa dirà a rappresentanti e senatori. Obama parla a una platea sindacale e sembra un campione liberal. La domanda è: che strategia sta giocando? Potrebbe cercare di infiammare la platea e poi far passare un copromesso, oppure forzare. Il Nyt ci racconta che c'è un testo redatto dal senatore Baucus (Montana, democratico) che contiene alcune cose importanti ma dove la public option è assente. Aspettiamo e vedremo.

7 settembre 2009

In Afghanistan non squillano i telefoni

Ricordate questo spot di Hillary Clinton durante la campagna per le primarie? Un telefono squillava alle 3 del mattino e doveva esserci un presidente pronto a prendere le decisioni difficili, Hillary era in grado, Barack no. Ora lui fa il presidente e lei la Segretaria di stato ma il problema è un altro: come scrive giustamente lo storico Andrew Bacevich sul Los Angeles Times, la questione non sono le crisi improvvise ma quelle che, come l'Afghanistan, peggiorano lentamente di giorno in giorno senza che la presidenza sappia farci granchè. Bacevich propone realisticamente di cominciare ponendosi una domanda diversa dal classico "come vinciamo" e cioè: quali alternative abbiamo alla guerra per perseguire i nostri limitati interessi nazionali in questo paese? Intanto, continuano i conteggi elettorali e si trasformano in una triste gag: come segnala il New York Times, ci sarebbero molte urne finte in giro per il Paese piene di voti per Karzai. Certo se l'attuale presidente vincesse leverebbe parecchie castagne dal fuoco agli americani e a noi.

6 settembre 2009

Anche i lobbisti piangono


La crisi colpisce anche il settore delle lobby, che nel 2008 aveva assorbito ben 3,3 miliardi di dollari, più del doppio del decennio precedente. Sono soldi che pesano e hanno pesato sempre di più, quando si analizza la politica americana bisognerebbe ricordarsene più spesso. La (buona) notizia che ci da oggi il Washington Post è che per la prima volta i soldi spesi per fare lobby sono diminuiti del 10% e che ci sono più di 2mila lobbisti in meno a Washington - non bisogna dimenticare che è un lavoro legale, per il quale ci si registra. Un po' è la crisi ma un po' è che semplicemente sta cambiando la natura del lobbying: si fanno più spot in tv, si creano più campagne "dal basso" e tutto ciò non viene registrato dall'ufficio del Congresso che aiuta a compilare i grafici che vedete sopra. Per esempio 75 milioni di dollari sono stati spesi finora in pubblicità televisiva solo sul tema della sanità. E poi alcune società non ci sono più (la Lehman) o altre sono parzialmente sotto controllo governativo come quelle del settore automobilistico oppure assicurativo. La parte del leone, nonostante il calo, la fa ancora il settore sanitario dove si spendono comunque più di 200 milioni in un solo trimestre.

Crisi e G20: un po' di dibattito economico


Non siamo stati troppo attivi questa settimana e ci sarebbero molte cose da dire. Essendo domenica, partiamo da lontano. Il G20 di Pittsburgh si avvicina e ieri si è riunito il vertice dei ministri finanziari. In fondo siamo ancora in piena crisi e, nonostante i segnali positivi degli indicatori classici, la gente vive ancora molto peggio di due anni fa. Al G20 si discuteva del come affrontare il futuro prossimo e dotare il mondo di sistemi che riducano l'effetto delle crisi e/o impediscano alla finanza di esagerare nel rischiare i soldi dei risparmiatori. Le divisioni sono diverse, ma sembra che per adesso sia passata la linea Geithner: più regole per le banche, necessità di tenere più soldi in cassaforte (quanto presti/investi rispetto a quanto davvero hai in cassa?). L'Europa vuole regole per i bonus e qualcosa otterrà. India, Cina e Brasile vogliono pesare di più in Fmi e Bm. Anche per loro andrà bene.
Tornando a parlare di crisi e ad un anno dalla fase di panico (Lehman falliva il 15 settembre) ecco l'ampio articolo di Paul Krugman desitinato a far discutere. Perché gli economisti non ci hanno capito niente? E' una domanda su cui ha scritto a lungo Martin Wolf del Financial Times, convinto che la crisi sia peggio di come ci si racconta. Krugman coglie l'occasione per criticare una scienza economica fatta di modelli e incapace di guardare a quanto succede intorno. Il duello è vecchio: Chicago boys contro Keynes, con il pendolo che la crisi ha fatto oscillare verso Keynes. Anche l'Economist ha dedicato due ampi articoli teorici al tema (qui il link al primo, al secondo, sulla finanza, ci si arriva da li) . Roba un po' difficile ma di grande interesse. Qua un mio ben più mediocre articolo che riassume cose dette dagli economisti a Cernobbio e altrove. Quest'anno più critici del monetarismo che in passato gli ospiti.

3 settembre 2009

Un PD che vince (e i problemi per Obama)

11 anni fa alcuni fuorisciti dal Partito LiberalDemocratico (LDP, centrodestra, al governo per 55 anni) si unirono ad alcuni ammiratori nipponici del nostro Ulivo per fondare il Partito Democratico del Giappone. Poco a che vedere con il nostro PD, tanto che la stampa informata definisce il DPJ come un partito centrista e basta.
Uno dei migliori conoscitori italiani del Giappone, Francesco Sisci, spiega le implicazioni interne ed internazionali di questo cambio di governo a Tokyo: mentre sul fronte interno si tratterà di scrivere un nuovo patto sociale (anche il Giappone, tra l'altro, è afflitto dal precariato su larga scala), su quello esterno si tratta di venire a patti con il nuovo ruolo della Cina su scala asiatica. Il nuovo governo di Tokyo punta quindi a ricostruire una dimensione continentale e a fare da ponte tra Obama e la Repubblica Popolare. Per ora ci si muove con poca esperienza, basta leggere la cronaca dei primi atti di politica estera di Hatoyama, il futuro premier. In discussione il rapporto con gli Usa ma, in prospettiva, un Giappone di nuovo dotato di un progetto non farebbe che comodo all'amministrazione. E poi dei democratici che vincono non si trovano mica dappertutto: se ci vogliono 11 anni dalla fondazione vuol dire che il PD italiano può farcela nel 2018.

1 settembre 2009

Quante truppe per kabul...seri dubbi alla Casa Bianca

Ieri il generale mcChrystal, comandante a kabul, ha prodotto un rapporto che individua alcuni problemi, modifica le priorità e consiglia un nuovo atteggiamento alle truppe che lui stesso comanda. Molte cose sensate (più aiuti, meno bombardamenti, più vicinanza con la popolazione) e un vuoto. Il generale non chiede più truppe. Oggi scopriamo il perché, alla Casa Bianca speravano che il consenso sulla guerra afghana sarebbe rimasto inalterato, ma stanno scoprendo che le cose non filano liscie. Che fare? Evitare di prendere impegni. Ieri il conservatore George Will, sul Washington Post chiedeva di lasciare il Paese, continuare a bombardare e a mandare truppe speciali e spie al confine. Il modo perfatto per nutrire al Qaeda e riperdere l'Afghanistan. Gli risponde Bill Kristol, stessa parrocchia, dicendo No way.
Il problema sembra essere aperto anche alla Casa Bianca. Ecco una parte del nio articolo di domani su Liberazione, le notizie interessanti vengono da qua.
La pressione per la riforma sanitaria e il calo dei consensi, e la percezione che la guerra afghana (o la lotta al terrorismo) non siamo più nella testa degli americani, rende più pesante l’aria anche alla Casa Bianca. Il vicepresidente Biden, che è una vecchia volpe di Washington, sarebbe preoccupatissimo. Alcuni alti funzionari a lui vicini, parlando anonimamente con una reporter della <+Cors>McClatchy <+Tondo>- compagnia che pubblica diversi giornali negli Usa - hanno spiegato che alla Casa Bianca «credevano che avrebbero avuto un ampio sostegno popolare» e che il vicepresidente sia convinto che senza quello, non ci si può impegnare per altri soldati per un periodo non definito e sicuramente lungo. Il fatto che nei rapporti consegnati l’altroieri dal comandante in Afghanistan McChrystal non ci fosse la richiesta di un aumento di truppe è il frutto di una richiesta della Casa Bianca. L’invio precedente di truppe, collegato alle elezioni, era stato più facile da far digerire, era collegato ad una scadenza. Ma adesso? Dall’amministrazione fanno sapere che nei prossimi giorni partirà un processo di revisione della situazione che coinvolgerà tutte le figure chiave della politica estera e militare Usa. Poi Obama dovrà prendere delle decisioni. Difficili.

31 agosto 2009

McCain, Cheney e la tortura

Dick Cheney, che sta cercando di approfittare dello scontro Cia, Dipartimento di Giustizia sugli interrogatori dei terroristi, è tornato domenica a difendere le scelte dell'amministrazione Bush. Questo il video in cui il senatore repubblicano mette a tacere l'ex vicepresidente sulla tortura e il ruolo che questa ha avuto negli anni di Bush.

28 agosto 2009

Che fine hanno fatto i conservatori?

Aspettano e pregano perché la riforma sanitaria finisca sugli scogli. Ecco una bella intervista (in italiano, quando ci sono cose, vale la pena segnalarle) al direttore della New York Review of Books, Sam Tanenhaus, che ha appena scritto The death of american conservatism, comparsa oggi su Europa a firma Marilisa Palumbo e Guido Moltedo.

L'America di John Steinbeck, revisited


"The Grapes of Wrath" ("Furore", in Italia) è il grande romanzo affresco con il quale John Steinbeck raccontò la Grande Depressione nel 1939. Chris McGreal del Guardian ha ripercorso il viaggio della famiglia Joad, in fuga dalla crisi verso la California attraverso la Route 66.

Si parte da Tulsa, Oklahoma. McGreal comincia il suo viaggio da una clinica, sponsorizzata dalla chiesa battista locale: l'ospedale cura chi non ha assicurazione sanitaria. Nel link trovate l'articolo, il primo video della serie, e le foto. Bella idea.

Il miglior discorso di Ted Kennedy

Lo trovate qui, su Americanrhetoric.com.

E' il discorso alla Convention democratica di New York del 1980, lo speechwriter era Bob Shrum. Comincia così:

“sono qui questa sera non per presentarmi come candidato ma per sostenere una causa. Vi chiedo di rinnovare l’impegno del partito democratico per la giustizia economica. Vi sto chiedendo di rinnovare il nostro impegno per garantire una prosperità duratura e giusta (...). La nostra causa è stata, fin dai tempi di Thomas Jefferson, la causa delle persone comuni, donne e uomini. Il nostro impegno è stato, fin dai giorni di Andrew Jackson, per quelli che egli chiamava gli umili membri della nostra società – i contadini, gli operai, chi lavora. Su queste fondamenta abbiamo definito i nostri valori, le nostre politiche e abbeverato la nostra fede”

27 agosto 2009

Un mese di tempo per il processo di pace

Questa faccia non si trova molto spesso sui nostri giornali: è quella di Salam Fayyad, primo ministro dell'ANP, o meglio dell'autorità che governa oggi la Cisgiordania, perchè Gaza è nelle mani di Hamas. Secondo il New York Times, Fayyad avrebbe preparato un piano per arrivare concretamente ad uno stato palestinese entro due anni. Secondo il Guardian invece, tra poco meno di un mese Obama farà un grande discorso sul processo di pace in cui, affiancato da Netanyahu e Abu Mazen, dirà alcune cose: gli israeliani fermano parzialmente la costruzione degli insediamenti; gli arabi stabiliscono timide relazioni commerciali con Israele; si fissa un'agenda di due anni per i colloqui di pace. Il discorso ci sarà o all'Onu oppure al G-20.
Il tutto sarebbe parte di uno scambio con Netanyahu sulla politica iraniana: le concessioni sugli insediamenti sarebbero la contropartita per un nuovo giro di sanzioni più dure contro Teheran. Netanyahu sembra che si sia mostrato più aperto nella tappa londinese, parte del suo viaggio in Europa.
Sembra però la ricetta per il prossimo fallimento: Russia e Cina non aderiranno alle sanzioni contro l'Iran; Netanyahu non propone un vero blocco ma cerca di far passare la linea della necessità di avallare la "crescita naturale" degli insediamenti; i palestinesi non possono accettare, nell'anno elettorale, l'ennesimo "processo" che non porta mai alla pace. D'altronde anche Bush aveva promesso entro il 2005 lo stato palestinese, poi aveva spostato la scadenza al 2008. Forse a decidere veramente saranno i gesti sul terreno: il processo avviato da Fayyad e magari avallato dalla "nuova guardia" di Fatah da una parte, la costruzione degli insediamenti dall'altra. E in mezzo la politica mediorientale di Obama a pezzi.

26 agosto 2009

Il video-ritratto alla Denver Convention

Un po' retorico, ma si nota l'accento, anche la, sulla sanità e sulla partecipazione.

Kennedy, il discorso alla Convention di Denver

Ecco l'ultimo discorso importante del senatore. Un oratore niente male

La riforma sanitaria perde un paladino: è morto Ted Kennedy


Era una notizia annunciata, da quando prima dell'estate scorsa era stato trasportato d'urgenza da Martha's vineyard all'ospedale e gli era stato diagniosticato un cancro al cervello. Dopo esser riuscito a vedere Barack Obama alla Casa Bianca, il leone Kennedy non ha fatto in tempo a vedere approvata la legge per la quale si è battuto negli ultimi decenni. A 77 anni, l'ultimo dei tre fratelli Kennedy, l'unico ad essere arrivato in fondo alla vita in maniera naturale, è morto. La sua ultima grande mossa politica era stata quella di schierare la famiglia dietro al futuro presidente nel mezzo delle durissime primarie democratiche. Non aveva spostato masse, era considerato un liberal, uno di quelli che non piace alla base democratica con la quale Obama aveva difficoltà, ma aveva contribuito a creare l'aura presidenziale al senatore afroamericano. I ritratti fioccheranno, ma siamo ancora alle prime cose uscite. I fratelli, l'incidente d'auto di Chappadiqquick, l'isoletta d fronte a Martha's vineyard, 1969 in cui morì la sua segretaria, le battaglie da senatore, la sanità, il tentativo di scrivere una legge sull'immigrazione bipartisan con John McCain, l'investitura di Obama e la lotta contro il cancro. Qui lo speciale del Boston Globe, il quotidiano del suo Massachussets, ecco il ritratto Bbc, con le reazioni e qualche link e sette pagine di ritratto del New York Times. La lunghezza degli articoli, segnala che i coccodrilli, come si chiamano in gergo gli obituaries, erano già pronti. Chi scrive ha la fortuna di aver visto uno dei comizi per Obama in New Jersey. C'era Robert De Niro, roba forte.
Chi sarà il nuovo senatore? Uno di famiglia? La prossima, cinica, domanda è questa.

25 agosto 2009

Sanità, la guerra degli spot


Il primo è quello nel quale un'ambulanza cerca di attraversare la città, bloccata a ogni svolta da qualche macchinone nero. L'ambulanza è la riforma, i Suv con i vetri oscurati, gli special interests. Ecco un link a una pagina di Time dalla quale guardare dieci spot a favore e contro la riforma. Cliccando su next, si vede il successivo (d'accordo, è una spiegazione inutile).

Lezioni americane di mobilitazione progressista

Domani, e fino all'8 settembre, scendono in piazza i favorevoli alla riforma sanitaria: la versione forte, quella che include una polizza assicurativa pubblica. La mobilitazione è promossa, oltrechè da "Organizing for America" anche dalla grande campagna "Health Care for America Now" che mette insieme le due grandi centrali sindacali, le organizzazioni delle donne, quelle dei latinos e degli afroamericani nonchè il Center for American Progress, il grande think tank progressista. La lotta è contro i repubblicani ma anche contro i democratici conservatori, guardate lo spot che li prende di mira: in maniera populista ma forse efficace mostra come alcuni membri del Congresso, a causa di finanziamenti delle lobby che vengono quantificati al centesimo, si muovano contro la maggioranza della popolazione americana. Nel frattempo questa parte della coalizione democratica (in termini italiani diremmo che è l'ala sinistra) sembra aver trovato un leader naturale in Howard Dean: l'ex segretario del partito ha detto chiaro e tondo che rinunciare all'opzione pubblica è sbagliato. L'obiettivo è essere però il "centro" della coalizione: non contro il presidente ma contro quelli che vorrebbero "dirottarne" il programma. Infine, Paul Krugman scrive chiaro e tondo che serve una battaglia culturale contro gli zombie reaganiani. Anche qui, con argomenti di buon senso e con prove empiriche non con fumosa letteratura politica. Non sappiamo se vinceranno ma sappiamo che stanno combattendo al contrario di ciò che è successo da noi troppe volte: ci sono leader di partito che parlano chiaramente al momento della decisione, non 10 anni dopo; ci sono intellettuali che scrivono in maniera comprensibile e forniscono armi a chi fa politica sul terreno; c'è una coalizione ampia che raggruppa tutti i soggetti sociali a favore di una riforma; si mettono in campo tutti i mezzi di pressione sulla maggioranza parlamentare. Si parla al paese di una cosa concreta, non si rappresenta un mal di pancia per mostrare che si esiste. Avremo qualcosa da imparare?

24 agosto 2009

I grattacapi del Grande Medio Oriente

Le cose non vanno tanto bene in Afghanistan che rischia di essere per Obama quello che il Vietnam fu per Johnson secondo un articolo del Corriere della Sera che riprende il New York Times. Certo, puntare su questa guerra potrebbe non essere stata una gran furbata da parte del presidente, ma era common sense anche nei think tank progressisti come si vede da questo articolo di Korb, del Center for American Progress. Ma non finisce qui: a gennaio si potrebbe tenere un referendum in Iraq che chieda il ritiro immediato del contingente americano. Tecnicamente, il quesito proporrebbe di stracciare l'accordo sullo status delle forze americane nel paese, rendendo la loro presenza illegale. Non un bel modo di realizzare quel ritiro che il presidente aveva proposto in campagna elettorale. Infine, ma potremmo continuare, c'è l'Iran: Khamenei potrebbe non essere interessato a perseguire il dialogo sul nucleare con Washington. Gli americani tra l'altro potrebbero essere indeboliti nella loro strategia da una benevolenza russo-cinese verso Ahmadinejad combinata con la scarsa voglia degli europei di applicare le sanzioni con un loro grande partner commerciale quale l'Iran è. Su tutta la politica mediorientale di Obama aleggia lo spettro del fallimento, ma potrebbe ancora provare a venirne fuori con un primo accordo sul processo di pace che dia a tutti l'illusione che le cose stanno migliorando e che sia merito suo. Sarebbe poco, ma sarebbe già un po' meglio per lui di quanto non faccia presagire la situazione attuale.

Ancora Hitler/Obama

In un "Town Hall meeting" nel suo collegio elettorale il deputato americano Barney Frank risponde nell'unico modo plausibile a una donna che paragona Obama a Hitler (sempre a proposito del tema della riforma sanitaria): "ma lei da quale pianeta arriva"?

“The Paranoid Style in American Politics”

Il libro fondamentale dello storico americano Richard Hofstadter citato nell'articolo dell'Economist del quale si dà conto nel post precedente. E' un testo del 1964 scritto all'alba della nascita del nuovo conservatorismo - isterico e populista - che all'epoca venne rappresentato da Barry Goldwater. Il libro illustra quale ruolo le teorie della cospirazione - e in particolare quelle formulate dalla destra americana - abbiano avuto nella storia del paese. Un evergreen.


In questo link trovate un estratto del testo pubblicato su Harper (dove apparve per la prima volta).

Il dibattito sulla riforma sanitaria e la costernazione inglese

Ripartiamo dal tema caldo dell'estate, la riforma sanitaria. Come ai tempi dello scandalo dello swiftboating del 2004 (la campagna Bush vs Kerry) i gruppi conservatori hanno lanciato la loro campagna di disinformazione sulla riforma. Lexington sull'Economist e Michael Tomasky sul Guardian appaiono costernati dal comportamento di alcuni cittadini dell'ex colonia di sua Maestà. Ecco i motivi del disagio dell'Economist, in un articolo dal titolo "Still crazy after all these years":

- il movimento dei "birthers", che continua a contestare l'autenticità del certificato di nascita di Barack Obama, sostenendo che non sia nato su suolo americano (la Costituzione impedisce ai naturalizzati di divenire Presidente). Un sondaggio dell'Economist mostra che il 26% dei repubblicani crede che Obama sia nato all'estero; il movimento dei birthers sostiene si tratti di una cospirazione socialista;

- i gruppi che protestano contro la riforma sanitaria assumono toni sempre più estremi, mentre i gruppi armati di "patrioti" aumentano in numero e consistenza in tutta l'America. Il paragone tra Hitler e Obama (sempre a causa della proposta di Riforma sanitaria) è all'ordine del giorno.

E il refrain su Hitler arriva al delirio nel video proposto da Tomasky (direttore di Guardian America) sul suo blog. A Las Vegas, in un meeting pubblico, un cittadino israeliano racconta ai giornalisti come la sanità pubblica del suo paese funzioni ottimamente, in special modo per quel che riguarda le cure dei vecchi soldati (si intuisce che questo signore è rimasto colpito dai veterani americani che finiscono in mezzo a una strada senza casa e senza aiuto). Non cita mai Obama o i democratici o la riforma, parla solo del suo paese. A un certo punto arriva una signora che lo paragona a Hitler e a Obama: immaginate la reazione...

La cosa più divertente è il modo costernato e quasi rassegnato con il quale Tomasky racconta la vicenda (Sono Pazzi Questi Americani), aggiungendo particolari interessanti. Intervistata a sua volta, la signora si presenta come una conservatrice cristiana; lei ha un'assicurazione sanitaria, suo marito no. Tomasky, sempre più abbattuto, si chiede come possa una persona del genere essere contro la riforma di Obama. Lo zoccolo duro della follia.

Ecco i link. qui Tomasky e qui l'articolo di Lexington.

America2008, back in town

8 agosto 2009

Prima di andare in vacanza

No, non andiamo alle Maldive tranquilli. E non ci allontaneremo per molto. Come avevamo scritto qui stiamo preparando un sito nuovo e bello per l'autunno. Prima di dedicarci a questa fatica però ci faremo qualche giorno di vacanza, ci si vede un po' dopo ferragosto. Intanto però vi lasciamo con una notizia relativamente positiva: l'economia americana sta precipitando di meno ultimamente. Cioè si sono persi meno posti di lavoro rispetto ai mesi precedenti, ma Robert Reich calcola che al momento un quinto della forza lavoro americana lavori meno di quanto vorrebbe oppure non lavori affatto. E, prevede, molti dei posti di lavoro persi non torneranno più. Magari ne sorgeranno di nuovi, ma non torneremo più all'economia pre-crisi. Per certi aspetti, siamo ottimisti, potrebbe essere un vantaggio. Buone vacanze intanto e buone città libere dalle auto per chi rimane.

7 agosto 2009

Giochi sporchi sulla sanità

Tranquilli, non stiamo parlando dello scandalo pugliese per quanto ci siano elementi in comune come la volontà di fare i quattrini sulla salute della gente: da noi con la corruzione, in America attraverso l'uso disinvolto di metodi assolutamente legali di pressione sulla politica basati sul denaro. Come racconta il premio nobel Paul Krugman l'offensiva delle lobby e dei repubblicani contro il piano sanitario di Obama sta dispiegando tutta la sua potenza di fuoco. Finti camioncini girano con slogan contro la riforma e gruppi di protesta piuttosto violenti interrompono le assemblee dei Congressmen democratici sulla riforma. Sì perchè ad agosto il Congresso è chiuso e lì al contrario che da noi i parlamentari si confrontano con chi li ha eletti. Da noi, al massimo, si fanno "intervistare" da qualche giornalista di fronte ad un pubblico che non può intervenire - parliamo delle feste del PD, non del PdL. Secondo Krugman dietro a queste folle impazzite ci sono da una parte alcune lobby molto chiare (e con a capo gente piuttosto discussa) e dall'altra quello stesso sentimento di paura razziale che faceva gridare "kill him" durante i comizi di McCain. Secondo Robert Reich non andrà come nel 1994: la riforma ha troppo "momentum", troppa forza per essere fermata. Però la "campagna d'agosto" fatta di minacce fisiche e spot aggressivi rischia di diluire i contenuti della riforma: meno gente coperta e meno riduzione dei costi. Col rischio di produrre un boomerang per l'amministrazione. Insomma, non sarà come le punture Pic.

6 agosto 2009

Lezioni sulla crisi

Chi se la sta cavando meglio nell'attuale crisi economica? Meglio sentire l'opinione di uno dei pochi che l'avevano prevista come Roubini. Su Forbes fa un'analisi di una serie di paesi che se la stanno cavando e trae alcune conclusioni: va meglio quando c'era una precedente chiusura alla globalizzazione finanziaria, laddove la domanda interna aveva un ruolo più pronunciato e dove si sono messe in campo delle misure anticicliche sia sul piano fiscale che monetario. L'Italia ha la prima caratteristica ma manca totalmente delle ultime due. Per salvarsi nel lungo periodo, Roubini dice bisogna fare delle riforme strutturali che stimolino il consumo senza provocare nuovo indebitamento come negli anni passati.

5 agosto 2009

Happy Birthday Mr. President

Ieri era il compleanno di Obama, i leader democratici gli hanno portato una torta al cioccolato. Lui ha espresso un desiderio: portare a casa la riforma sanitaria. Ha detto che bisognerebbe cercare il compromesso con i repubblicani ma senza andare oltre la metà di settembre. Un po' come con gli iraniani che tra l'altro ieri hanno proclamato ufficialmente Ahmadinejad presidente. Se Obama continuerà a trattare con lui vorrà dire che la politica della promozione della democrazia e dell' interventismo liberal sarà quantomeno sospesa. In Afghanistan i talebani continuano ad attaccare Kabul, chissà se la guerra di Obama sarà anche il suo primo fallimento oppure se questo titolo spetterà alla riforma sanitaria. Intanto buon compleanno.

4 agosto 2009

E' estate, in Medio Oriente

Stagione di possibili guerre putroppo, raramente di vacanze. Fatah, il Movimento di Liberazione della Palestina fondato da Arafat, tiene oggi il suo congresso: è il primo da tantissimi anni e potrebbe essere l'occasione per dare una prospettiva politica al partito, moribondo da quando il suo fondatore è passato a miglior vita. La notizia però è che il documento politico non esclude ancora il ricorso alla lotta armata e non si parla di abolire la clausola favorevole alla distruzione dello Stato di Israele. Un modo per non cedere le carte migliori prima del negoziato. Sull'altro lato non ci sono notizie migliori per Obama. Yossi Alpher, uno degli analisti israeliani più acuti ed equilibrati, scrive sul Jerusalem Post che Netanyahu farebbe bene a concedere qualcosa al presidente americano sulla questione degli insediamenti: non ha senso continuare a costruirne dentro Gerusalemme se il risultato è che poi lo Stato ebraico si ritroverà al suo interno centinaia di migliaia di abitanti arabi della città piuttosto risentiti. Difficile che venga ascoltato. L'amministrazione nel frattempo continua a premere su entrambe le parti per arrivare ad un compromesso: aperture diplomatiche arabe in cambio di uno stop agli insediamenti. Un po' più in là del Medio Oriente, in Afghanistan, la notte di Kabul è stata interrotta da un bombardamento talebano: è il primo da parecchi anni e fa parte della campagna elettorale dei fondamentalisti. Se questa doveva essere la "guerra di Obama", beh, non sta andando splendidamente.

1 agosto 2009

Agosto, sito mio non ti conosco

Sembra che i deputati democratici abbiano trovato un accordo accettabile e plausibile sulla riforma sanitaria. Da oggi l'amministrazione Obama si riunisce per due giorni a discutere del futuro. La riforma e la ripresa sono passi imprescindibili per pensare alla energy bill e ad altre cose innovative. Servirebbe come il pane il change a Washington e nei suoi corridoi, ma non sembrano tempi questi. Noi, a meno di colpi di scena clamorosi, ci riposiamo un po' anche noi, fa troppo calde per stare davanti a un computer. Per settembre potremmo avere grandi progetti (magari sarà ottobre, o novembre?).