
Ci abbiamo messo ben più del previsto e non siamo ancora al risultato finale. Ma da un paio di giorni è attivo america2012.it. Da li continueremo a tenere d'occhio come e quanto cambiano gli Stati Uniti e quanto quei cambiamenti toccano noi e il resto del mondo. Nei nostri desideri il sito sarà più ricco di un semplice blog: oltre alla colonna di post rapidi, conterrà i nostri lavori migliori e anche quelli di altri collaboratori. E se ci riusciremo anche degli speciali. Dopo più di mille post, nottate insonni a caricare video e migliaia di visitatori, salutiamo e ringraziamo tutti quelli che ci hanno letto ed hanno commentato il nostro lavoro. Veniteci presto a trovarci!
12 novembre 2009
Abbiamo finalmente cambiato casa
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8 novembre 2009
Approvata la proposta riforma sanitaria alla Camera (primo round). E' davvero un fatto storico? Sì
Una legge onnicomprensiva di riforma del sistema sanitario non arrivava al voto da quasi un secolo. Questo dovrebbe rendere l'idea (anche dell'arretratezza della legislazione sociale degli Usa).
La legge è passata con un margine molto ristretto - 220 a 215 - ma era difficile ipotizzare che i democratici non ce la facessero. 37 dei 52 deputati bluedog democrats (la corrente conservatrice del partito) si è opposta e ha votato con i repubblicani; un membro del GOP - Anh Cao, eletto in Louisiana e primo membro della Camera dei Rappresentanti di origine vietnamita, qui accanto nella foto - ha votato a favore.
Era dagli anni '60 - quando il presidente Johnson aveva allargato la copertura sanitaria per poveri e anziani - che negli Stati Uniti non era in ballo una riforma sociale di questa portata. Come sappiamo il modello non si avvicinerà a quello europeo, ma la proposta approvata dalla Camera (2 mila pagine) prevede la presenza di un fornitore pubblico di polizze assicurative (la public option) e una borsa delle assicurazioni nella quale cercare le più economiche.
Saranno 36 milioni i nuovi "assicurati"; chi non volesse procurarsi una polizza dovrà pagare una multa; si elimina la pratica odiosa delle pre-existing condition; per coprire il costo della riforma (che supera il "trillione") verranno aumentate le tasse ad alcune categorie di super-ricchi ed eliminati alcuni benefit fiscali per le multinazionali. Per ottenere il voto di alcuni democratici conservatori non sono state introdotte alcune misure che avrebbero garantito il ricorso gratuito all'interruzione di gravidanza per alcune fasce di assicurati, facendo così infuriare i democratici liberal.
Ora la pressione sul Senato aumenta, un'istituzione molto diversa da quella della Camera, molto più consensuale e dove conta ancora meno la disciplina di partito. La partita è ancora lunga, ma c'è in gioco l'anima dell'America: più pubblica e più equa. Per i repubblicani è il mondo all'incontrario, dove il governo può tassare il cittadino che non si vuole curare e si finanzia l'espansione del governo federale attraverso le tasse.
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Prima la notizia cattiva.. su tasse e finanza
Qualcuno di voi ricorderà la cosiddetta Tobin Tax, una proposta vecchia di quasi 40 anni avanzata dal nobel per l'economia James Tobin: tassare tutte le transazioni finanziarie con un'aliquota non superiore all'1%. In tempi normali, una semplice proposta di buon senso.
Il premier britannico Gordon Brown ha proposto l'istituzione di uno strumento molto simile alla Tobin Tax al G-20 che si è appena tenuto nella sua Scozia (la notizia è ripresa da tutti i quotidiani). Un'inversione a U rispetto al passato recente di Brown e alle posizioni che ha mantenuto nel passato recente da Cancelliere dello Scacchiere. Come tutti i governi in difficoltà, l'obiettivo elettorale è quello di insidiare il nuovo nemico di tutte le opinioni pubbliche, le banche.
Le sue parole sono state populiste come quelle che Obama utilizza quando si parla della finanza e dei finanziari, ma la differenza è nei fatti: Brown, con l'acqua alla gola, si spinge a proporre la Tobin Tax, l'amministrazione Obama (e Tremonti) vi si oppongono. Adesso toccherà al FMI vagliare la praticabilità della proposta, ma il no di Geithner ha già messo un'ipoteca su questa ipotesi, che a questo punto assume un valore tutto britannico e tutto elettorale. Il problema è americano: da dove vuole cominciare a opporsi alle "lobby di Wall Street" il presidente? Dove vuole tassare? E in che modo? La discussione su questo punto sarà lunga e complessa quanto quella sulla riforma sanitaria.
4 novembre 2009
La non sconfitta di Obama ieri e il nostro blog domani
A proposito di decolli, tra qualche giorno sarà online la nuova versione del nostro blog, oramai proiettato verso il 2012. Intanto, per chi passa per Roma, ci vediamo venerdì sera alla libreria Flexi in via Clementina,9.
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25 ottobre 2009
Imparare dalla Virginia
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mattia toaldo
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23 ottobre 2009
Cattive notizie sull'Iran, buone sulla sanità
Sulla sanità invece si fa strada l'opzione pubblica, soprattutto alla Camera dove sembra che si sia raggiunto l'accordo sull'opting out: gli Stati che non la vogliono possono rifiutarla. Al Senato invece si ragiona sull'estensione di Medicaid (il programma per i poveri) e la creazione di "borse sanitarie" dove i ceti medio-bassi potrebbero acquistare polizze più convenienti. Il compromesso tra i liberal (che vogliono l'opzione pubblica ad ogni costo) e i moderati democratici (che l'aborrono) sarà complicato.
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21 ottobre 2009
Quasi accordo sull'Iran, quasi stallo sul processo di pace
Sul nucleare iraniano sembra che si sia vicini ad un accordo che permetterebbe all'amministrazione Obama di guadagnare tempo prezioso: una parte consistente dell'uranio verrebbe arricchito in Russia ed in Francia. Ci sono dei ma: bisogna vedere se l'Iran accetta e bisogna capire a che velocità verrebbe trasferito il materiale, onde evitare che gli iraniani giochino sporco mandandone un po' all'estero ma rimpiazzandolo subito per costruire una bomba. Sul processo di pace arabo-israeliano le cose vanno a rilento, come era lecito aspettarsi. Gli israeliani dicono che si è vicini ad un accordo ma attenzione: l'accordo sarebbe solo su cosa mettere alla base del negoziato e non sulla direzione dello stesso. Si partirebbe infatti dalle risoluzioni Onu 242 e 338, cioè da Adamo ed Eva. I palestinesi si aspettavano il congelamento degli insediamenti, ma Netanyahu sembra averla avuta vinta. Il problema è che su questo fronte l'amministrazione Obama misura tutta la debolezza americana in questo momento: non può permettersi di forzare la mano più di tanto con i recalcitranti alleati israeliani. C'è poi un'altra mina su questo fronte: la gestione del rapporto Goldstone che accusa gli israeliani di crimini di guerra. Il governo Netanyahu vuole addirittura cambiare le regole e affermare il diritto "all'autodifesa contro gli atti di terrorismo". Più o meno quanto sostenuto per giustificare tutte le passate operazioni militari dello Stato ebraico. Nel frattempo il neocon israeliano Michael Oren, oggi ambasciatore a Washington, snobba la conferenza di J-Street, la nuova lobby pro-Israele ma anche "pro-pace". A chi volesse saperne di più su come vanno le cose nei Territori Occupati suggeriamo la lettura di "Time for Responsibilities", il diario dell'ultima missione dei pacifisti italiani.
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13 ottobre 2009
Riforma della Sanità: un passo importante in avanti
La signora qui accanto si chiama Snowe, Olympia Snowe e fa un mestiere importante: è la senatrice del Maine per il partito repubblicano e siede nella commissione finanze. Oggi ha votato insieme ai democratici la riforma della Sanità. La guerra sarà ancora lunga ma forse Obama ha vinto una delle battaglie più importanti.Ora ci sono alcuni passaggi piuttosto cruciali: la proposta sarà votata dall'assemblea del Senato, dove i liberal cercheranno di inserire di nuovo la norma che crea un piano assicurativo pubblico e nazionale in competizione con le assicurazioni private. Il progetto Baucus (dal nome del presidente della commissione Finanze) non lo prevede: ci sarebbero solo delle cooperative regionali in un sistema in cui le assicurazioni sarebbero obbligate a prendere tutti i clienti (abolendo quindi le clausole sulle "pre-existing conditions") che avrebbero dei sussidi per pagare le polizze. Mentre il Senato approverà il suo testo, anche la Camera farà altrettanto. Ci sarà poi una commissione che preparerà un testo comune da approvare definitivamente nei due rami. La riforma così com'è è molto meno sia di quanto si aspetta una parte dei democratici sia di quanto ci sarebbe realmente bisogno: il rischio che senza opzione pubblica i costi schizzino in alto è reale. Però ci sono due notizie positive: primo, la riforma della Sanità non era mai arrivata tanto avanti nel suo iter parlamentare dal 1912; secondo, il voto della Snowe (se sarà confermato in aula) darà una copertura politica al progetto, dando l'impressione anche ai democratici moderati che c'è un consenso bipartisan. Ora l'amministrazione sembra puntare a far approvare una riforma qualsiasi, purchè sia una riforma. L'importante è mettere in moto il processo, poi magari tra due anni si potrà "riformare la riforma" e introdurre l'opzione pubblica.
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9 ottobre 2009
Il Nobel al primo della classe

Ci sono voluti pochi secondi per scatenare il dibattito in rete. Prima sui blog, poi sulle pagine curate dalle firme dei media che contano. L’argomento è più o meno sempre lo stesso: «Il Nobel per la pace a Obama è preventivo», un incoraggiamento dato dai membri del comitato alle belle parole pronunciate qui e la dal presidente democratico. Il discorso de Il Cairo, quello all’Onu, le parole sulla razza. Voli pindarici redatti da un bravo speech-writer e, per adesso, non molto di più.
C’è poi chi parla del secondo premio anti-Bush dopo Al Gore e chi di medaglia ad un presidente Usa per non comportarsi da scriteriato cowboy. In molti, tra gli analisti Usa ci spiegano che il Nobel può essere controproducente per le aspirazioni internazionali della presidenza.
La lista di «se» e «ma» è infinita. Obama è l’uomo dell’Afghanistan, il presidente delle guerre, non ha chiuso la base di Vicenza e non ha fatto abbastanza per l’Honduras dopo il colpo di Stato con il quale il golpista Micheletti ha deposto il presidente eletto Zelaya. E che dire dell’ambiente? E del difficile e non risolto dialogo con l’Iran o della catastrofica situazione in cui versa quello che una volta si chiamava “processo di pace in Medio Oriente”. Su tutti questi temi Obama non ottenuto risultati. E poi si appresta ad aumentare il contingente afghano.
Ciascuno di questi commenti, astiosi o ironici che sia, ha più di un fondamento. I guerrieri - che di guerrieri si trattava - Arafat e Rabin vinsero il premio con Peres dopo aver avviato un processo di pace, mentre Mandela e de Klerk hanno saputo mettere alle spalle decenni di galera e odio razziale. Il premio veniva dato ad una visione accompagnata da risultati. Per spiegare la logica di questo, forse, occorre guardare alla lista degli ultimi premiati - qualcuno ricorda che l’ultimo è stato il diplomatico finlandese Martii Ahtisaari? Alzi la mano chi sa perché. Occorre poi ricordare che a dare il premio sono dei politici norvegesi che hanno vissuto la Guerra fredda e la minaccia nucleare sul confine tra est e ovest, sviluppando una sensibilità speciale in materia, così come sull’ambiente e la cooperazione. Tra gli ultimi premiati ci sono due personalità provenienti da Paesi semi dimenticati - il banchiere dei poveri Yunus e l’ambientalista del Kenya Wangaari Maathai - Al Gore per la campagna sul clima (risultati?), Mohamed El Baradei, presidente dell’Aiea che ha cercato di smussare gli angoli con l’Iraq, prima, e con l’Iran, poi. Si tratta di storie relativamente piccole o di approcci alle grandi questioni planetarie, come il premio all’Ipcc, la commissione Onu sul clima. Queste personalità hanno, in un modo o nell’altro, alzato la voce e lavorato per far prendere coscienza alla società globale delle enormi sfide che la attendono. Obama, che piaccia o meno, è uno di questi. In meno di un anno ha provato a far rientrare lo scontro di civiltà con il mondo islamico, firmato dei trattati nucleari con la Russia, restituito (a parole) un ruolo all’Onu, portato il suo Paese a discutere di emissioni di gas serra. E poi sta accompagnando gli Stati Uniti attraverso una crisi durissima e senza inventare nemici. Il Nobel per la pace è probabilmente esagerato, come esagerate sono le reazioni: Obama non è il miglior presidente possibile, perché un presidente così non esiste.
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2 ottobre 2009
Un'apertura sull'Iran?
Ieri incontro fondamentale sull'Iran a Ginevra. Prima di tutto, a latere della riunione ufficiale il sottosegretario Burns ha parlato per ben 45 minuti con Saeed Jalili, il capo-negoziatore iraniano. E' il colloquio più lungo da quando le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero a causa del rapimento dei diplomatici americani a Teheran tra il 1979 ed il 1981. Poi ci sono state significative novità nell'incontro ufficiale: primo, il sito di sviluppo nucleare di Qom appena scoperto sarà aperto alle ispezioni dell'AIEA; secondo, si è raggiunto un accordo per rivedersi a breve; terzo, ma non meno importante, sembra che l'Iran abbia accettato di portare in Russia il 90% del suo materiale fissile. In altre parole, l'accordo potrebbe essere che gli occidentali non chiedono più di fermare l'arricchimento dell'Uranio ma questo avviene in maniera controllata (sotto l'egida russa) e per scopi pacifici. Una soluzione discreta per gli Usa che vedrebbero svaporare la minaccia nucleare imminente anche se solo grazie alla cooperazione russa. Obama però incasserebbe il notevole risultato di aver messo sotto controllo un programma che va avanti fin dai tempi dello shah (vedi questa infografica del Financial Times). La linea iraniana, almeno a livello ufficiale, sembra un po' più conciliante di quanto ci si potrebbe aspettare, ecco l'intervista del ministro degli esteri Mottaki a CFR.org. Bisognerà vedere però se è solo uno strumento per guadagnare tempo e arrivare al punto di non ritorno in cui la bomba sarà quasi pronta.
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1 ottobre 2009
Chimerica
60 anni di Repubblica Popolare cinese. E chi l'avrebbe mai detto, loro in giro e i sovietici scomparsi da vent'anni. Chi avrebbe mai detto che avrebbero festeggiato i sessant'anni stringendo per il portafoglio l'America? Ieri sul Sole24Ore Mario Margiocco descriveva le ansie americane: i cinesi comprano solo titoli a breve del debito pubblico americano, chiaro sintomo di sfiducia.Se i cinesi - e i giapponesi - continuassero così non ci sarebbe sufficiente denaro per sostenere il debito che gli americani creeranno nei prossimi anni (per Paul Krugman, gli Usa possono tirare la corda per altri 5-6 mila miliardi di dollari di debito. E a me la banca telefona ogni volta che vado in rosso).
Sul tema vi consigliamo l'acquisto del quaderno speciale di Limes, che vede in Washington e Pechino una coppia di fatto costretta a convivere a causa della crisi (la Cina è ancora assolutamente dipendente dal consumatore americano, quello che però Obama vorrebbe spendesse di meno. E' tutto molto complicato). Il nostro consiglio è interessato: c'è un articolo di uno di noi. Comunque, leggetevi - sempre su Limes - anche l'articolo controcorrente del generale Fabio Mini, che parla di una superpotenza che non sarà mai veramente tale (la Cina) e di un'altra che vive il suo declino: due debolezze che convivono.
La presentazione del numero di Limes la trovate qui: con il direttore Lucio Caracciolo c'è un pezzo di America2008.
30 settembre 2009
Domani a tavola con l'Iran
Domani per la prima volta Usa e Iran si parleranno veramente e ufficialmente. A Ginevra si riuscono i 5 grandi del consiglio di sicurezza, più la Germania e, appunto, gli iraniani. La situazione attuale è un vero rompicapo: la soluzione militare, anche solo da parte israeliana, è impraticabile come spiega Cordesman sul Wall Street Journal; Russia e Cina non aderiranno mai al tipo di sanzioni "invalidanti" che vogliono gli Usa e cioè il boicottaggio nella raffinazione del petrolio e il divieto d'accesso ai mercati finanziari; la leadership attuale non ha molta voglia di aprire un dialogo a tutto campo, nè chi lavora per Obama sembra aver condiviso questa opzione. E' la critica dei coniugi Leverett che condussero a suo tempo le trattative per l'invasione dell'Afghanistan (fu fatta in cooperazione con Teheran): l'amministrazione non ha fatto nulla di concreto per aprire un dialogo simile a quello che Nixon ebbe con la Cina. Bisognava per esempio sospendere i programmi a favore del cambio di regime a Teheran, tuttora finanziati da Washington. Rischia che alla fine i neocon ritornino sulla ribalta semplicemente perchè Ahmadinejad, Kim Jong-il e Chavez sono ancora in giro e i democratici non hanno trovato la maniera per trattarli diversamente.
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29 settembre 2009
Germania, Italia, America
Sul blog Italia2013 un nostro appunto sulle elezioni tedesche, dal titolo "In Italia tutti hanno vinto le elezioni tedesche". Riguarda anche l'America, l'unico paese dove è arrivato un leader post-terza via, quindi vincente.
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24 settembre 2009
Sono solo simboli, certo, ma il consiglio di sicurezza Onu...
L'unico organo davvero decisionale dimorato al Palazzo di vetro di New York ha adottato una risoluzione che la Bbc chiama storica (alla pagina trovate uno speciale, con diverse cose tra cui i filmati degli interventi di diversi leader): si tratta di un invito generale e generalizzato al disarmo nucleare. Il Consiglio era presieduto da...indovinate un po'? Il presidente Obama. Il passo è solo simbolico, ma che Russia, Cina e Stati Uniti votino per il disarmo è davvero una frattura storica. L'Onu, che è un edificio anni 60, con una gestione e un'organizzazione anni 60, per una volta manda messaggi importanti dalla sua sede decisionale. Normalmente sono le singole agenzie sui temi specifici o l'Assemblea a votare mozioni, non il consiglio.
Possiamo sicuramente sbagliare, ma il fatto che all'Onu sia stata spedita Susan Rice, la consigliera in politica estera più vicina a Obama già durante la campagna elettorale, era già un segnale che l'Onu poteva e doveva, nelle intenzioni del presidente, acquisire maggior centralità specie per quelle grandi sfide planetarie che converrebbe a tutti affrontare assieme: povertà, ambiente, pandemie, disarmo. L'adozione della risoluzione è anche il segno che Rice sta lavorando bene e che con la Russia, sulla questione nucleare, gli Usa stanno facendo un lavoro di prospettiva. Altro argomento, oggi all'Onu sarà divertente: parlano Chavez, Nethanyau, Shakasvili e il presidente iracheno Talabani.
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23 settembre 2009
Senato, presto si torna a quota 60
Il Senato del Massachussets ha smentito una sua legge di qualche anno fa, autorizzando il governatore Deval Patrick a nominare il successore di Ted Kennedy. All'epoca della vecchia legge il governatore dello Stato era repubblicano (ricordate il mormone Mitt Romney candidato alle primarie del GOP?) e i democratici temevano in un colpo di mano. Adesso Patrick dovrà scegliere a chi assegnare un posto ambitissimo e un seggio piuttosto sicuro da guadagnare quando tra un anno si voterà nel mezzo termine. L'ultimo nome è Michael Dukakis, già governatore e già candidato presidente sconfitto da Bush sr.
L'importanza della lege risiede nella possibilità, per i democratici, di far passare alcune leggi importanti senza bisogno di nessun voto repubblicano. Il caso della riforma sanitaria è il primo. Certo, prima dovranno mettersi d'accordo tra di loro.
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Afghanistan, si cambia?

Il New York Times pubblica un articolo nel quale si segnala la possibilità che gli Usa cambino drasticamente strategia nella guerra afghana. Un cambio c'è già stato nei mesi passati, dopo l'offensiva anti-talebana e la scelta di spostare le truppe verso le zone abitate, per proteggere quelle, anziché incalzare gli studenti di religione nelle loro valli montane. Il generale McCrystal ha anche chiesto più attenzione ai rapporti con i civili (una nuova forma di relazione con la società, che serva a reneder meno odiosa la presenza straniera: la classica ricetta dei contingenti italiani). Oggi però si parla di qualcosa di davvero nuovo. Il Nyt dice sia un'idea di Joe Biden: meno truppe, dedite a dare la caccia ai gruppi legati ad al Qaeda. E che i talebani e l'Afghanistan si fottano. Ovvero, torniamo alla natura originaria della presenza Usa laggiù. Sarebbe molto popolare, negli Usa e altrove, si risparmierebbero molti soldi e vite umane...ma, con la situazione regionale così cambiata dal 2001 ad oggi, possono gli Usa permettersi di non rimanere in quel quadrante della Terra? Sarà interessante vederlo. Comunque non sarà una scelta dei prossimi giorni. Aspettatevi scintille con il Pentagono e i generali. “Maledetti colletti bianchi di Washington", imprecava John Wayne ne "I berretti verdi".
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Un vertice (quasi) fallimentare
Ieri Obama, Netanyahu e Abu Mazen si sono incontrati negli Stati Uniti. Vi avevamo parlato in precedenza della possibilità che tra l'assemblea generale dell'Onu e il G-20 di Pittsburgh Obama pronunciasse un discorso "risolutivo" sul processo di pace. Non è stato così e non sarà così a breve. Ecco la sintesi dell'incontro fatta da Ha'aretz: Obama si è mostrato molto nervoso con le parti e ha avvertito che la "finestra di opportunità" si sta chiudendo. Forse però la strategia dell'amministrazione sta semplicemente mostrando la corda (ecco il riassunto di quanto fatto finora). Questa prevedeva da una parte di bloccare la crescita degli insediamenti israeliani e dall'altra di ottenere i primi gesti di riconoscimento da parte del mondo arabo. Obama però, dopo aver vinto le sue elezioni, ha perso alcune di quelle importanti in Medio Oriente: non solo in Iran è andata male ma anche in Israele si è formato un governo molto spostato a destra, il cui primo ministro ha basato la sua carriera politica sul rigetto dello Stato palestinese. Non c'è più il campo della pace israeliano da cui difendersi se si vuole bloccare il processo negoziale. Anzi, come fa notare l'editorialista Akiva Eldar, il quadro politico israeliano è ostile agli accordi: Netanyahu deve guardarsi dal movimento dei coloni e dall'estrema destra che sostiene il suo governo. I palestinesi, dall'altro lato, pagano un decennio di errori: la seconda intifada, la consegna di Marwan Bargouti agli israeliani, la corruzione e l'incapacità di rinnovare Fatah dopo la morte di Arafat e infine il colpo di Stato a Gaza che ha diviso in due i territori. Il cambiamento sta arrivando ora, forse troppo tardi: l'inclusione della nuova guardia nella leadership del partito nazionalista laico, la creazione (con l'aiuto americano) di forze di sicurezza efficienti e un debole progresso economico in Cisgiordania. L'unico lume di speranza in questo quadro è il progetto del primo ministro (della Cisgiordania) Fayyad che mira alla costruzione di strutture statali entro due anni. Chissà che i palestinesi non imparino dagli israeliani la politica dei fatti compiuti.
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22 settembre 2009
E venne anche il momento del clima
All'assemblea Onu si discute di questo. La Cina sembra pronta a discutere e l'India a parlare di tagliare le proprie emissioni - pur senza firmare un accordo internazionale. Qui l'ottima e informata cronaca Bbc. Le posizioni, forse, si avvicinano ed è un bene per tutti noi. Nella seconda settimana di dicembre, a Copenhagen si terrà la conferenza mondiale. In questi giorni si discute all'Onu. Qui il discorso di Obama sul clima. Il presidente ha il problema di far approvare una buona legge al Congresso. Un'altra volta. Ma non era un repubblica presidenziale quella Usa? E non era il modello efficiente per eccellenza?
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17 settembre 2009
Afghanistan, sei morti e una discussione che non c'è mai stata

La notizia di oggi è che, siccome il nostro esercito occupa un Paese nel quale sul 90% del territorio opera una guerriglia nemica, questa ha fatto sei morti e quattro feriti tra i soldati italiani. E' una bruttissima notizia, come tutte quelle che riguardano le guerre. Da stasera sentiremo parlare di eroi, di assassini, di necessità di rimanere (La Russa) e di necessità di pensarci (Calderoli). Oppure di andarsene senza se e senza ma (la sinistra)....Il Pd non dirà quasi nulla, oppure tutte queste cose assieme.
Quel che nessuno dirà e che nessuno sa è cosa stia capitando in Afghanistan. I nostri giornalisti sono sempre embedded e ci mostrano: a) corse sulle jeep in perlustrazione b) soldati che fraternizzano con gli afghani c) funzionari locali che dicono che siamo tanto bravi. Eppure oggi ci sono sei morti e nessuno, ma proprio nessuno è in grado di dire come uscire, a che punto, perché e con quali risultati. A differenza che negli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, ci si divide urlando, ma non si analizzano le ragioni di un evidente fallimento strategico e politico. Da noi non si è parlato del governo Karzai, dell'oppio, del processo politico ed elettorale in tilt, della riorganizzazione dei talebani, della loro forza nel reclutare anche non fanatici, proprio a causa di una presenza straniera invadente e dell'arroganza diffusa dei funzionari di un governo che appare piuttosto un protettorato. Le soluzioni non sono semplici. Qui un documento semi riservato dell'amministrazione Obama su priorità e strumenti di valutazione della situazione. Le priorità: "disrupting terrorist networks in Afghanistan and especially Pakistan, working to stabilize Pakistan, and working to achieve a host of political and civic goals in Afghanistan." Se noi siamo li per quello sarà giusto parlarne e capire come. Oppure continueremo a rispondere a Washington mandando dieci soldati in più, ma senza farlo sapere all'opinione pubblica. L'Afghanistan non è la Crimea (dove Cavour mandò a morire soldati in cambio di un posto alla conferenza di pace), servono idee, interventi civili e franchezza con l'opinione pubblica italiana che, come rilevavano i Trasatlantic trends 2009 la settimana scorsa, è stufa di una guerra nella quale facciamo finta di non essere.
Quella qui sopra è una mappa dell'Afghanistan, basta scorgerla per capire la situazione. Volete guardare com'è cambiata la situazione? Andate sul sito dell'Internazional council on security & developement a questa pagina.
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Via lo scudo antimissile. Addio guerra fredda?
La Casa Bianca ha annunciato che non piazzerà le sue batterie anti missile in Repubblica Ceca e Polonia. La mossa si può interpretare in diversi modi, probabilmente tutti veri. Qui la conferenza stampa al Pentagono.
1. Il capo del Pentagono Gates sta rivedendo l'organizzazione delle forze armate Usa: meno armi fine di mondo, più contronsurrezione. Ecco che, in un anno di ristrettezze economiche, lo scudo perde di interesse.
2. Gli Usa hanno disperato bisogno di Mosca nella partita iraniana e un poco anche in Afghanistan. Dopo aver siglato il patto per la riduzione delle armi nucleari, ecco un nuovo segnale distensivo nei confronti del Cremlino.
3. Tra i due Paesi la tensione è sulla Georgia e Ossezia. Ecco che un inutile scudo ai confini dell'ex blocco sovietico non fa che aumentare la tensione nell'area senza essere utile a nulla (salvo voler tornare alla politica del riarmo in competizione con la Russia, ma non avrebbe senso per varie ragioni). A proposito di Georgia, per capire che il luogo è diventato importante a causa di oleodotti e gasdotti che ci passano, basta guardare i giornali economici. C'è una quantità enorme di pubblicità su i nuovi distretti industriali, i tax breaks, etc.
4. L'Europa, specie quella dell'est, non è più il centor del mondo: perché mettersi a fare a braccio di ferro in un punto inutile del pianeta? A questo proposito: chi sarà davvero scontento saranno i governi polacco e ceco, disperatamente alla ricerca di un protettore anti-russo e incapaci - non del tutto a torto - di scrollarsi di dosso l'idea che Mosca abbia comunque un'attitudine espansia verso le sue ex colonie.
La questione è desitnata a infuocare il dibattito sulla politica estera: i nostalgici della Guerra fredda e i conservatori faranno scintille. Pensate anche a chi è, in campo democratico a gestire la Georgia: il vecchio Biden.
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